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  • mercoledì 3 febbraio 2016

La fine del PCI, 25 anni fa

Il 3 febbraio 1991 si concluse a Rimini l’ultimo congresso del più grande partito comunista dell’Europa occidentale

Achille Occhetto durante il XVIII Congresso del PCI, marzo 1989 (©lapresse)

Il 3 febbraio del 1991, 25 anni fa, si concluse a Rimini l’ultimo congresso del Partito Comunista italiano. Fu un momento molto importante per la storia della sinistra in Italia e, dunque, per la politica italiana in generale: segnò la fine della storia del più grande partito comunista dell’Europa occidentale. Alla fine del congresso fu approvato lo scioglimento del PCI e la nascita del Partito Democratico della Sinistra: tra i dirigenti di allora che approvarono questa linea ci furono Walter Veltroni, Massimo D’Alema e Giorgio Napolitano. Il simbolo del nuovo partito era una quercia; falce e martello comparivano ma in piccolo, alla base del tronco della quercia. Achille Occhetto divenne il primo segretario del PDS, Stefano Rodotà venne eletto come primo presidente.

«Cari compagni e care compagne, in molti sentono che è giunta in qualche modo l’ora di cambiare»: così iniziò l’ultimo discorso a Rimini di Achille Occhetto come segretario del PCI. «Non si tratterà solo di cambiare targhe sulle porte delle sezioni, occorrerà andare a una grande opera di conquista e di proselitismo (…) Oggi è un momento importante della nostra vicenda collettiva e sarà un momento memorabile della storia politica d’Italia (…) Per costruire, con il compito, con l’orgoglio che vi guida, il futuro dell’Italia».

Il XX congresso del PCI cominciò il 31 gennaio del 1991 ed è stato più volte definito un “grande rito collettivo”. Ci furono discussioni molto accese e momenti di commozione. Achille Occhetto, dopo una prima votazione non valida per mancanza del quorum, venne pregato perché ripresentasse la propria candidatura e risultò eletto segretario con il 72 per cento dei voti dei delegati. Al congresso furono presentate tre mozioni: la mozione di Occhetto, “Per il Partito democratico della sinistra”; la mozione “Per un moderno partito antagonista e riformatore” proposta, tra gli altri, da Antonio Bassolino, Alberto Asor Rosa e Mario Tronti; e infine quella della “Rifondazione comunista” sottoscritta, tra gli altri, da Pietro Ingrao, Lucio Magri, Alessandro Natta, Armando Cossutta e Luciana Castellina. Un gruppo di delegati di quest’ultima mozione decise di non aderire al nuovo partito e fondare una nuova formazione politica che mantenesse nel nome la parola “comunista”: il 15 dicembre del 1991 nacque quindi Rifondazione Comunista.

La mozione di Occhetto fissava le linee guida del nuovo partito. Era stata preparata da un lungo processo interno e dalla fine di un’epoca: il crollo del comunismo sovietico e la caduta del muro di Berlino. Il Partito Comunista Italiano (PCI) era nato nel gennaio del 1921 a Livorno come Partito Comunista d’Italia. Durante la Seconda guerra mondiale (con Palmiro Togliatti) diventò un importante partito nazionale, promuovendo e organizzando la Resistenza contro i tedeschi e il fascismo. Nel 1947 Alcide De Gasperi (fondatore della Democrazia Cristiana, ultimo presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia e primo della Repubblica Italiana) decise di estromettere le sinistre dal governo e il PCI passò all’opposizione, rimanendo fedele alle direttive politiche generali dell’Unione Sovietica ma sviluppando nel tempo una politica sempre più autonoma. Questo avvenne soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, in particolare durante la segreteria di Enrico Berlinguer che promosse il cosiddetto compromesso storico, convinto che la rivoluzione comunista dovesse diventare «un processo interno allo sviluppo della democrazia».

Gli anni Ottanta furono anni difficili e complicati per il partito: il movimento operaio entrò in crisi, Berlinguer morì, al referendum sulla scala mobile del 1985 vinsero i “no” e il Partito Socialista Italiano riuscì a conquistare la presidenza del Consiglio (1983, Governo Craxi I). Alla guida del partito c’era Alessandro Natta, erede di Berlinguer, che a causa di problemi di salute fu sostituito nel giugno del 1988 da Achille Occhetto. Nel frattempo Mikhail Gorbaciov era diventato segretario generale del Partito Comunista Sovietico e l’Unione Sovietica attraversava una crisi profonda. Durante la segreteria di Occhetto iniziò un grande dibattito interno al partito sul rinnovamento, proprio a partire dal nome e dalla parola “comunista”.

