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  • martedì 21 novembre 2017

Il Giappone, finalmente, si sta aprendo agli immigrati

Dopo anni in cui agli stranieri la vita veniva resa molto complicata, da aprile c'è un nuovo sistema a punti per ottenere un visto permanente

(TORU YAMANAKA/AFP/Getty Images)

Nel 2013, l’8,1 per cento della popolazione italiana era fatta da stranieri. In Giappone, gli stranieri erano l’1,6 per cento della popolazione. Ma il Giappone, forse ancora più dell’Italia, ha un problema: la popolazione sta diventando sempre più vecchia e l’arrivo di stranieri sembra essere l’unico modo per avere giovani lavoratori. In passato, era molto difficile riuscire a restare a lavorare in Giappone per diversi anni, per via di tasse e restrizioni. Nell’aprile 2017 il Giappone ha però ristrutturato il sistema attraverso cui permette agli stranieri di ottenere un visto permanente per il paese, per provare a cambiare le cose.

Il vecchio sistema, in vigore da cinque anni, era pensato per accogliere quasi solo “lavoratori altamente qualificati”. Il Giappone, in breve, cercava di limitare al massimo l’immigrazione. Qualcuno aveva usato l’espressione “Japan First” (un richiamo al motto “America First” di Donald Trump) per parlare delle politiche messe in atto dal primo ministro Shinzo Abe, uno dei pochi importanti leader mondiali a non aver criticato il cosiddetto “travel ban” deciso da Trump.

Per quanto riguarda il lavoro, il Giappone aveva preferito investire molto sulla robotica e sulle lavoratrici donne. Uno studio dell’università di Oxford, citato a luglio da Quartz, aveva mostrato che nel 2013, in Giappone, lavorava o cercava lavoro il 55 per cento delle donne giapponesi tra i 55 e i 64 anni. Nel 2017 la percentuale era salita al 63 per cento. Il Giappone aveva anche provato a rendere particolarmente difficili le cose per gli stranieri che dopo qualche anno nel paese provavano ad avere un visto. Fu introdotta per esempio una tassa che rendeva le cose complicate per chi pensava di stare nel paese per più di dieci anni. Un’altra legge permetteva ai padroni di casa di non affittare appartamenti per motivi etnici o religiosi.

Da aprile, invece, è in vigore un sistema a punti: basta aver vissuto nel paese tre anni e aver raggiunto almeno 70 punti in diverse categorie per potere avere un visto permanente per risiedere in Giappone. Del nuovo sistema ha parlato il sito statunitense Quartz, facendo notare che «quello che il nuovo sistema premia – e non premia – dice molto sui valori e le priorità del nuovo Giappone.

Il documento da consultare per capire a quanti punti si arriva è diviso in tre sezioni principali: una per le attività accademiche e di ricerca, una per le attività tecniche specializzate, una per le attività di business management. Per quanto riguarda la parte accademica: si guadagnano 30 punti se si ha un dottorato, 15 punti se si hanno almeno sette anni di esperienza nella ricerca, 15 punti se il candidato non ha ancora compiuto trent’anni. Parametri simili ci sono anche nelle altre due categorie: solo che nel caso di attività tecniche hanno un po’ meno importanza gli studi e, nel caso di esperti di business, ha molto più valore lo stipendio annuale. In questo caso, guadagnare 30 milioni di Yen l’anno (circa 250mila euro) permette di guadagnare 50 punti (sui 70 necessari).

Come ha spiegato Quartz, il nuovo sistema premia molto: i giovani, chi ha un’esperienza professionale di almeno tre anni (più aumentano gli anni, più punti si guadagnano), chi parla giapponese (15 punti per chi passa il Japanese Language Proficiency Test) e, di nuovo, chi ha un alto stipendio. Se volete provare a vedere se arrivereste a 70 punti, qui.

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