Perché mi è piaciuto Interstellar

Premessa: il mio film preferito è 2001: Odissea nello spazio. L’ho rivisto, negli anni, un numero imprecisato di volte, e ogni volta mi sorprendo a scoprire dettagli nuovi o interpretazioni a cui non avevo pensato le volte precedenti. Questo per dire che, nonostante il confronto tra il film di Kubrick e Interstellar sia inevitabile (e, in un certo senso, sia sollecitato dalle citazioni che lo stesso Nolan ha consapevolmente disseminato nel suo film) è meglio togliere subito di mezzo la questione: per quanto mi riguarda, si tratta di un confronto improponibile. Stiamo parlando di due campionati differenti. Insomma, non credo che rivedrò Interstellar una seconda volta, e non penso che ci troviamo di fronte a un capolavoro di cui continueremo a parlare tra cinquant’anni. Detto questo, però, a me Interstellar è piaciuto. Da qui in poi proverò a spiegare perché, ma se ancora non l’avete visto e non volete sapere altro non proseguite oltre.

C’entra la scienza, naturalmente. Non tanto quella dei wormhole e dei buchi neri, anche se sentire improvvisamente un sacco di gente che parla di gravità quantistica e relatività generale fa piacere. E in effetti: quanti altri film hanno mostrato con tanto realismo una distorsione nello spaziotempo, una lente gravitazionale o le conseguenze della dilatazione del tempo? E quanti hanno usato questi concetti integrandoli davvero nella narrazione, come fa Interstellar, invece di appiccicarli in modo più o meno posticcio a una sceneggiatura che ne avrebbe potuto fare tranquillamente a meno? Si sente senza dubbio la mano di Kip Thorne, uno dei massimi esperti di gravità, e non solo nelle equazioni scritte sulla lavagna del professor Brand. (Nel caso a qualcuno sia venuta voglia di approfondire, c’è il classico e bellissimo libro dello stesso Thorne, Black Holes and Time Warps, tradotto anche in italiano, e il nuovo The Science of Interstellar).

Ma non è tanto questo, appunto. In Interstellar la scienza è protagonista in una maniera più sottile e, mi sembra, radicalmente diversa da ciò a cui ci hanno abituato simili prodotti di intrattenimento. In apparenza, la premessa di Interstellar è comune a tanti altri film del filone catastrofico-distopico: la Terra sta morendo, le cose vanno malissimo e l’eroe deve provare a salvare l’umanità. Un cliché talmente abusato che, quando sono apparsi i primi trailer, ho temuto il peggio. Quando però si guarda il film, ci si accorge che il punto di vista scelto da Nolan è insolito. Non sappiamo mai davvero cosa abbia causato la catastrofe che affligge il pianeta. Molti, per un riflesso condizionato, hanno pensato immediatamente al riscaldamento globale, ma la verità è che la ragione del disastro che sta rendendo progressivamente incoltivabile il pianeta non è mai dichiarata apertamente. Posso sbagliarmi, ma a me sembra che i pochi indizi che Nolan dissemina nella narrazione invitino a una interpretazione esattamente opposta al consueto schema che vede nell’umanità cattiva e nella tecnologia disumana la causa di tutte le sfortune. In ogni caso, quali che siano le cause iniziali che hanno innescato la catastrofe, è evidente che il risultato è una umanità che si è ripiegata su se stessa, perdendo qualunque spinta a immaginare il futuro. “Mi ricordo quando inventavamo una cosa nuova ogni giorno”, dice a un certo punto il suocero di Cooper, il protagonista. Il quale, a sua volta, reagisce di fronte alla comparsa di un vecchio drone rimasto in giro dall’epoca pre-catastrofe con l’entusiasmo di un ambientalista messo di fronte all’esemplare di una specie ritenuta estinta.

Insomma, nel film i bei tempi andati sono quelli in cui l’umanità ancora inventava e progettava, mentre il presente ristagna, preoccupato solo della sussistenza. Quella che ci viene mostrata è una società che ha imboccato la strada del ritorno al passato, che ha messo in dubbio l’utilità della conoscenza e dell’esplorazione dell’ignoto. Un’epoca buia in cui hanno vinto i complottismi anti-scienza (a scuola si insegna che non ci sono mai state le missioni Apollo), in cui la NASA ha chiuso i battenti (perché non si spendono soldi per esplorare lo spazio mentre le persone muoiono di fame: “Ma mia moglie sarebbe ancora viva se avessimo una di quelle macchine inutili che facevamo una volta”, dice Cooper), in cui è meglio coltivare la terra che studiare, e anche la medicina viene guardata con diffidenza. In cui si è rinunciato a guardare il cielo con meraviglia per guardare solo verso il basso.

Ecco dove il film di Nolan — che, per tutta la sua meraviglia visiva, non inventa nulla di particolarmente nuovo sul piano della narrazione — mi sembra davvero sorprendente: in un periodo di crisi mondiale, in cui alcune delle ricette proposte somigliano pericolosamente proprio all’arretramento raffigurato nel film, Interstellar è audacemente pro-tecnologia (un robot che sembra un rassicurante smartphone gigante prende il posto delle inquietudini di HAL-9000) ma soprattutto pro-scienza: i veri eroi sono gli scienziati che hanno tenuto accesa, più o meno clandestinamente, la fiaccola della razionalità e della conoscenza. “Siamo esploratori”, è una frase che ricorre più volte. Il nemico non è la nostra hybris, ma l’imponderabile. Dobbiamo fronteggiare costantemente una realtà che non è stata progettata a misura nostra (mi snerva pensare che tra me e lo spazio, e quindi la morte, ci siano pochi millimetri di alluminio, dice uno dei personaggi), e l’unica difesa che abbiamo è la nostra intelligenza. E la via d’uscita dalla polvere che ricopre il presente (simbolo forse facile ma visivamente tra le cose più efficaci del film) potrà venirci (altrettanto simbolicamente) soltanto dal futuro, dalla sua forza d’attrazione: è l’orizzonte di ciò che non conosciamo a risucchiarci con la sua gravità, a spingerci a guardare oltre, avanti, fuori da qui. Siamo noi stessi a dover cercare la chiave del nostro destino, e a consegnarcela.

Fosse anche solo perché ha provato a ricordarci tutto questo, un film come Interstellar merita un applauso.

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