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  • venerdì 20 ottobre 2017

Cosa c’entrano le banche col referendum in Veneto

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

Storia di come lo scandalo finanziario più grave della storia del Veneto abbia messo in dubbio le ragioni stesse del voto sull'autonomia

(Davide Maria De Luca per Il Post)

All’incrocio che porta alla sede centrale di Veneto Banca, nel comune di Montebelluna, in provincia di Treviso, i nuovi proprietari non hanno ancora fatto in tempo a cambiare il cartello stradale. Hanno usato un adesivo per coprire il nome della vecchia banca, fallita lo scorso giugno e acquistata da Intesa San Paolo per 50 centesimi di euro. Il fallimento di Veneto Banca è costato cinque miliardi di euro di risparmi a quasi 90 mila tra persone e aziende. Ma ha fatto molto più che mettere in crisi migliaia di famiglie. Ha messo in dubbio l’immagine ideale che molti hanno del Veneto: una regione capace, operosa e soprattutto onesta. È l’idea che i veneti saprebbero fare meglio se lasciati da soli ed è quella che sta alla base del referendum su cui tra due giorni saranno chiamati a votare.

«Ma chi avrebbe dovuto controllare sulle banche, mi chiedo io. I veneti o le autorità di Roma, la Banca d’Italia, la CONSOB?». Luigina Tomasella è un’ex insegnante di scuola elementare. Oggi è segretaria della Lega Nord di Montebelluna e anche lei è tra gli azionisti di Veneto Banca. Siamo seduti nella piazza principale della città, 30 mila abitanti a mezz’ora di macchina da Treviso. Davanti a noi ci sono i due edifici più importanti del paese: il municipio e la storica sede della banca, dove le antiche insegne sono state sostituite con quelle dei nuovi proprietari. «È stato un piano contro i veneti – continua Tomasella –, ci hanno imbrogliato un’altra volta, come nel referendum per l’annessione all’Italia nel 1866, in cui fecero votare soldati che con il Veneto non avevano nulla a che fare».

Tomasella si sta preparando agli ultimi giorni della campagna elettorale per un altro referendum, quello sull’autonomia del 22 ottobre. Un giovane militante arriva a portarle un pacco di bandiere rosse con il Leone dell’antica Repubblica di Venezia. Tomasella spiega che le mamme vogliono per i loro figli quelle in cui il Leone di San Marco tiene la zampa poggiata su un libro aperto. Per tutti gli altri ci sono quelle più minacciose con il Leone che stringe tra le grinfie una spada. «La verità è che noi veneti siamo sempre stati considerati figli di un dio minore. Per il resto d’Italia un tempo eravamo soltanto servette e contadini ignoranti. Oggi siamo evasori e i nostri figli sono “bamboccioni” che non vogliono lavorare. Io spero che i veneti si sveglino. Che capiscano che questo referendum è una possibilità di riscatto».

Come lei, qui intorno sono in molti a pensare che il fallimento della banca abbia avuto origine fuori dal Veneto; che non sia colpa dei veneti, che si considerano sinceri e industriosi. In molti accusano le autorità italiane ed europee per aver agito con eccessiva durezza. Veneto Banca, sostengono, era una vera “banca del territorio” in cui amministratori, soci e clienti si conoscevano per nome e i prestiti venivano dati sulla fiducia. La banca è cresciuta in simbiosi con la città e con il distretto della calzatura sportiva di Montebelluna, una delle eccellenze produttive del Veneto che esporta scarponi da sci in tutto il mondo. Questo territorio è un esempio ideale di quello che politici ed economisti hanno chiamato “modello Nord-est”: l’insieme di piccole e piccolissime imprese alleate con banche del territorio che, secondo molti, avrebbe fatto la fortuna economica della regione. Secondo i difensori di questo modello, non si può valutare una banca come questa usando gli stessi criteri che si applicano ai grandi istituti internazionali, dove tutto funziona sulla base di anonimi algoritmi. Veneto Banca sarebbe stata fatta fallire perché le autorità italiane ed europee non hanno compreso l’unicità del suo modello.

Di sicuro, anche fuori dal Veneto, in molti hanno criticato il comportamento di Banca d’Italia. Giornalisti come Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano, e Vittorio Malagutti, dell’Espresso, hanno più volte accusato la vigilanza italiana di non aver svolto indagini accurate, di aver agito tardi e di averlo fatto in modo incerto. Uno degli episodi più inspiegabili è l’insistenza con cui tra il 2013 e il 2014 Banca d’Italia suggerì agli amministratori di Veneto Banca di fondersi con la Popolare di Vicenza, un istituto che ne avrebbe presto seguito le sorti. Come si dice in questi casi, «due zoppi che camminano insieme cadono prima». Le ragioni per cui Banca d’Italia spinse così tanto per una fusione non sono mai state del tutto spiegate. Una fonte molto vicina alle decisioni di quei giorni ha detto al Post: «Se credevano che Banca Popolare di Vicenza non fosse vicina al fallimento non sapevano cosa stavano facendo». I dirigenti di Veneto Banca si dimisero per protestare contro la richiesta di fusione. Pochi mesi dopo iniziò la crisi della Popolare di Vicenza e la richiesta di Banca d’Italia venne lasciata cadere.

