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Il problema della ricerca scientifica che aiuta il bracconaggio

I dati sulle scoperte di nuovi animali vengono usati dai bracconieri per catturarli e rivenderli: alcune riviste scientifiche hanno iniziato ad auto-censurarsi

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Ogni anno la scoperta di decine di nuove specie animali viene annunciata sulle riviste scientifiche, offrendo ai ricercatori nuovi elementi e informazioni per comprendere meglio come funzionano gli habitat naturali o per ricostruzione l’evoluzione di particolari specie viventi. La pubblicazione di queste informazioni è essenziale per il progresso della ricerca, ma al tempo stesso espone le nuove scoperte – di solito molto rare – alle attenzioni dei bracconieri alla ricerca di animali da cacciare, per catturarli e venderli. Per arginare il fenomeno da qualche tempo alcune delle più importanti riviste scientifiche hanno iniziato a omettere informazioni sui dati e i periodi dell’anno in cui sono state osservate le nuove specie.

La rivista scientifica Zootaxa, tra le più importanti su cui si discutono le scoperte di nuove specie, ha per esempio pubblicato uno studio sul ritrovamento di due specie di geco in Cina senza dare alcuna informazione specifica sul luogo in cui gli animali sono stati osservati dai ricercatori.

A causa della popolarità di questo genere di nuovi animali, e per via dei molti casi in cui la descrizione scientifica di una specie ha portato alla sua quasi totale estinzione a causa di chi li caccia a fini commerciali, non riveliamo su questo giornale il luogo in cui sono state identificate queste specie.

Il Guardian spiega che anche se non sono di pubblico dominio, le informazioni sui due nuovi animali sono state condivise con i governi interessati e che gli altri scienziati potranno ottenere ulteriori dettagli facendone richiesta. Una soluzione simile è stata adottata in passato da altre riviste scientifiche e sembra essere l’unica soluzione per fermare – o per lo meno complicare – gli affari dei bracconieri e di chi vende sul mercato nero.

La Commissione internazionale della nomenclatura zoologica (ICZN), l’organismo che si occupa di coordinare la gestione della classificazione delle specie, non richiede ai ricercatori di fornire indicazioni precise sul luogo in cui hanno osservato nuovi animali. Per completezza e per dare più solidità alle loro scoperte, molti preferiscono comunque farlo, mentre altri si limitano a indicare genericamente un’ampia porzione di territorio. In alcuni casi un’indicazione di questo tipo è comunque sufficiente per scoprire dove si trovano gli animali, e fa quindi il gioco dei contrabbandieri. Arrivati nel luogo, di solito corrompono il funzionario di qualche autorità locale oppure ottengono informazioni tramite i loro contatti e i cacciatori della zona, arrivando facilmente alle nuove specie.

Il Guardian cita l’esempio della scoperta di una specie di geco la scorsa estate in Madagascar: a quattro mesi dall’annuncio su Zootaxa, in Europa furono identificati i primi esemplari di questo animale da poco scoperto. Nel 1994 qualcosa di analogo accadde con una nuova specie di testuggine trovata sull’Isola Roti dell’Indonesia: era rarissima e lo divenne ancora di più in seguito a una caccia massiccia dei pochi esemplari conosciuti.

Per Ariadne Angulo della Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), l’organizzazione non governativa con sede in Svizzera tra le più importanti per la tutela degli ecosistemi, la scelta di non divulgare alcune informazioni sui luoghi delle scoperte pone comunque un serio dilemma etico: “Molti scienziati devono confrontarsi con questo tema: abbiamo appena scoperto una specie che nessuno conosce – che magari non è ancora nemmeno considerata una specie – la descriviamo, diamo informazioni su dove si trova, finisce tra i dati della ricerca e pochi mesi dopo quella specie può essere trovata sul mercato”. La IUCN consiglia alle testate di non dare informazioni sulle specie altamente in pericolo, anche per quelle già note, come politica generale, ma molti giornali non seguono queste indicazioni.

Il problema riguarda soprattutto alcuni tipi di animali di media e piccola taglia, in particolare rettili e anfibi che contano oltre 10.200 specie. Solo l’8 per cento di queste sono comprese nei regolamenti sul commercio estero, con espliciti divieti per la loro vendita. Per le restanti specie di rettili non ci sono regole condivise e, sfruttando le aree grigie legislative, i bracconieri riescono a vendere con relativa facilità i loro prodotti senza particolari rischi. Negli ultimi 10 anni, secondo Eurostat, nell’Unione Europea sono stati commercializzati circa 20 milioni di rettili, venduti per lo più a collezionisti, spesso alla ricerca di esemplari molto rari per arricchire i loro terrari.

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