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  • venerdì 14 febbraio 2014

Wondy, la storia di Francesca del Rosso

Una storia di superoismo quotidiano, amici, famiglia e chemioterapie

“Wondy” è il titolo del libro di Francesca del Rosso – giornalista e scrittrice, titolare di un blog sul sito di Vanity Fair – racconta la sua vita familiare complicata da un tumore e dalle chemioterapie. Il sottotitolo del libro, pubblicato da Rizzoli, è “Ovvero come si diventa supereroi per guarire dal cancro”, Wondy sta per Wonder Woman: «Di Wondy mamme, Wondy amiche, Wondy colleghe ne esistono migliaia: lavorano con passione, gestiscono la casa e l’agenda di tutta la famiglia, coltivano le amicizie e hanno cento interessi. Supereroine multitasking che si muovono a velocità supersonica e, nelle avversità, sanno come prendere in mano la situazione senza abbattersi e mantenendo il sorriso».
Questo è il primo capitolo del libro, “Giornata perfetta”.

«Sei una disordinata cronica.» Me lo ripete rassegnato mio marito Ken tutte le volte che non trova nemmeno un piccolo spazio, sul mobile nell’ingresso, per appoggiare le chiavi e il portafogli. Ma se è vero che lo sono in casa – dove spargo pezzetti di carta volanti, vestiti miei e dei bambini, tazze vuote di caffè – sono brava a controllarmi quando si tratta di pensieri, programmi e desideri. Per inseguire le mille idee che partorisco ogni giorno e non so dove mi porteranno, ho imparato sin da bambina a pianificare e a prendere nota di tutto. Nel tempo ho perfezionato questa abitudine e ora tendo a stilare piccole o grandi liste per la mia vita: le cose da fare, le frasi da dire, i viaggi che immagino o i cibi che non ho ancora provato… Se mi guardo intorno, gli unici oggetti che sono sempre in ordine, oltre ai miei intoccabili libri catalogati per casa editrice, sono alcuni quadernetti dalla copertina nera che contengono i miei famigerati elenchi.
Per il resto, sono il prototipo della classica cittadina stressata e le rare volte che mi appisolo di pomeriggio mi sento quasi in colpa. So che è assurdo, ma è più forte di me.
Ho sempre la sensazione di non avere mai abbastanza tempo e così scalpito tra casa, famiglia, lavoro, amici, libri da scrivere e progetti da realizzare. Giornalista, mamma e ottimista di natura, da buona milanese doc corro sempre come una matta in lungo e in largo e ho la terribile abitudine di riempirmi la vita.
Così, quando d’estate arriva il momento delle meritate vacanze, il mio entusiasmo diventa irrefrenabile. Adoro scappare da Milano, tanto che non mi pesa neanche la preparazione della partenza: faccio i bagagli per quattro, vado ad acquistare le attrezzature che mancano per il trekking, i pattini a rotelle o altre diavolerie simili, stampo tutte le informazioni necessarie su eventi, fiere e ristoranti da testare e riesco addirittura a sistemare la casa. Quando all’ingresso si forma spontaneamente una scultura postmoderna realizzata con sacche, valigie, peluche e zaini posti uno sopra l’altro, in un assoluto e precario equilibrio, è ora di partire!
E il momento in cui spengo le luci di casa e giro la chiave della porta blindata è sempre fonte di estrema felicità. Per qualche anno ha fatto parte delle mie liste un buon proposito: “Fare gite fuori porta, tonificarsi in montagna e all’aria aperta!”. Quindi, ora, nel mio calendario c’è sempre un breve appuntamento con le alture sopra a Lecco. Una casetta in affitto che ci aspetta paziente e un panorama mozzafiato che si regala alla finestra del soggiorno.

Inizi di agosto
Oggi abbiamo deciso di fare una lunga passeggiata. C’è una strada sterrata che porta da casa nostra a una baita isolata e vogliamo arrivarci per l’ora di pranzo.
Mentre la Iena e Attila cercano di comporre un puzzle gigante di Pinocchio sul tappeto, Ken e io prepariamo gli zaini. Il mio è pieno di cose: la borraccia con l’acqua fresca, fazzoletti di carta, «Corriere della Sera» e «la Repubblica», occhiali da sole per tutti, cellulari, pacchetti di crackers, due cerotti e chiavi di casa. Ken invece si mette sulle spalle lo zaino porta enfant. Attilino ha quasi due anni e cammina volentieri, ma non conosciamo il sentiero né sappiamo quanto ci metteremo, quindi è meglio essere previdenti.

Ricevo un sms.
“Ciao Wondy, eccoci! Siamo pronti, ci troviamo in cima alla salita fra cinque minuti.”
Digito “Ok”. Vengono con noi anche Roberta, Carlo e i loro due figli della stessa età dei nostri.
«Ragazzi, siamo pronti. Fare pipì e tutti fuori.»
Aiuto i cuccioli ad allacciare gli scarponcini da montagna e vengo assalita da un’ondata di orgoglio. Siamo tutti e quattro in calzoncini, con i calzettoni lunghi e delle magliette trucide, quelle che a Milano non indosseresti mai. Siamo proprio una bella famiglia.
Anche se è il più piccolo, Attila con la palla in mano chiama a rapporto la sorella e gli altri due amichetti, intanto Roby e io ci baciamo ancora mezze addormentate mentre Carlo e Ken danno un’occhiata veloce alla mappa che segna il sentiero da prendere. Non perdiamo tempo e la truppa si incammina a passo lesto. I bimbi giocano a rincorrersi e noi adulti chiacchieriamo senza sosta. Siamo finalmente in vacanza e ci godiamo il fresco delle prime ore del mattino.
I miei cuccioli hanno già trascorso due settimane al mare con i nonni Tati, come chiamano loro mia mamma e suo marito, lasciandoci liberi e permettendoci di assaggiare il sapore delle quasi-ferie in città. Siamo riusciti ad andare al cinema all’aperto in un piccolo chiostro di fianco al tribunale, abbiamo assaporato senza fretta granite siciliane al pistacchio e al caffè, una sera Ken mi ha preparato un’enorme impepata di cozze e abbiamo trascorso meravigliose serate sul divano con il condizionatore acceso, tutte le luci spente, un film thriller davanti, un piatto di sushi sulle gambe e una birra per terra.
Ma bisognava attendere questo momento, in mezzo ai boschi e lontani dal lavoro, per sentirsi davvero in vacanza.

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