In nome del popolo

Provo un senso di profonda gratitudine nei confronti di quei giudici che nella sventura di aver sul proprio tavolo un fascicolo che si è caricato di alte aspettative di sommaria giustizia mediatica, seguono la via impervia del diritto, con decisioni impopolari,  incuranti di ciò che si dirà e scriverà sui giornali e sui social media. Penso alla scarcerazione del responsabile della morte del tassista a Milano, o a quelle assoluzioni che giungono dopo lungo travaglio, tra appelli e ricorsi, e che vengono superficialmente stigmatizzate sui giornali come malagiustizia. Ai miei occhi, molto spesso, quei provvedimenti costituiscono la confortante riprova che in Italia, a dispetto di carenze e disfunzioni innegabili, abbiamo una giustizia assai più coraggiosa e indipendente di quanto si voglia far credere.

Assolvere o condannare a dispetto dei mutevoli umori della folla, oggi amplificati dai nuovi media, o delle contingenti convenienze, non è affatto scontato.

In questo tempo di iper-comunicazione, il compito del magistrato mi pare se possibile più arduo. Lo constatava già Calamandrei: in tempi di grande libertà, più che non in tirannia, può esser difficile per i magistrati mantenere la loro indipendenza. In un regime tirannico il giudice, se è disposto a piegarsi, non può piegarsi che in una direzione. In tempi di libertà egli è sottoposto a mille sollecitazioni e si trova esposto come l’albero sulla cima del monte: se non ha il fusto ben solido, per ogni vento che tira rischia di incurvarsi da quella parte.

Per questo diffido (talvolta sbagliando) dei provvedimenti di quei magistrati  che con eccessiva disinvoltura si lasciano cullare dal consenso e dall’onda emotiva che la loro pur meritoria azione suscita nella pubblica opinione.

Le sentenze, non a caso, sono emesse “in nome” e  non “per volere” del popolo italiano.

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