Parliamo del finale di “Twin Peaks”

Che in realtà sono stati due finali, perché Lynch è Lynch: uno che ha chiuso molti cerchi, un altro che li ha riaperti

(Showtime)

Dopo 18 episodi, trasmessi da maggio a settembre, è finita la nuova stagione di Twin Peaks, uno degli eventi televisivi più attesi e discussi dell’anno. L’opinione più diffusa tra i critici americani è che David Lynch e Mark Frost, i due sceneggiatori della serie, siano riusciti nel difficile compito di riprendere – più di venticinque anni dopo – una delle serie più importanti e influenti di sempre, senza riproporre banalmente le cose delle prime due stagioni, e anzi costruendo nel corso dei 18 episodi una storia totalmente nuova e originale. Non si può dire che la nuova stagione di Twin Peaks sia stato un successo: i dati sugli ascolti sono stati molto inferiori a quelli di altre serie molto meno celebrate e discusse, anche se il network che l’ha prodotta e trasmessa, Showtime, ha detto di avere così raggiunto i propri obiettivi. Su una cosa, comunque, i critici sono stati perlopiù d’accordo: che la nuova stagione di Twin Peaks è stata una cosa come non ce ne sono altre, in televisione. E il finale, composto da due episodi molto diversi tra loro, ha confermato questa valutazione. Ci sono molte cose da discutere e interpretare: da qui in avanti, è pieno di spoiler per chi non è in pari.

Proviamo a spiegarci cos’è successo
Se state leggendo qui, sapete che il finale di Twin Peaks: Il ritorno sono stati in realtà due finali, e molto diversi tra loro. L’episodio 17 ha chiuso, in un’ora di momenti molto appaganti, alcune delle numerose linee narrative aperte in questa nuova stagione. Visto che Lynch è Lynch, l’episodio successivo ha stravolto tutto quello che sembrava essersi appena assestato, praticamente rivoltando la storia. Chi conosce bene Lynch sa che perdersi in minuziose interpretazioni di ogni singola scena dei suoi film è inutile, perché non è quella l’intenzione dietro le sue sequenze oniriche e spiazzanti. Come ha scritto Noel Murray sul New York Times, «i migliori momenti di Twin Peaks: Il ritorno possono essere apprezzati come momenti di pura poesia televisiva, indipendentemente dal loro significato». Rimane però il fatto che sono successe molte cose alle quali non avrebbe senso non provare a dare un’interpretazione.

Gli ultimi due episodi raccontano il ritorno dell’agente Dale Cooper nella città di Twin Peaks, per provare a salvare Laura Palmer e sconfiggere BOB, l’entità malvagia dietro tutte le cose terribili successe ai suoi abitanti, e agli abitanti di un sacco di altri posti. In molti hanno ipotizzato che Il ritorno del titolo della nuova stagione fosse proprio questo, più che il ritorno della serie: e lo aveva detto anche il capo di Showtime, presentando la nuova stagione. Nel sedicesimo episodio, in uno dei momenti più esaltanti di tutta la stagione per i fan, l’agente Dale Cooper si era risvegliato dal suo stato di Dougie Jones e si era diretto in fretta e furia verso Twin Peaks, scortato dai fratelli Mitchum (due personaggi molto “alla Lynch”, e parecchio riusciti secondo i critici). Ma a Twin Peaks è arrivato anche l’alter ego cattivo di Cooper, Mr. C: in una scena in cui si riuniscono nella stessa stanza la maggior parte dei protagonisti di questa nuova stagione c’è il confronto finale tra i due Cooper, o tra Cooper buono e BOB. Prima Lucy spara a Cooper cattivo, e poi il ragazzo inglese con il guanto verde – che era stato convinto a partire per Twin Peaks dal Gigante – si scazzotta con BOB, che ha assunto le sembianze di una specie di sfera di pietra, apparentemente distruggendolo per sempre. Si scopre che la donna asiatica con gli occhi cuciti era in realtà la vera Diane, che si ricongiunge quindi con Cooper.

