• Cultura
  • mercoledì 15 aprile 2015

Capire le figure

Nel suo nuovo libro Andrea Girolami parla di cosa è successo alle immagini passando dai poster a Tumblr

Andrea Girolami – giornalista di Wired e blogger a cui piace scrivere di cose strane –  ha scritto un libro scegliendo 48 parole per raccontare il modo in cui l’incontro tra nuove tecnologie e comunicazione ha cambiato la nostra esperienza del mondo, al punto tale che ci servono delle dritte per riuscire a orientarci, o un glossario per capire dove e a che punto siamo. Il libro si intitola Atlante delle cose nuove, è stato da poco pubblicato da Indiana Editore, e questa è la voce “Poster”. 

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È uno di quegli smottamenti che iniziano lentamente, e prima di accorgersene se ne è già travolti. All’inizio qualche sparuto grafico ha iniziato ad applicare l’idea con continuità, poi in numero sempre maggiore hanno seguito l’esempio e in poco tempo è diventata una vera e propria mania. Siti che raccolgono contenuti virali, social network come Tumblr o Facebook, portfolio di professionisti su network dedicati come Behance. Ovunque è un fiorire di illustrazioni. Disegni, stilizzazioni, grafiche digitali, immagini di ogni tipo create col preciso obiettivo di raccontarci un film, un libro, una storia, spesso addirittura sintetizzare un concetto complesso. Ci sono le serie che raccolgono e riproducono le scene d’azione più famose del cinema, i bozzetti che ricostruiscono i momenti dei più importanti incontri sportivi, o progetti come Posteria della graphic designer torinese Nicoletta Carboni, che ha raccontato il 2013 attraverso un pacchetto minimo di dodici disegni. Ad avere particolare fortuna e diffusione sono però le versioni alternative dei poster di film: le ultime uscite o gli immortali di culto.

Ho già scritto altrove della capacità di sintesi dell’immagine rispetto alla parola. Il caso delle illustrazioni e dei poster cinematografici (ufficiali o meno) è però emblematico, dato che questi hanno un duplice utilizzo. Da un lato infatti possono essere utilizzati per evocare in modo facile ed emozionale qualcosa che ci è ancora sconosciuto: un intreccio, un concetto, una narrazione di cui non sappiamo esiti e sviluppi. Dall’altra hanno l’opposta funzione di rievocare in modo inedito e inaspettato ciò che per noi è già familiare, e di cui sintetizzano in uno spazio limitato l’intera portata emotiva. Sono un po’ come delle moderne madeleine per i nostri occhi affaticati dal continuo e incessante scrolling.

L’illustrazione è dunque la vera unità di misura della comunicazione online. L’analisi della sua enorme diffusione, sia in termini quantitativi che stilistici, racconta molto di come i media tradizionali siano stati travolti dall’ondata iconografica. Lo sa bene Richard Turley, celebre art director americano, che nel 2010 ha preso le redini del magazine economico «Bloomberg Businessweek» ripensandone completamente la grafica e confezionando una serie di mirabolanti copertine divenute immediatamente oggetto di studio (e dunque fenomeni virali) nei social network online. Titoli strillati con lettering enormi, soluzioni visive ironiche o provocatorie: una foto di Obama tagliata a metà come se la pagina fosse lo schermo di un browser andato in crash, un grigio manager con un’erezione a forma di indice della borsa. I colori sono quelli vivaci tipici delle timeline di Facebook, dove a raccogliere la nostra attenzione sono quasi sempre i contenuti più vistosi e aggressivi, sia dal punto di vista concettuale che visivo.

Turley lo ribadisce in un’intervista per la rivista «Gestalten»: «Si tratta di essere immediati, di non vestirsi a festa a tutti i costi. C’è stato un momento un paio di anni fa in cui la copertina ha smesso di essere qualcosa per vendere duecento pagine di contenuto stampato ed è diventata una pubblicità per quello che la rivista fa, sia nella versione cartacea che online. Sono immagini fatte per essere diffuse su Twitter, nei social network, aumentando dunque l’influenza che la rivista può avere. Se l’immagine può essere postata in giro per il mondo allora le persone avranno un’occasione in più per pensare all’esistenza della rivista e magari acquistarne una copia». Il lavoro su un prodotto cartaceo portato avanti da Turley, così come quello di molti suoi colleghi, si ispira sempre più alle regole e allo stile del web design dei siti web e ha il merito di intuire come spesso le cose che condividiamo online non sono quelle che abbiamo davvero letto o consumato, ma quelle che «desideriamo che ci appartengano».

