La fine del Movimento 5 Stelle

La sconfitta alle elezioni di domenica dimostra una cosa che molti osservatori della politica sanno da tempo: il Movimento 5 Stelle, inteso come movimento nato dal basso, sostenuto dall’impegno degli attivisti e del civismo, è finito o forse non è mai esistito. Il partito di Grillo oggi è un movimento di protesta verticistico, incapace di produrre una classe dirigente locale e di raccogliere consenso sul territorio. È una creatura effimera, alimentata dalla sovraesposizione mediatica e dal compiaciuto appoggio che riceve da giornali ed editori.

Non è una novità che il Movimento 5 Stelle vada male alle elezioni locali, ma alle amministrative dell’anno scorso la portata della sconfitta era stata oscurata dai successi di Roma e Torino. Questa volta non ci sono vittorie di bandiera dietro la quali nascondersi: il Movimento 5 Stelle non ha ottenuto l’accesso a nessun ballottaggio e ha visto il suo consenso calare quasi ovunque. Un dato su tutti: in nessuna grande città ha raggiunto il 20 per cento e in moltissime si è fermato sotto il 10.

Giustificare questo risultato con la vecchia scusa della “giovane età” del Movimento non funziona più. Il partito di Grillo è nato dieci anni fa e ha trascorso quattro anni in Parlamento come seconda forza politica del paese. In questo lasso di tempo è riuscito a conquistare appena un pugno di comuni capoluogo. Per fare un paragone, nel 1993, a due anni dalla sua nascita come partito, la Lega Nord governava 125 comuni, tra cui Milano e altri cinque capoluoghi di provincia, quattro province e una regione, il Friuli Venezia Giulia.

Il problema non è la giovane età, ma è che per vincere sul territorio il Movimento dovrebbe cambiare profondamente il suo DNA. Avrebbe bisogno di dotarsi di una vera struttura locale, di sistemi di selezione della classe dirigente, di meccanismi in grado di comporre le divergenze interne. In altre parole: dovrebbe diventare un movimento democratico. Questo però significherebbe rinunciare alla sua vera essenza, quella di partito autocratico, in cui l’ultima parola su qualsiasi argomento spetta al leader Grillo, in cui le decisioni giorno per giorno sono prese dai misteriosi membri dello “staff” della Casaleggio Associati, in cui l’unica classe dirigente è formata da un’effimera corte di prescelti per recitare il ruolo di ospiti fissi nei talk show politici.

Nonostante la sconfitta, gli avversari di Grillo faranno bene a non cantare vittoria. L’armata Brancaleone che è il Movimento 5 Stelle può ancora riuscire a raccogliere consenso a livello nazionale, dove rabbia e delusione spingono milioni di persone a votare qualsiasi movimento di protesta purchessia. Se ci riuscirà, il Movimento 5 Stelle dovrà ringraziare tra gli altri giornali e televisioni, che da anni lo descrivono come una credibile alternativa di governo, anche se ha sistematicamente fallito tutte le prove a cui è stato sottoposto.

Se questa gigantesca sovraesposizione mediatica finisse sarebbe un bene per tutto il paese. Per il Movimento 5 Stelle è arrivato il momento di guadagnarsi gli spazi che fino ad ora gli sono stati regalati e dimostrare che è in grado di combinare qualcosa di buono. Non sono i giornali e i giornalisti a chiederglielo. Sono stati gli elettori con il loro voto di domenica.

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