Non c’è un “allarme Campi Flegrei”

Che cosa dice davvero il nuovo studio sul grande complesso vulcanico vicino a Napoli, senza panico

Un'immagine satellitare dei Campi Flegrei (NASA.gov)
Un'immagine satellitare dei Campi Flegrei (NASA.gov)

A nord-ovest della città di Napoli, e del suo golfo, c’è un’enorme area vulcanica con un’estensione massima di circa 15 chilometri, nota fino dall’antichità come Campi Flegrei. La zona comprende 24 vulcani e numerosi crateri, attualmente quiescenti: hanno un’attività minima, con produzioni di gas, ma non tale da portare a eruzioni vere e proprie. Una recente ricerca pubblicata su Nature Communications, e realizzata da un gruppo di ricercatori italiani, ha però messo in evidenza la necessità di approfondire gli studi sui vulcani della zona che danno qualche segnale di “risveglio”, per avere informazioni più precise anche dal punto di vista della valutazione del rischio, necessaria per la tutela degli abitanti di un’area densamente popolata come quella intorno a Napoli. La ricerca è stata ripresa da molti giornali, anche all’estero, che ne hanno in alcuni casi travisato il senso: non c’è nessuna emergenza nell’immediato e l’intensificarsi di alcune attività vulcaniche nei Campi Flegrei è noto da tempo e tenuto sotto controllo, con accurate rilevazioni quotidiane.

Il compito di monitorare i Campi Flegrei è svolto in primo luogo dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che fa un lavoro prezioso sia dal punto di vista della ricerca scientifica sui vulcani, sia per aggiornare costantemente le autorità di protezione civile sui fattori di rischio per la popolazione. Attraverso l’Osservatorio Vesuviano, i tecnici e i ricercatori dell’INGV monitorano con particolare attenzione da anni la zona dei Campi Flegrei. Lungo l’estesa serie di edifici vulcanici e crateri sono stati collocati sismografi, sistemi di rilevazione delle deformazioni del suolo, sensori per rilevare la fuoriuscita di gas e altro materiale dalle fumarole. Sulla base di questi dati, i ricercatori conducono periodicamente sopralluoghi in vari punti della caldera (cioè i vulcani intorno ai quali si verifica uno sprofondamento del terreno in seguito alle eruzioni), per verificare l’andamento dell’attività vulcanica e le tracce di eventuali “risvegli”. Ogni settimana l’Osservatorio pubblica un bollettino con dati, mappe e valutazioni sull’andamento dell’attività dei Campi Flegrei, documentazione che viene utilizzata dal Dipartimento della Protezione Civile per le valutazioni del rischio.

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Lo studio pubblicato su Nature Communications è stato coordinato da Giovanni Chiodini, dirigente di ricerca dell’INGV che ha collaborato con numerosi ricercatori di varie sezioni dell’Istituto e di facoltà in giro per l’Italia. Il primo obiettivo della ricerca è stato comprendere meglio “i processi che avvengono all’interno dei vulcani quiescenti che, presentando evidenze di unrest vulcanico [cioè di instabilità, ndr], potrebbero evolvere verso un’eruzione”. Per il loro lavoro i ricercatori hanno utilizzato i dati raccolti nell’area dei Campi Flegrei, che come abbiamo visto ha molte caratteristiche tipiche dei vulcani quiescenti, ma comunque irrequieti e soggetti a fenomeni di unrest vulcanico.

Quando il magma (rocce fuse, acqua e altri fluidi disciolti) risale verso la superficie, perde progressivamente pressione e rilascia parte delle sue sostanze gassose. Il fenomeno è noto da tempo, ma la nuova ricerca lo ha approfondito per comprendere come questi rilasci possano influire sugli stati di unrest, ed eventualmente portare a eruzioni rendendo nuovamente attivi i vulcani. Lo studio spiega che – a seconda di come è fatto il magma – ci sono variazioni notevoli nelle quantità di fluidi rilasciati, che in alcuni casi possono portare a un valore critico di pressione che rende possibile l’eruzione.

In queste condizioni, il magma spinto verso gli strati più superficiali della crosta terrestre rilascia grandi quantità di acqua, sotto forma di vapore ad altissima temperatura, che penetra negli strati di roccia più superficiali che si trovano tra lo stesso magma e il suolo. Questo strato roccioso a contatto con il vapore si scalda al punto da perdere la propria resistenza meccanica, portando l’unrest verso condizioni critiche. Al tempo stesso, la perdita d’acqua fa sì che il magma diventi più viscoso (meno scorrevole) e quindi che rallenti la propria risalita verso la superficie, in molti casi fino ad arrestarla.

Confermando teorie simili formulate in passato, lo studio coordinato da Chiodini dice che a seconda delle circostanze questo tipo di processo può portare una caldera a tornare attiva, oppure a mantenere ugualmente la sua quiescenza. Se lo strato roccioso tra il magma e la superficie ha caratteristiche tali da deformarsi facilmente, per le rocce che lo compongono e il suo spessore, allora si può generare un’eruzione vera e propria; se invece il magma diventa molto più viscoso, si verifica una solidificazione dello stesso tale da portare all’esaurimento dell’unrest.

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Da più di 60 anni, nei Campi Flegrei ci sono ricorrenti fenomeni di bradisismo, cioè il lento sollevamento o abbassamento del terreno, dovuto proprio alla presenza della grande caldera e dei suoi turbolenti fenomeni sotterranei. Dal 2005 i ricercatori hanno rilevato un nuovo periodo di sollevamento, tale da portare 7 anni dopo la zona allo stadio di “attenzione scientifica”, uno dei livelli utilizzati per indicare il fattore di rischio e che implica un monitoraggio costante. I dati raccolti in questi anni, e compresi nella ricerca pubblicata su Nature Communications, dicono che ci sono segni di “depressurizzazione del magma”, cioè di rilascio di grandi quantità di vapore acqueo che sta riscaldando lo strato roccioso tra il magma e la superficie, riscontrato anche dal riscaldamento del suolo. Secondo Chiodini e i suoi colleghi, tutto questo potrebbe indicare che ci si sta avvicinando a una condizione di “pressione critica”, che a sua volta ha portato alle deformazioni rilevate sul terreno, all’aumento degli eventi sismici nella zona e ad una attività più intensa di alcune fumarole.

Lo studio, però, si ferma qui: giustamente non fa ipotesi sull’evoluzione della situazione, ricordando che servono nuove indagini e rilevazioni per “stabilire la possibile evoluzione futura dell’unrest vulcanico”. Quindi, per farla breve, la ricerca di Chiodini e colleghi non fa nessuna previsione né prospetta scenari disastrosi, come è stato scritto da qualche parte, ma consiglia di intensificare osservazioni e analisi per capire che cosa sta succedendo ai Campi Flegrei, anche sulla base delle nuove scoperte sul comportamento del magma quando viene spinto verso la superficie. Lo studio è inoltre importante perché ha identificato meglio il concetto di “valore critico di pressione”, che potrà essere utilizzato per modelli più accurati di valutazione del rischio nei Campi Flegrei.