I veri numeri sul femminicidio

In Italia le statistiche e i dati ufficiali mostrano che non esiste un’emergenza “femminicidio”. L’omicidio di donne da parte di partner o conoscenti non è diventata “un’epidemia” e in realtà non è nemmeno in aumento. In Italia si uccidono meno donne rispetto al resto d’Europa e agli altri paesi sviluppati.

Negli ultimi mesi politici, giornalisti e statistiche e ricerche quanto meno opinabili hanno contribuito a creare una percezione del fenomeno molto diverso dalla realtà. Come nel caso della disoccupazione giovanile, la bontà della causa – sensibilizzare l’opinione pubblica sull’omicidio di donne e incoraggiare il governo a prendere misure per contrastarlo – ha fatto come prima vittima la correttezza dei dati statistici.

Diversi articoli, usciti nelle ultime settimane, hanno sostanzialmente posto fine al dibattito – Sabino Patruno, sul blog Noise from AmerikaFabrizio Tonello e Nadia Somma e Mario de Maglie sui rispettivi blog sul Fatto Quotidiano. Questi articoli mostrano come i numeri diano completamente torto alla tesi dell’escalation e come ci troviamo piuttosto di fronte a un fenomeno endemico – cosa forse persino peggiore.

I numeri hanno mostrato come molte ricerche siano state fatte con il solo scopo di ottenere un titolo sul giornale e come molti giornalisti abbiano pensato più a scrivere articoli sensazionalistici che al rigore dei dati. I politici si sono adattati a questi fenomeni e hanno detto – e fatto – ciò che il sentimento del momento chiedeva che si facesse.

La tesi dell’emergenza femminicidio è stata appoggiata da diverse ricerche che gli hanno dato un alone di scientificità. Una delle principali è quella della Casa delle donne condotta prendendo in esame i casi di femminicidio riportati sulla stampa. In questa ricerca viene mostrato un crescente numero di omicidi di donne, a partire dalle 84 del 2005, fino al 124 del 2012 – un’altra ricerca, elaborata dalla Fondazione David Hume sembra che abbia riportato gli stessi dati, ma non siamo riusciti a trovarla su internet.

I numeri riportati sono impressionanti, ma basta una riflessione piuttosto breve per rendersi conto che non si tratta di dati significativi. Una ricerca condotta sulla base degli articoli pubblicati sulla stampa non ha nessuna serietà scientifica: non è altro che una ricerca su quanto la stampa si è occupata di quel fenomeno. I dati affidabili sono quelli forniti dalle fonti ufficiali (ISTAT e ministero dell’Interno, in questo caso) oppure quelli presenti nelle ricerche indipendenti, sottoposte a un processo di peer review e pubblicate su riviste scientifiche affidabili.

Questi dati ci mostrano che gli omicidi nei confronti delle donne sono rimasti stabili o sono leggermente diminuiti. Secondo l’ultimo rapporto ISTAT il tasso di donne assassinate è rimasto sostanzialmente costante a 0,5 ogni 100 mila abitanti dal 1992 al 2009 (ultimo anno di riferimento). Lo stesso ISTAT scrive: «a fronte di una stabilità dei delitti complessivamente denunciati, va notata la forte riduzione rispetto al 1992 dell’incidenza di omicidi, tranne quelli ai danni delle donne».

Anche i conti sulla percentuale totale di omicidi di cui sono vittime le donne rispetto al totale degli omicidi, hanno poco senso. Dai primi Anni ’90, quando gli omicidi ebbero un’impennata a causa delle guerre di mafia e camorra, gli omicidi sono costantemente diminuiti. Ma ad essere uccisi di meno erano gli uomini, le vittime principali delle guerre di mafia. A fronte di un calo degli omicidi di uomini, quelli di donne restavano stabili e questo ha portato la loro incidenza sul totale ad aumentare (anche se il loro numero in assoluto non aumentava).

Il tasso di omicidio di donne non è la stessa cosa del numero di femminicidi – nell’accezione comunemente accettata un femminicidio è un omicidio di una donna da parte di un partner o di un conoscente. Può essere che mentre il totale di omicidi sia rimasto costante, il sottoinsieme dei femminicidi veri e propri sia aumentato. Può essere, ma non esistono dati per affermarlo e, come sostiene Tonello nel suo articolo, gli indizi fanno pensare che non sia così.

Il femminicidio sembra essere un fenomeno endemico: costante e uniforme nel tempo e più o meno immune dalla gran parte delle influenze esterne (almeno quelle che si possono misurare su una scala di vent’anni). Criminologi e sociologi sono sostanzialmente d’accordo con questa tesi: molte ricerche effettuate in vari paesi mostrano che il tasso di omicidi tende a fluttuare molto più del tasso di omicidio femminile – potete leggere le argomentazioni a supporto di questa tesi nell’articolo di Patruno.

Un solo omicidio è un fatto grave e spiacevole, da condannare. Un fenomeno endemico non è meno grave di uno epidemico, anzi. La malaria in certe zone dell’Africa non va sottovalutata solo per la sua natura endemica. Per capire di quale portata sia il costante “femminicidio” che c’è stato in Italia può essere utile comparare i tassi italiani con quelli degli altri paesi.

Sorprendentemente l’Italia è uno dei paesi dove vengono uccise meno donne al mondo. Secondo il rapporto dell’ONU sugli omicidi in base al sesso (che potete trovare qui) in quasi tutti i paesi europei il tasso di omicidi di donne è maggiore rispetto a quello italiano. In rapporto alla popolazione vengono uccise più donne che in Italia in Austria, Finlandia, Francia, Germania, Svizzera, Svezia. Austria e Finlandia hanno tassi quasi tre volte superiori a quelli italiani.

Le conclusioni a cui giungono i vari articoli che abbiamo segnalato sono diverse. Patruno e Tonello sostengono che sia inutile prendere misure straordinarie, prevedere nuove categorie di reati e istituire task force ministeriali. Somma e De Maglie invece ritengono che l’Italia sulle politiche di prevenzione sia ancora molto indietro e che quindi il tasso di omicidi potrebbe essere abbassato con adeguati investimenti.

Che queste misure straordinarie esistano o meno fa poca differenza. Se ci sono andranno prese sulla base dei dati che possediamo, che indicano la presenza di un fenomeno endemico e di lunga durata. Quelle prese in maniera emotiva sulla base della percezione di un’emergenza, rischiano invece di combattere un fenomeno che non esiste.

 

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