Un altro comportamento difficile da spiegare è l’autorizzazione che venne data all’aumento di capitale del giugno 2014. Banca d’Italia all’epoca conosceva già diversi dettagli sulla grave situazione di Veneto Banca. Eppure non ci furono opposizioni quando il consiglio d’amministrazione chiese nuovi investimenti ai suoi soci, che erano all’oscuro delle informazioni più sensibili. Le azioni vennero vendute a 36 euro l’una, poco meno del massimo storico di 40 euro che avevano toccato pochi mesi prima. Furono raccolti 500 milioni di euro tra piccoli risparmiatori e imprenditori. Meno di un anno dopo, nel febbraio del 2015, la sede centrale di Veneto Banca fu perquisita per ordine della procura di Roma. Si scoprì che i suoi amministratori avevano concesso prestiti ad amici e alleati senza considerare il merito del credito, che avevano truccato i conti e che mantenevano spese faraoniche e stravaganti. In estate il prezzo delle azioni venne abbassato a 30 euro. A giugno 2016 le azioni erano scese a dieci centesimi l’una. Un anno dopo, con l’arrivo di Intesa San Paolo, i vecchi azionisti vennero azzerati. «Se si fosse bloccato quell’aumento di capitale si sarebbe potuto evitare l’ultimo bagno di sangue per il territorio», ha detto al Post la fonte vicina alle trattative di quei giorni.

«La crisi bancaria ha ferito profondamente la nostra comunità», racconta Marzio Favero, che da cinque anni è sindaco di Montebelluna. Davanti a lui, sul tavolo del bar dove stiamo parlando, è poggiato il Gazzettino di Treviso. La storia in prima pagina è quella di una famiglia che ha perso tutti i risparmi. «Il figlio è rimasto invalido in un incidente stradale e loro hanno ottenuto un milione di euro di risarcimento. Lo hanno messo tutto in azioni della banca. Non gli è rimasto più niente». Nella zona tutti aveva comprato azioni della banca. Erano considerate più sicure dei titoli di stato: un tesoro da passare di generazione in generazione. La crisi della banca per la comunità locale è stata come un film al rallentatore: dalla perquisizione della Guardia di Finanza fino al fallimento: «per noi è stata una via crucis durata due anni», dice Favero in maniera controllata, scandendo le proprie parole con attenzione.

Favero è prudente quando si tratta di individuare di chi siano le responsabilità di quello che è accaduto. Ammette che c’è stato un fallimento della classe dirigente locale, ma rivendica la bontà del “modello Nord-est”. Il distretto della calzatura sportiva è fatto di persone e famiglie, così come sono persone i seicento impiegati che lavorano nella sede centrale di Montebelluna. Condannare senza appello quello che è avvenuto in Veneto avrebbe significato colpire ancora un territorio che ha già sofferto molto. La scelta tra lasciare che il mercato facesse il suo corso e salvare quello che ancora si poteva salvare si è posta in maniera drammatica quando si è deciso di scegliere come far fallire Veneto Banca. Se si fossero applicate alla lettera le regole europee, ricorda Favero, il disastro sarebbe stato ancora più grave. Ma il governo è riuscito a ottenere un’eccezione. I regolatori europei hanno riconosciuto l’importanza per il territorio di Veneto Banca e Popolare di Vicenza e hanno concesso il via libera agli aiuti di stato. Le due banche sono state salvate con 5 miliardi di euro e con altri 12 impegnati in garanzie. Migliaia di posti di lavoro sono stati salvati. Secondo Favero, non sarebbe stato giusto se l’intera comunità avesse pagato per gli errori di chi era alla guida della banca.

Per molti, il responsabile di ciò che è accaduto è Vicenzo Consoli, nato a Matera e arrivato dal basso fino al vertice della banca che ha guidato per vent’anni senza opposizione. Una sola riga dovrebbe essere sufficiente per descrivere il personaggio: nello spiazzo di fronte alla sede di rappresentanza della banca costruì una fontana e fece issare una targa su cui era scritto “Piazza 22 marzo 1997”, la data in cui con un colpo di mano tra gli azionisti era riuscito a farsi eleggere amministratore delegato. Il suo successore, Cristiano Carrus, scelto nell’estate del 2015 per cercare di salvare il salvabile, la fece abbattere non appena si insediò. Oggi Consoli è ricordato soprattutto per le sue ambizioni. Voleva trasformare Veneto Banca in una delle più grandi banche italiane e, mentre ci provava, aveva già iniziato ad avere gli atteggiamenti di un grande banchiere di Wall Street. Aveva comprato un aereo privato per i suoi spostamenti e organizzava consigli d’amministrazione in tutta l’Europa orientale, i territori dove puntava ad espandere la presenza della banca.

