Se si è minimamente smaliziati sui meccanismi che stanno dietro la comunicazione giornalistica, non ci si deve sorprendere che abbia maggiore probabilità di finire su un giornale una notizia scientifica che riguarda la critica di qualche teoria molto popolare, piuttosto che una scoperta magari importantissima ma ben inserita nel novero delle conoscenze accettate. Se si fa un titolo con “Einstein aveva torto”, “L’evoluzione sotto attacco”, o “Il big bang non c’è mai stato”, si cattura di più l’attenzione, ed è comprensibile. Ma il 99,999% delle volte si può stare certi che la cosa sia quanto meno speculativa. Nei casi peggiori (che sono, ahimé, la maggioranza), è del tutto sbagliata.
E questo non perché, come pensano quelli che vedono complotti dappertutto, ci sia un establishment scientifico schierato a difesa dell’ortodossia. Ma perché il metodo scientifico si basa su un lento e progressivo accumulo di evidenze. La scienza non va avanti a salti, nonostante molte popolarizzazioni facciano credere il contrario. È uno spietato processo di validazione, che funziona, molto bene, collezionando dati e costruendo modelli e ipotesi che non siano in conflitto con i dati stessi. E la cosa richiede tanti cervelli, tanti esperimenti, e tanto tempo. Non succede quasi mai che il ricercatore isolato tiri fuori un’idea che, “eureka!”, rimette di botto in discussione tutto quello che si sa in un certo campo. Magari ne smonta una piccola parte, certo. Ma state tranquilli che la baracca non crolla in una notte.
Ma non voglio fare un trattato di epistemologia (magari un’altra volta). Qui c’è il fatto che un ricercatore di Taiwan tira fuori un lavoretto (peraltro non ancora pubblicato su nessuna rivista) che ipotizza un modello di universo senza big bang, e la cosa finisce tra le notizie degne di nota. Purtroppo, questo è uno di quei casi in cui è abbastanza facile accorgersi che dietro non c’è granché.
Intanto perché, vorrei rassicurare tutti, non c’è nessuna sacralità dietro il concetto di “big bang” inteso come inizio di tutto. Per un cosmologo di professione, parlare di un universo senza inizio non infrange nessun tabù. Ci sono molti modelli che non prevedono un momento iniziale e, anzi, quello oggi più diffuso tra i cosmologi, basato su una fase primordiale chiamata “inflazione”, si concilia tranquillamente con un universo che esiste da sempre. Quello che chiamiamo big bang potrebbe essere semplicemente una delle fasi evolutive di un universo preesistente. Ciò che è importante, però, è che il nostro universo ha conosciuto davvero nel passato (circa quattordici miliardi di anni fa) una fase in cui era molto caldo e molto denso: chiamatela big bang, chiamatela un po’ come vi pare, ma che quella fase ci sia stata è fuori discussione, sulla base di qualunque evidenza raccolta nell’ultimo secolo o giù di lì.
E qui veniamo a un altro punto importante. Quando si fa un’ipotesi scientifica, sarebbe molto importante che, prima ancora di fare previsioni su eventuali differenze con le teorie accettate (differenze che dovrebbero essere messe alla prova con osservazioni future), essa mostri di essere in accordo con le osservazioni e i dati già esistenti. E qui è del tutto evidente che le cose non vanno per niente bene per il modello salito un po’ frettolosamente agli onori della cronaca. Non c’è bisogno di ideare chissà quali complessi esperimenti: basta usare quelli che sono già stati fatti. (Non è il caso di entrare nei dettagli qui, ma per chi vuole un’analisi più dettagliata del modello basta andare qui. Riassunto: viene fatto a polpette.)
In poche parole, non basta fare un’ipotesi rivoluzionaria, ignorando un po’ tutto il corpus della letteratura scientifica esistente, per mettere in discussione quello che sappiamo già. Il sapere scientifico è per sua natura provvisorio, e quello che sappiamo sull’universo è sempre troppo poco rispetto a quello che ci sfugge. Ma, almeno per questa volta, ci teniamo quello che abbiamo.

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Egregio Amedeo,
sono colpito dalla bellezza del tuo articolo. Condivido praticamente parola per parola. Da quella che è la mia formazione (scienze dell’informazione) e il mio punto di vista non posso che condividere in pieno.
Saluti
Massimiliano
E’ anche vero che ogni notizia scientifica pare non la si possa dare se non ci si infilano dentro “buchi neri” o “big bang”. Sempre a cercare degli “anchor” per la comunicazione, ma e’ cosi’ che si deve fare? Cioe’ invece che la notizia si deve dare il collegamento col pre-concetto piu’ commestibile?
(ora che ci penso vale per tutto il giornalismo)
Tornando al tema, speriamo bene per queste “lavoretti”. Speriamo che se ne trovi qualcuno che ci faccia uscire dal cul-de-sac in cui sta infilata la fisica da trent’anni.
Raccontiamola tutta: l´articoletto di Repubblica e´ firmato da Luigi Bignami, di nome e di fatto uno dei prototipi della “tuttologia mediatica” mascherata da divulgazione scientifica. Uno dei tanti che dalla “lettura di abstract” si e´ inventato una professione.
Mi sembra di tornare ai miei studi su Popper e la falsificazione delle idee.
Comunque complimenti per la sezione scienza che leggo sempre con molta curiosità.
la cosa che mi risulta strana è che seppure arxiv è un semplice archivio bisogna essere endorsati per poterci mettere dentro una qualunque idiozia. Ora mi piacerebbe sapere da chi è endorsato questo
La presenza su arxiv la posso spiegare “statisticamente”.
Quello che non riesco a capire pero’ e’ come uno statistico (http://www.stat.nthu.edu.tw/EngWeb/Teachers/shu_e.htm) possa saltare dai problemi di prediction/estimation dei modelli matematici ai modelli teorici cosmologici in un solo paper e approdare poi … su Repubblica!
Si ottimo tentativo, ben scritto, sembra coerente, ma in realtà cosa c’è dietro? Dal post mi sarei aspettato che si affidasse ad un esperto di Kazzenger http://www.la7.it/trasmissioni/video_archivio.asp?Trasm=crozzaalive&idCategory=78 invece che ad un semplice fisico.
Mamma mia! Anche alcune parti della Kavassalis devono avere attraversato una fase inflattiva. Le credo sulla fiducia!