Il primo a introdurlo apertamente fu Giorgio Napolitano, responsabile a quel tempo della commissione internazionale del PCI. Era il febbraio del 1989 e il settimanale Epoca realizzò un sondaggio proprio sulla questione del nome: solo il 27,7 per cento dell’elettorato comunista risultò favorevole ad un’ipotesi di cambiamento. Nonostante questo, al XVIII Congresso del partito (marzo 1989) Occhetto iniziò a definire meglio la nuova prospettiva che avrebbe dovuto assumere il PCI. In gioco, comunque, non c’era solo la questione del nome, ma anche quella di un possibile ricongiungimento fra socialisti e comunisti e quella del mondo che stava cambiando. La sera del 9 novembre 1989 crollò il Muro di Berlino. Tre giorni dopo Occhetto fece il celebre annuncio della “svolta della Bolognina”: era necessario «non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso».

Della “svolta” si discusse ufficialmente il 13 novembre in segreteria del PCI e per altri due giorni in Direzione. Il tutto venne però rinviato al Comitato Centrale, che si aprì il 20 dello stesso mese. In quei giorni iniziarono comunque a delinearsi le diverse posizioni all’interno del PCI: da una parte quella che potremmo definire “la destra” del partito, fedele a Occhetto, e dall’altra parte “la sinistra” che assunse un iniziale atteggiamento di prudenza. Almeno fino al rientro da Madrid di Pietro Ingrao, storico leader della sinistra del PCI, che dichiarò: «Non sono d’accordo con la proposta avanzata da Occhetto. Spiegherò il mio dissenso nel Comitato centrale». Tra i militanti, nel frattempo, la svolta era stata accolta con rabbia, proteste e in modo piuttosto drammatico. Palombella Rossa, film del 1989 di Nanni Moretti, raccontò a modo suo quella fase:

Il 20 novembre si aprì il Comitato Centrale a Roma in via delle Botteghe Oscure. I suoi 300 membri discussero della svolta per cinque giorni (venendo accolti da 200 militanti in protesta). Nella sua relazione introduttiva Occhetto affermò di «condividere il tormento» dei compagni, ma chiese: «Fino a quando una forza di sinistra può durare senza risolvere il problema del potere, cioè di un potere diverso?». Da qui l’idea di fare un nuovo partito con altri partiti di sinistra (la «sinistra diffusa») per poi andare al governo col PSI e altri e con la DC all’opposizione. Occhetto chiuse avvertendo però che «prima viene la cosa e poi il nome. E la cosa è la costruzione in Italia di una nuova forza politica». Da quel momento in poi il dibattito sulla svolta della Bolognina sarà anche chiamato come il “dibattito sulla Cosa” (Nanni Moretti ci girò un documentario, intitolato appunto La Cosa, raccontando le discussioni – senza alcun commento – all’interno di alcune sezioni del Partito Comunista Italiano proprio nei giorni successivi alla proposta di Occhetto).

Il Comitato Centrale si concluse il 24 novembre e assunse la proposta del segretario «di dar vita ad una fase costituente di una nuova formazione politica», ma allo stesso tempo accettò la proposta delle opposizioni di indire un congresso straordinario entro quattro mesi. Il XIX e penultimo congresso del PCI si tenne dal 7 all’11 marzo del 1990. Le mozioni discusse furono tre: quella del segretario Achille Occhetto; quella firmata da Alessandro Natta e Pietro Ingrao, che invece si opponeva ad una modifica del nome, del simbolo e della tradizione; quella proposta da Armando Cossutta, simile alla seconda. Vinse la mozione di Occhetto con il 67 per cento delle preferenze: Achille Occhetto venne riconfermato segretario e pianse. L’anno dopo, all’ultimo congresso del PCI, Occhetto vinse ancora.

Il Congresso di Rimini è stato condensato in diciassette minuti in un documentario di Simona Ercolani. Si vedono le facce di moltissimi protagonisti di quegli anni e degli anni a venire: per chi non li riconosce, o li riconosce e vuole saperne qualcosa in più, qui sotto c’è “un indice dei volti”.

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