Durante il ventennio che trascorse alla guida di Banca Veneta, fu autore di una delle più spettacolari espansioni che si ricordino. Nel 1997 la banca aveva 10mila soci. Quando fu costretto a dimettersi nel 2015, i soci erano diventati 90mila. In quel periodo Veneto Banca divenne una delle più importanti banche della regione con filiali in Centro e Sud Italia, ma anche all’estero, in Croazia, Albania, Romania e Moldavia. Divenne un gigante smisurato, sepolto nella campagna veneta, in mezzo a capannoni, silos di cemento e ristoranti all you can eat. La piccola cittadina di Montebelluna, senza autostrade e senza alta velocità, a un’ora di macchina dal più vicino aeroporto internazionale, si ritrovò così a ospitare una banca che aveva un capitale da 5 miliardi di euro e attivi per altre decine.

Per anni, mentre questo sistema minato al suo interno cresceva, dal territorio si levarono pochissime grida di allarme. Nessuno sembrava notare la contraddizione di un amministratore che parlava continuamente del territorio, ma che nel frattempo dalla sua sede di Montebelluna comprava banche nella Repubblica di Moldavia. Finché le cose andarono bene, nessuno ebbe particolari ragioni per indagare con più attenzione. Nemmeno chi gli stava più vicino. Nel suo consiglio d’amministrazione, che secondo Banca d’Italia era un organo che Consoli dominava senza contrasto, sedevano piccoli imprenditori, professionisti locali, segretari delle associazioni di categoria. Persone che di finanza non capivano molto.

Per alcuni anni fu consigliere d’amministrazione un macellaio locale. Consoli piaceva alla politica, di cui sosteneva il disegno localistico e territoriale. Era amico di Giancarlo Galan, per 15 anni presidente della regione Veneto. L’attuale presidente, Luca Zaia, era un azionista della banca ed era sempre seduto in prima fila durante le assemblee degli azionisti. Consoli aveva simpatie anche a sinistra. Fu Laura Puppato, per 8 anni sindaca di Montebelluna con il PD, a dargli la cittadinanza onoraria. I giornali e le televisioni locali, quasi tutti nelle mani delle associazioni di artigiani e imprenditori, non scavarono mai troppo a fondo nella sua vicenda, anche perché spesso i dirigenti di quelle associazioni sedevano nel CDA della banca. «Il clima di quegli anni era surreale», racconta Favero, mentre il suo tono sicuro si fa più titubante: «Fummo tutti presi in contropiede. I dati che mostrava la banca sembravano buoni, noi non potevamo dire più di tanto».

Alla fine però le tare di quel modello apparentemente così virtuoso non potevano che emergere. Più che le spese stravaganti, ad affossare la banca fu il credito facile, concesso spesso ad amici e alleati senza che venisse sufficientemente valutata la possibilità che avevano di restituirlo. Consoli stesso si fece prestare dalla sua banca quasi dieci milioni di euro. Nel frattempo la banca aveva bisogno di nuovi capitali per continuare a crescere. Il consiglio di amministrazione alzò costantemente il valore delle azioni e lo fece anche quando i conti andavano male: furono persino fatti prestiti a chi non aveva i soldi per comprarle.

Il nuovo amministratore, Cristiano Carrus, eliminò dal patrimonio circa 300 milioni di euro di azioni baciate, cioè quelle azioni che erano state acquistate con soldi presi a prestito dalla banca stessa. Quando la crisi mandò all’aria migliaia di imprenditori, Veneto Banca si ritrovò con una quantità ingestibile di crediti che non potevano più essere restituiti. Il lungo stillicidio della crisi portò a una fuga dei risparmiatori, che iniziarono a chiudere i loro conti correnti. Carrus e la nuova dirigenza da lui insediata cercarono di rimettere la banca a galla, ma senza successo. Chiesero aiuto agli imprenditori locali: se il territorio era così importante e coeso, dissero loro, allora valeva la pena fare uno sforzo tutti insieme per salvare la banca che lo teneva unito. Il territorio, tanto decantato dai suoi difensori, non rispose però alla chiamata. Come mostrano i dati sugli investimenti in Veneto nel 2016, all’epoca il denaro c’era, ma nessuno era più disposto a investirlo in una banca, fosse anche la tanto favoleggiata “banca del territorio”.

L’intero settore bancario era stato colpito da uno stigma. Il marchio “Veneto Banca” un tempo sarebbe stato considerato un valore inestimabile per una banca che avesse voluto penetrare in questo territorio. Oggi invece Intesa San Paolo vuol far dimenticare così in fretta il passato che usa gli adesivi per coprire i cartelli “Veneto Banca”. E lo stesso è avvenuto ovunque nel Nord-est. Quando la banca francese Crédit Agricole ha comprato Friuladria, è stata altrettanto rapida a sostituire le vecchie insegne. Il legame con il territorio oggi non sembra più una garanzia e nemmeno un valore aggiunto. Ma è riduttivo pensare che la crisi di fiducia abbia colpito solo le banche. Tutti i pilastri dell’antico “modello Nord-est”, compresi gli imprenditori e la classe politica, sono usciti scossi dagli scandali e la fiducia dei veneti nel loro virtuoso sistema territoriale sembra essere scesa al minimo storico. Domenica 22 ottobre, il loro voto al referendum sull’autonomia sarà un voto anche su questo.

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