Lo sanno bene gli inventori di Tumblr, che proprio su questo meccanismo hanno costruito un social network dove decine di milioni di adolescenti di tutto il mondo curano le proprie bacheche personali ammassando foto, illustrazioni, pensieri e video adatti a costruire la loro personalità online. Una specie di biglietto da visita multimediale e in perenne evoluzione. Lo stanno pian piano realizzando anche i responsabili dei siti d’informazione online che hanno scoperto, sulla base dell’analisi dei dati, come «non ci sia effettiva correlazione tra le condivisioni nei social e le persone che leggono davvero gli articoli in questione». A scriverlo è Tony Haile, CEO di Chartbeat, azienda che misura il traffico in tempo reale di siti come «Time», «Forbes», il network di Gawker e Upworthy. Quest’ul- timo è celebre per essere il sito con il maggior tasso di crescita di traffico nel minor tempo nell’intera storia di internet. Anche i dati di Upworthy confermano il trend apparentemente isterico per cui click, riproduzioni di video e altre metriche di questo tipo non sono in grado di determinare se una persona abbia davvero fruito il contenuto che sta condividendo in quel momento. Insomma, sia i dati numerici che i responsabili creativi concordano su una cosa: se davvero nessuno legge più i giornali allora è necessario che siano almeno capaci di trasformarsi in qualcosa d’altro. Per esempio in un volano per il mondo che devono essere in grado di costruirsi attorno, fatto di prodotti diversi tra loro. Siti satellite, progetti digitali, eventi dal vivo, merchandising, property da spendersi su altre piattaforme tecnologiche.

Le illustrazioni che impazzano online in numero sempre crescente potrebbero essere considerate la sintesi grafica di tutte queste necessità. Prima tra tutte, quella di essere in grado di giudicare qualcosa e acquisire un’informazione con un semplice colpo d’occhio lungo una frazione di secondo. In questo, i tanti disegni che ci girano attorno sul web sono i perfetti eredi dei poster cinematografici cartacei di un tempo, primi tra tutti quelli della scuola polacca dell’epoca d’oro della prima metà del Novecento. In un’epoca in cui il marketing non era ancora così stringente e globalizzato, questi venivano realizzati da veri e propri artisti finanziati dal governo, a cui però veniva lasciata ampia libertà d’espressione. I loro lavori affissi alle pareti delle città erano spesso privi delle foto degli at- tori principali o delle scene chiave, ed erano il primo commento e interpretazione al film di prossima uscita di cui nessun critico aveva ancora parlato. Lo spiega bene il piccolo documentario di Marcin Latałło Behind the Poster, che racconta la parabola della scuola polacca dei grandi disegnatori di poster del Novecento. Henryk Tomaszewski, Jan Lenica o Roman Cieslewicz sono stati tra gli artisti che, in una nazione ancora quasi completamente analfabeta, hanno avuto la capacità e il talento di spiegare e raccontare un nuovo mondo. Quello fatto da beni e prodotti improvvisamente disponibili che andavano pubblicizzati dopo la fine della prima guerra mondiale e poi quello della propaganda governativa nel secondo dopo guerra.

Henryk Tomaszewski descrive così ai suoi studenti dell’Accademia di Belle Arti di Varsavia l’essenza dell’arte dell’illustrazione e dei poster: «Dovete mostrare qualcosa che non c’è, ma il vostro trucco deve essere visibile. Non aggiungere ma togliere. Il poster è come un cartello stradale». Una frase che suggerisce come la chiave per capire la natura e la creazione di immagini con una così alta densità informativa sia nel rapporto simbiotico con lo spazio circostante. Al tempo si trattava delle strade delle grigie metropoli dell’est Europa in cui venivano affissi. Ora i poster sono relegati in spazi ben delimitati all’interno di città caotiche e caleidoscopiche e, avendo perso buona parte del proprio valore informativo, sono quasi esclusivamente puro esercizio artistico spesso confinato allo spazio espositivo ufficiale dei musei e delle gallerie d’arte. Se alle grigie strade delle città di un tempo sostituiamo un ambiente altrettanto omologato come quello dei siti web (con sfondi universalmente bianchi) o gli austeri ambienti dei social network (sempre meno personalizzabili) l’equazione però non cambia. C’è dunque ancora bisogno di una segnaletica iconografica che ne regoli la vita all’interno.

L’analfabetismo digitale di oggi non è quello dell’incapacità di leggere o scrivere la parola, e neppure quello del digital divide che impedisce a molti di navigare con la giusta velocità. L’incapacità a cui mi riferisco è ben più profonda e difficile da descrivere. Con la nascita improvvisa negli ultimi anni di spazi, legami e bisogni totalmente diversi prodotti da una serie di beni e consumi di nuova generazione, sono nati anche una serie di concetti a loro legati che non riusciamo a definire esattamente. Valori basilari come amicizia, amore, capacità, successo e fallimento hanno preso forme e contorni nuovi, difficili da circoscrivere con le parole che abbiamo usato fino a ieri per descrivere il nostro tempo. Ecco allora che l’immagine grafica e l’illustrazione in ogni sua forma ci vengono in aiuto per educare pensieri e parole ancora troppo acerbi per bastare a se stessi. Ci manca l’esperienza per stilare una bibliografia capace di venirci in aiuto mentre siamo alle prese con concetti così nuovi che possiamo a stento immaginare: al massimo sognare o, appunto, disegnare, proprio come fanno i bambini gettati in un mondo troppo grande e complesso per essere spiegato a parole.

 

(Nella foto: una collezione di vecchi poster, ASSOCIATED PRESS)

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