Ma la Germania non era fortissima?

Gli ultimi dati sull'economia sono preoccupanti, si parla di recessione: e ora l'Economist mette in dubbio l'efficacia di Angela Merkel e il paese che molti considerano un modello

BERLIN, GERMANY - SEPTEMBER 22: German Chancellor Angela Merkel and French Prime Minister Manuel Valls speak to the media following talks at the Chancellery on September 22, 2014 in Berlin, Germany. Valls is on a two-day visit to Germany at a time when Merkel has been critical of the slow pace of French economic reforms. (Photo by Sean Gallup/Getty Images)
BERLIN, GERMANY - SEPTEMBER 22: German Chancellor Angela Merkel and French Prime Minister Manuel Valls speak to the media following talks at the Chancellery on September 22, 2014 in Berlin, Germany. Valls is on a two-day visit to Germany at a time when Merkel has been critical of the slow pace of French economic reforms. (Photo by Sean Gallup/Getty Images)

Negli ultimi anni la Germania è sempre stata descritta come lo stato dall’economia forte e virtuosa, una specie di modello irraggiungibile dagli altri paesi dell’Europa o comunque a cui ispirarsi. Da qualche tempo, però, diversi dati e molte critiche alla politica economica della cancelliera Angela Merkel stanno facendo parlare della Germania in un modo un po’ differente rispetto al solito. Almeno al di fuori della Germania.

Qualche numero
Lo scorso 14 ottobre il governo tedesco ha ridotto le previsioni di crescita del PIL dall’1,8 per cento all’1,2 per cento per il 2014, e dal 2 per cento all’1,3 per cento per il 2015. Anche le esportazioni, una parte molto importante dell’economia tedesca, vanno maluccio: nel mese di agosto si è avuta infatti una riduzione del 4,4 per cento rispetto al mese precedente. Tra il 2000 e il 2013 sono diminuiti anche gli investimenti privati (del 4 per cento), diverse aziende stanno delocalizzando parte delle loro operazioni, comprese quelle del settore automobilistico; anche il settore delle infrastrutture non va molto bene: nel 2008 la Germania era al terzo posto nella classifica relativa alle infrastrutture del Forum Economico Globale, oggi è al settimo posto.

Il bilancio della Germania per il 2014, presentato qualche giorno fa, dice comunque che l’anno si chiuderà con un disavanzo di soli 6,5 miliardi di euro (ai minimi rispetto agli ultimi quarant’anni). Non solo: Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze, ha annunciato che già dal prossimo anno il deficit raggiungerà quota zero (le spese saranno pari alle entrate) e che questo andamento verrà mantenuto anche negli anni successivi.

Alcuni economisti sostengono però che la Germania potrebbe essere già in recessione, dal momento che il PIL nel secondo trimestre del 2014 è stato negativo (meno 0,2 per cento) e potrebbe esserlo anche nel terzo.

Le critiche
In un lungo articolo, l’Economist riporta le principali critiche alla politica economica di Angela Merkel, leader dei cristiano-democratici di centro-destra (CDU-CSU), accusata di essere troppo morbida e in qualche modo di portare avanti riforme care alla sinistra dell’SPD con la quale è al governo. Tra queste una riforma delle pensioni, l’introduzione di un salario minimo nazionale dal 2015 pari a una paga oraria di 8,50 euro, una politica energetica molto costosa che punta a ridurre le emissioni di gas serra del 40 per cento entro il 2020 e dell’80 entro il 2050. Tutte misure che, nel loro insieme, indeboliscono l’economia tedesca, secondo quanto dichiarato da uno dei più autorevoli think tank economici del paese, e che hanno anche abbassato le aspettative di crescita.

Schermata 10-2456948 alle 13.56.57Nel suo ultimo libro, “Die Deutschland Illusion” (L’illusione tedesca), Marcel Fratzscher, direttore dell’Istituto tedesco per la ricerca economica, sostiene che il principale problema della Germania stia nella mancanza di investimenti nel lavoro, nella scuola, nelle imprese, nelle infrastrutture. Fratzscher ha calcolato che dal 1999 al 2013 gli investimenti in questi settori sono diminuiti del 3 per cento rispetto al PIL creando un’economia stagnante o che cresce poco.