A questo punto le cose si complicano: un orologio comincia ad andare all’indietro, e compare un’immagine in sovraimpressione che mostra in primo piano il volto di Cooper, che nella stanza della stazione di polizia di Twin Peaks dice: «Viviamo in un sogno. Spero di rivedervi, tutti quanti». Cooper entra quindi, da solo, nella stanza del Great Northern Hotel della quale il Maggiore Briggs gli aveva lasciato la chiave. Incontra qui MIKE, che lo porta con sé al Dutchman, il motel dove si nasconde Philip Jeffries, l’agente dell’FBI che in Fuoco cammina con me era interpretato da David Bowie e che ora si è trasformato in una specie di caldaia che comunica emettendo fumo.

Cooper è qui perché vuole trovare Judy, un’entità malvagia sulla quale Jeffries aveva indagato, informando soltanto Gordon Cole. La natura di Judy non è spiegata esplicitamente, ma da quello che si capisce è una specie di “madre di tutti i mali”, una forza che forse ha creato BOB nella gigantesca esplosione vista nell’episodio 8 della nuova stagione. Anche Cooper cattivo la stava cercando, probabilmente perché BOB voleva ricongiungersi a lei, ma è stato ucciso prima che ci riuscisse.

Dopo l’incontro con Jeffries, Cooper torna indietro nel tempo fino alla notte in cui Laura Palmer fu uccisa: ci riesce, forse, grazie alle conoscenze acquisite nei venticinque anni in cui è rimasto intrappolato nella Loggia Nera. Riesce a intercettare Laura nel bosco dove avrebbe dovuto incontrare Jaques Renault, Leo Johnson e Ronette Pulaski, e la prende per mano. Nella scena successiva si vede il telo di plastica sul bordo del fiume con il corpo di Laura scomparire, lasciando intendere che Cooper è riuscito a impedire il suo omicidio. Ma si vede anche Sarah Palmer colpire ripetutamente una foto di Laura con una bottiglia, e subito dopo, nel bosco, Laura scompare.

Questa è la chiave per capire l’episodio successivo. In una scena di questa stagione, Sarah Palmer si è “aperta” la faccia rivelando un misterioso volto nero con un ghigno, prima di azzannare al collo un uomo che la stava molestando in un bar. Il motivo, secondo l’interpretazione più condivisa, è che dentro di lei risieda proprio Judy, che distruggendo la foto di Laura è riuscita a sventare il piano di Cooper. Quello che ha fatto è stato creare una nuova dimensione alternativa nella quale continuare ad accanirsi su Laura Palmer, che è una persona diversa: vive a Odessa, in Texas, sotto il nome di Carrie Page. Anche Laura si era “aperta la faccia”, nella Loggia Nera, rivelando però una luce bianca, come a simboleggiare una presenza opposta a quella della madre, e benigna.

Nell’episodio 18, Cooper torna nella Loggia Nera. Parla con MIKE, con il misterioso albero, con Laura e con Leland Palmer. Poi esce e incontra Diane, con la quale si mette a guidare in un paesaggio desertico su un’auto apparentemente molto vecchia. Si fermano quindi al 430esimo miglio, in presenza di alcuni tralicci sfrigolanti di elettricità, si baciano e vengono teletrasportati su un’altra strada, di notte. Si fermano in un motel, fanno sesso, e la mattina seguente Cooper trova un biglietto in cui una certa Linda gli dice di averlo lasciato, rivolgendosi a lui come a Richard.

Chi conosce la filmografia di Lynch, avrà riconosciuto un tipico topos di Lynch: personaggi che di punto in bianco cominciano a chiamarsi con un nome diverso ed essere persone completamente diverse, come in Mulholland Drive e in Strade Perdute. Ma in questo caso c’è una spiegazione relativamente semplice: Cooper e Diane sono entrati nell’altra dimensione, quella creata da Judy per continuare a fare le sue cose malvagie a Laura Palmer. Era già stato tutto anticipato dal Gigante in una puntata precedente della nuova stagione, quando nella Loggia Nera aveva detto a Cooper: «Ricorda 430. Richard e Linda. Due piccioni, una fava». I due piccioni con una fava, probabilmente, sono salvare Laura e uccidere Judy, entrando appunto nell’altra dimensione.

