Sappiamo cosa mangiavano i Neanderthal, grazie al loro tartaro

Analizzando alcuni fossili, i ricercatori hanno trovato tracce di rinoceronte lanoso, mufloni, funghi e di piante forse usate come antidolorifici e antibiotici

(Paleoanthropology Group MNCN-CSIC)

Analizzando il tartaro tra i denti di alcuni Neanderthal, un gruppo di ricercatori guidati da Laura Weyrich dell’Università di Adelaide (Australia) è riuscito a ricostruire parte della dieta di alcuni ominidi vissuti in Europa circa 50mila anni fa. La ricerca ha portato ad alcune interessanti scoperte: oltre a variare sensibilmente la loro dieta a seconda delle latitudini a cui vivevano, alcuni gruppi di Neanderthal utilizzavano probabilmente piante con capacità medicinali, seppure limitate, per curare alcuni acciacchi come il mal di denti.

L’uomo di Neanderthal era un ominide con molte affinità all’Homo sapiens, l’essere umano moderno (noi, in pratica), e deve il suo nome alla valle di Neander nei pressi di Düsseldorf (Germania) dove furono ritrovati i primi resti fossili. Gli studi condotti nell’ultimo secolo hanno confermato che i Neanderthal avevano un comportamento sociale avanzato e paragonabile a quello di diversi gruppi di Homo sapiens. Le ultime tracce di questi ominidi finora ritrovate risalgono a 40mila anni fa circa, nel paleolitico medio: a oggi non è ancora chiaro quali furono le cause che portarono questa specie a scomparire lasciando definitivamente posto ai sapiens.

Per la sua ricerca, pubblicata su Nature, Weyrich si è chiesta se fosse possibile ricostruire almeno in parte la dieta degli ominidi analizzando le tracce di tartaro sulla loro dentatura. Il tartaro si produce quando la placca batterica – l’insieme di germi che vivono e proliferano sulla superficie dei denti – si trasforma con la stratificazione di sali di calcio e fosfati. Il gruppo di ricerca ha realizzato lo studio analizzando campioni dentali di Neanderthal trovati negli anni in diverse località dell’Europa presso le grotte di: Spy in Belgio, El Sidrón in Spagna e Breuil in Italia.

L’analisi del tartaro sui fossili provenienti dalla grotta di Spy ha rivelato l’esistenza di DNA simile a quello dei moderni rinoceronti e di alcuni ovini. I ricercatori ipotizzano quindi che il gruppo di Neanderthal nell’attuale Belgio si nutrisse di animali come rinoceronti lanosi (ora estinti) e mufloni, dei quali c’era una notevole abbondanza. Sugli stessi campioni sono state trovate tracce di DNA riconducibili ad alcune specie di fungo, suggerendo che questi ominidi variassero a sufficienza la loro dieta senza trascurare il gusto, oltre alle necessità di sfamarsi. I risultati confermano ricerche condotte in precedenza nella grotta di Spy che, tra le altre cose, avevano portato all’identificazione di fossili di rinoceronte lanoso. Nella stessa caverna non sono stati invece trovati fossili di mufloni, ma i ricercatori ricordano che questi animali erano comunque piuttosto diffusi in Europa nel paleolitico medio.

La dieta dei Neanderthal in Spagna era invece diversa, almeno secondo i campioni dentali analizzati da Weyrich e colleghi. Nella loro ricerca scrivono di non avere trovato tracce di DNA di grandi animali, ma solamente sequenze genetiche compatibili con quelle dei pinoli, del muschio e di alcune specie di fungo commestibili. Anche in questo caso i risultati sono compatibili con le ipotesi formulate finora su flora e fauna dell’Europa dell’epoca: ricoperta di grandi foreste nell’area della Penisola iberica e formata da steppe più a nord, nella zona dell’attuale Belgio. Le marcate variazioni nella dieta dei Neanderthal, già messe in evidenza da altre ricerche, testimoniano quanto fossero vari gli ecosistemi in Europa.

I campioni della grotta di El Sidrón hanno inoltre fornito qualche indizio a conferma delle ipotesi sull’utilizzo di piante da parte dei Neanderthal per curarsi. Sono state rilevate tracce di DNA compatibili con il pioppo, pianta che contiene l’acido acetilsalicilico (il principio attivo dell’aspirina), e con alcune muffe sulle quali prolifera il Penicillium con proprietà antibiotiche. I ricercatori ipotizzano che l’ominide su cui sono state trovate queste tracce avesse un problema ai denti, come un ascesso, per il quale aveva cercato sollievo. Nel 2012 un altro studio aveva ipotizzato qualcosa di simile, dopo avere trovato resti fossili di alcuni composti a base vegetale senza alcuna proprietà nutritiva, quindi probabilmente usati per altri scopi come quelli medicinali.

La ricerca di Weyrich e colleghi è stata accolta con molto interesse dai paleoantropologi perché offre nuovi importanti indizi sulla vita dei Neanderthal, e sulle loro abitudini alimentari. I risultati sono interessanti, ma devono essere trattati con qualche cautela perché studi eseguiti sugli esseri umani contemporanei hanno dimostrato che non sempre nel tartaro si conservano invariate le tracce di DNA del cibo. Il tartaro è frutto di una stratificazione che dura per decenni, soprattutto in assenza di particolari mezzi per mantenere una buona igiene orale, quindi non si può dire con certezza se i resti analizzati siano quelli di un ultimo pasto prima della morte di un ominide o il risultato di anni di alimentazione. La combinazione delle tecniche usate da Weyrich e colleghi con altri sistemi può comunque fornire nuovi indizi per comprendere meglio la storia dei Neanderthal e, forse un giorno, la fine che fecero.

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