Guida per indecisi – 3

Qui trovate la prima parte della guida al referendum senza ansia, sul merito della riforma, e qui la seconda parte, sulle conseguenze economiche

Parte terza: conseguenze politiche

Vince il “No”
Secondo i sondaggi, compresi quelli “clandestini”, lo scenario più probabile è una vittoria del “No” con un scarto tra i 6 e i 10 punti percentuali. Questo risultato causerà le dimissioni del governo, anche se non necessariamente nei giorni immediatamente successivi al voto. Renzi potrebbe decidere di portare a termine l’approvazione della legge di bilancio (che sarà discussa in Senato ai primi di dicembre) o addirittura di attendere la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge elettorale, che arriverà a gennaio. Difficilmente potrà essere costretto a dimettersi prima, visto che le forze di maggioranza che lo sostengono non sembrano avere fretta di farlo cadere.

In ogni caso, è molto probabile che presto o tardi, Renzi sia costretto a presentarsi dal presidente della Repubblica. Ha detto più volte che in quell’occasione non chiederà un reincarico, ma diceva anche che avrebbe sostenuto Enrico Letta. Non è impossibile che Renzi decida di mettersi alla guida di un secondo governo e che cerchi di terminare la legislatura (che finisce nel 2018). Potrebbe rivelarsi una buona mossa, se ci fossero poche prospettive di vittoria nella primavera dell’anno prossimo. In caso di una nuova ripresa economica, Renzi potrebbe intestarsi il miglioramento della situazione e cercare di giocarsela in condizioni più favorevoli nella primavere del 2018 quando la sua sconfitta al referendum sarà oramai dimenticata.

A questo proposito, bisogna ricordare che l’intero arco parlamentare si è schierato contro di lui al referendum e quindi Renzi, anche in caso di sconfitta, potrà intestarsi ogni singolo voto ricevuto dal “Sì”. Se perdesse con il 45 per cento dei voti, potrà dire di aver migliorato il 40 per cento che aveva ottenuto alle europee. Restare al governo, però, è comunque una scelta rischiosa. Il PD diventerà molto più difficile da controllare e le opposizioni lo attaccheranno duramente. Quel che ne verrebbe fuori sarebbe un “governicchio” claudicante, come ha detto lo stesso Renzi, che rischierebbe di logorarlo per mesi e farlo arrivare oramai stanco alle elezioni.

Se invece Renzi deciderà di dimettersi, il suo partito continuerà a dare le carte in parlamento e quindi avrà l’ultima parola sul nuovo governo tecnico o politico che dovesse nascere (si fanno i nomi di Dario Franceschi, Carlo Calenda e altri ancora più esotici). Il nuovo governo probabilmente si darà come obbiettivo quello di scrivere una nuova legge elettorale e di traghettare la legislatura fino alla sua scadenza naturale nel 2018. Appoggiare dall’esterno un simile governo sembra una scelta più prudente per Renzi: potrebbe dettare la linea al governo, comportandosi però come fosse all’opposizione, la stessa tattica che ha usato tra 2013 e 2014 con il governo Letta.

Vince il sì
Nonostante i sondaggi, è ancora possibile una vittoria del “Sì” (grazie a un’affluenza superiore alle aspettative e al voto degli italiani all’estero). Secondo gran parte degli osservatori, in questo scenario a Renzi converrebbe andare ad elezioni il prima possibile, già nella primavere del 2017, in modo da incassare subito l’enorme capitale politico che gli darebbe una vittoria ottenuta contro tutto e contro tutti. È possibile che Renzi decida invece di portare a termine la legislatura, anche in caso di vittoria dei “sì”? La caleidoscopica politica italiana è spesso imprevedibile, ma questa particolare strada sembra davvero portare pochi vantaggi al presidente del Consiglio. Un altro anno di governo potrebbe far dimenticare rapidamente la vittoria al referendum e se le condizioni economiche non dovessero migliorare, il suo consenso rischia di risentirne ulteriormente.

Ma c’è un’altra importante considerazione da fare in caso di vittoria dei “Sì” e cioè che la minoranza del PD che si è schierata per il “No” subirebbe un colpo durissimo. Il PD diventerà probabilmente molto più “renziano”, con le uniche voci di opposizione interna ridotte all’area di Gianni Cuperlo. Il PD diventerà un partito più irreggimentato e disciplinato e se sul territorio potranno esserci ancora divisioni e scontri, in Parlamento e all’interno dei vertici il partito diventerà molto più coeso intorno a Matteo Renzi. A queste condizioni, con un PD addomesticato e una maggioranza resa più solida dalla vittoria al referendum, rimanere al governo non sembra più un’idea così azzardata. Renzi potrebbe decidere di completare le riforme iniziate in questi anni e gestire da presidente del Consiglio l’approvazione di una nuova legge elettorale.

 

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