Cooper, in questa dimensione, è una versione strana di se stesso, apparentemente un misto tra il vero Cooper, quello cattivo e Dougie. Esce dal motel, che è completamente diverso, e si mette in macchina. Passa davanti a un ristorante che si chiama Judy’s, e capisce che troverà Laura lì dentro. Infatti, dopo essersi scontrato con tre brutti ceffi, ottiene da una cameriera l’indirizzo di un’altra donna che lavora lì: va a casa sua e trova Laura Palmer, che però ha un nome e una vita diversa. In qualche modo la convince a seguirlo a Twin Peaks, e si capisce che anche in questa dimensione a Laura capitano cose brutte: se non altro perché ha un uomo morto, con il cervello spappolato, in salotto.

Cooper e Laura attraversano mezzi Stati Uniti e arrivano infine a Twin Peaks, nello stato di Washington. Arrivano davanti alla casa dei Palmer, ma Laura non la riconosce. Cooper suona allora al citofono, aspettandosi di trovare Sarah, ma apre la porta un’altra donna, interpretata peraltro dalla vera proprietaria della casa. Dice di chiamarsi Tremond, che non conosce nessuna Sarah Palmer, e che la casa gliel’ha venduta una certa signora Chalfont. Cooper, disorientato, ringrazia e si allontana con Laura. «Che anno è?», chiede Cooper sul vialetto davanti alla casa. In lontananza si sente qualcuno gridare «Laura!», che assume un’espressione terrorizzata e fa un urlo. Le luci nella casa si spengono di colpo. Fine.

Cos’è successo? L’urlo sembra suggerire che Cooper non sia riuscito a salvare Laura in questa dimensione, né a sconfiggere Judy. La casa dei Palmer, si intuisce, è qualcosa di simile al posto dove risiede l’entità malvagia: lo capiamo dal nome della donna che possiede la casa e dalla precedente padrona, Tremond e Chalfont. Sono i due nomi con cui si faceva chiamare l’anziana signora che nel film Fuoco cammina con me viveva con il nipote al Fat Trout Trailer Park, e che in alcune scene si vede all’interno della Loggia Nera, insieme alle altre entità malvagie. In una visione di Laura, le aveva consegnato un dipinto attraverso il quale si poteva passare dalla sua camera alla Loggia Nera.

La grande lotta tra il Bene e il Male, che è praticamente il tema attorno al quale ruota tutta Twin Peaks, sembra destinata a non finire: Laura non è morta nella dimensione principale ma è ancora tormentata da Judy in quella alternativa. Dimensione in cui Cooper, che non è riuscito a sconfiggere Judy, potrebbe essere intrappolato per sempre: durante il loro incontro, Jeffries aveva emesso il simbolo dell’infinito con il fumo.

All’interpretazione più diffusa del finale, se ne è aggiunta un’altra che ha riscosso molto successo online: è molto complicata, e ipotizza che la nuova stagione riveli in certi suoi punti una realtà alternativa a quella di Twin Peaks che non è tanto una dimensione parallela, quanto la vera realtà, quella in cui viviamo noi spettatori. A seconda delle interpretazioni, a sognare la realtà di Twin Peaks sarebbe Dale Cooper, oppure Richard, oppure Audrey, che nella nuova stagione si trova evidentemente in un mondo che non è lo stesso degli altri personaggi. Ci sono molti indizi alla base di questa teoria, alcuni più pretestuosi, altri meno: per esempio il fatto che lo stesso Cooper dica «viviamo tutti in un sogno» o «vediamoci all’inchino finale», o che a un certo punto compaia la sua faccia in sovraimpressione, come se assistesse a una proiezione. Ci sono molti riferimenti “meta” inseriti più o meno esplicitamente da Lynch, che rompono la finzione in diversi momenti: il sogno di Gordon Cole in cui Monica Bellucci interpreta se stessa; il fatto che l’amante di Audrey, Billy, abbia lo stesso nome dell’attore che interpreta il pretendente di Audrey nelle prime stagioni, Billy Zane; il fatto che l’attrice che interpreta la proprietaria della casa dei Palmer sia la vera proprietaria della casa; e molti piccoli dettagli nell’ultimo episodio, messi insieme in modo metodico qui.