I tedeschi hanno tratto da questa storia, sempre secondo Fratzscher, tre grandi illusioni: che la Germania rimarrà forte semplicemente continuando a fare quello che fa; che in realtà non ha bisogno dell’Unione europea; che i suoi partner della zona euro sopravvivono grazie all’andamento della sua economia e che i contribuenti tedeschi sono le vere “vittime” di tutte le operazioni di salvataggio degli stati in crisi.

La narrazione tradizionale intorno alla Germania ha a che fare con tre principali elementi: le riforme del mercato del lavoro fatte nel decennio precedente, la competitività delle imprese e le esportazioni, un bilancio federale più o meno equilibrato. Fratzscher spiega che questi elementi sono positivi ma nascondono dei problemi. Il “miracolo dei posti di lavoro in Germania” è stato realizzato in gran parte con la creazione di contratti part-time e di posti di lavoro precario (il totale delle ore lavorate è aumentato molto poco, anche se il numero di disoccupati è diminuito); il successo delle esportazioni non è derivato da una maggiore produttività, ma dal contenimento dei salari; la diminuzione del deficit di bilancio va principalmente attribuita alle grandi entrate fiscali derivate dall’alto tasso di occupazione.

Eppure, precisa l’Economist, nessuna di queste critiche né gli ultimi dati economici sembrano essere recepiti dall’opinione pubblica tedesca. Merkel è ancora il politico più popolare del paese (da un recente sondaggio risulta che il 79 per cento della popolazione pensa che la cancelliera stia facendo un buon lavoro per il paese). Anche l’opposizione presente al Bundestag (il Parlamento tedesco) non è stata in grado di cogliere l’occasione e rilanciare queste critiche in modo efficace. Una ragione sta nel fatto che questa opposizione è composta da due soli partiti piuttosto deboli, i Verdi e la sinistra di Die Linke, che insieme hanno solo il 20 per cento dei seggi.

Perché?
La principale ragione della popolarità di Angela Merkel, e del fatto che questa non venga incrinata nonostante gli ultimi dati, è «lo stile» con cui la stessa Merkel governa e comunica. Lei, scrive l’Economist, «culla gli avversari e il pubblico nella passività con espressioni lenitive e spesso tecniche che soffocano le polemiche, che non offendono nessuno e che rassicurano tutti». Ancora: Dirk Kurbjuweit, giornalista e autore di un libro intitolato “Alternative: Merkel, i tedeschi e la fine della politica”, precisa che l’uso che Merkel fa della lingua è «paralizzante, con la principale funzione di diffondere la calma. Nella maggior parte dei dibattiti rimane in silenzio, silenzio e silenzio, finché non è chiaro quale parte avrà la meglio. A quel punto Merkel balza fuori in modo che sembri di essere sempre stata da quella parte».

Anton Hofreiter, leader dei Verdi, conferma: «Parlare dopo Merkel al Bundestag è la cosa peggiore. La camera intera è completamente sedata». Commissiona di continuo sondaggi di opinione e poi li segue: così è stato dopo Fukushima nel 2011, quando dichiarò che la Germania avrebbe chiuso i suoi impianti nucleari entro il 2022, e così è stato per la riforma del servizio militare. L’immagine che poi ha Merkel al di fuori della Germania (quella di un modello per riforme coraggiose) non corrisponde a come la cancelliera è recepita nel suo paese: e secondo molti non c’è più corrispondenza nemmeno nei fatti, dato che nella classifica OCSE la Germania è piuttosto bassa per quanto riguarda i processi di riforma. Per questo, conclude l’Economist, nessuno oggi in Germania ritiene Angela Merkel simile ai suoi predecessori per quanto riguarda la leadership: «Il suo potere è immenso ma soprattutto potenziale. (…) In un certo senso, Merkel è quindi un cancelliere impotente». Usa il suo potere per bloccare, ma non promuovere. Potere accumulato ma non utilizzato. Se andrà avanti in questo modo, questa sarà la sua eredità principale».