Cosa ne hanno scritto i critici
Uno dei termini più utilizzati sui social network per descrivere quelle che molto probabilmente saranno le ultime due ore di Twin Peaks di sempre – visto che non si parla di un seguito – è stato “frustrante”. Ma nelle recensioni più ragionate arrivate nei giorni successivi, i critici ne hanno parlato soprattutto bene. Murray ha amato il finale, scrive, per i molti momenti esaltanti per i fan storici della serie, e dice che in molti momenti vedendolo gli è sembrato di essere in trance. Su Vox, Todd VanDerWerff ha scritto di avere apprezzato soprattutto il modo in cui Lynch e Frost hanno lentamente costruito le motivazioni di ciascun personaggio per ritrovarsi alla fine, tutti insieme, nella stazione di polizia di Twin Peaks per il rendez-vous finale.

Molte cose della nuova stagione però sono rimaste irrisolte, e soprattutto l’impressione è che buona parte di queste 18 ore totali non abbiano contribuito davvero alla storia. Ma nei molti nuovi personaggi, nelle scene inutilmente lunghe e in quelle totalmente fini a se stesse, Lynch ha fatto in pratica un “servizio ai fan”, ricordando perché Twin Peaks aveva avuto un successo così trasversale quando cominciò, nel 1990. Come ha scritto Dan Martin sul Guardian, «di gran lunga i momenti più belli del Ritorno sono stati quelli più in sordina, meno legati alla trama: le telefonate della Signora Ceppo, la lenta storia d’amore tra Ed e Norma, tutto quello che ha riguardato il Dr. Amp o i fratelli Mitchum, la parlata di Gordon Cole, il totale fallimento di Dougie nel giocare a palla con Sonny Jim. Questi momenti hanno fatto la serie: e ciononostante, quasi nessuno di essi ha avuto a che fare con la narrazione della storia, che però senza di loro sarebbe stata molto più povera». L’opinione condivisa, quindi, è: 18 ore potevano essere molte di meno, ma sono pur sempre state 18 ore di puro Lynch, e quindi chi è suo fan dovrebbe soltanto ringraziare. Anche se c’è chi, come Alan Sepinwall di Uproxx, pensa che queste sottotrame alla fine abbiano distratto dal resto delle cose che Lynch e Frost stavano facendo così bene.

Secondo VanDerWerff, lo spaesamento e la sensazione di irresolutezza trasmessi dal finale di Twin Peaks sono perfetti come conclusione per quello che è il vero tema della serie: la violenza e la morte, e in particolare la morte di una giovane donna, di fronte alla quale non ci sono vere risposte. Anche Martin ha un’opinione simile: interpretare ogni singolo dettaglio serve a poco, perché «non abbiamo mai dovuto davvero capire». Quello che Lynch vuole dire, secondo Martin, è che «tutto questo è accaduto in passato, e accadrà di nuovo. Le cose brutte succederanno, le lezioni non verranno imparate, e girovagare troppo ti spedirà in un’enorme tana del coniglio». La pensa così anche Matt Zoller Seitz, che su Vulture ha scritto che è stata la «conclusione/non conclusione perfetta per tutto quello che c’è stato prima», la «risposta della cultura pop americana a Werner Herzog». Anche secondo lui interpretare il finale serve a poco: «la totalità soverchiante e imperscrutabile di questa cosa sconfigge i tentativi di decifrarla. Lynch e Frost sono andati oltre le tradizionali dicotomie tra soddisfacente/non soddisfacente, felice/triste, comprensibile/onirico, creando un’opera così originale e spaesante che potrebbe essere stata trasmessa dalla Loggia nera, con i suoi dialoghi all’incontrario presentati senza sottotitoli».

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