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Lo sciopero degli insegnanti di Chicago
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Lo sciopero degli insegnanti di Chicago

È iniziato ieri, non accadeva da 25 anni, c'entra il mancato accordo col sindaco su salari e valutazioni

11 settembre 2012

Da ieri e per la prima volta dopo 25 anni, gli insegnanti delle scuole pubbliche di Chicago hanno proclamato uno sciopero e hanno marciato vestiti di rosso per le strade della città, che è anche il terzo distretto scolastico della nazione. Gli insegnanti in sciopero sono oltre 26.000. Dopo una sola settimana dall’inizio della scuola circa 350 mila studenti sono rimasti a casa. Lo sciopero è stato annunciato dopo il fallimento dei negoziati su alcune riforme proposte dal sindaco Rahm Emanuel, ex capo dello staff di Barack Obama.

Circa 144 scuole sono rimaste comunque aperte dalle 8.30 (orario della colazione) fino alle 12.30 (orario del pranzo) per garantire il servizio agli studenti e alle studentesse che usufruiscono dei pasti scolastici gratuiti. Inoltre, a chi dovrebbe trovarsi a scuola, sono state offerte corse gratuite su autobus e treni fino a quando lo sciopero non sarà risolto. In risposta al problema di moltissimi genitori, diverse associazioni religiose e di volontariato hanno aperto i loro centri per accogliere chi non può stare a casa.

Il distretto scolastico di Chicago è guidato da un amministratore delegato, e non da un sovrintendente come la maggior parte dei distretti statunitensi, che fa riferimento alla giunta comunale della città e in ultima istanza al sindaco. Anche il consiglio di amministrazione del distretto è nominato direttamente dal sindaco, in questo caso Rahm Emanuel, al quale di fatto comprende la responsabilità diretta di tutto il sistema. Rahm Emanuel – i cui figli frequentano una scuola privata, dettaglio che gli insegnanti fanno notare spesso – si trova ora ad affrontare la crisi più grave da quando è diventato sindaco nel 2011. Dopo la proclamazione dello sciopero ha dichiarato: «Il posto dei ragazzi di Chicago è nelle loro classi: i nostri bambini non si meritano questo». Tra le motivazioni dello sciopero vi sono il mancato accordo sulla questione salariale, sulla sicurezza del lavoro, sulle valutazioni degli insegnanti e sul reintegro di chi è stato licenziato.

I sindacati chiedono salari più alti a fronte di un allungamento della giornata scolastica proposta dallo stesso sindaco senza però, secondo gli insegnanti, un’adeguata ricompensa. Chiedono inoltre una diversa forma di valutazione del loro lavoro che non sia basata esclusivamente sui risultati di test standardizzati cui vengono sottoposti gli studenti: questi test infatti non terrebbero conto della situazione della maggior parte degli studenti delle scuole pubbliche di Chicago, che provengono da famiglie a basso reddito e quartieri con un alto livello di violenza. Sembra però che il conflitto tra Rahm Emanuel e il sindacato degli insegnanti sia più ampio e comprenda anche altre richieste relative alla riduzione delle dimensioni delle classi, dell’aumento dei finanziamenti, della necessità di assistenti sociali e delle condizioni delle aule.

Quella dello sciopero di Chicago è anche una questione politica molto rilevante a due mesi dal voto per le presidenziali: non solo perché Chicago è la città di origine di Barack Obama ma anche perché si trovano contrapposti il sindaco, che è anche l’ex capo dello staff di Obama, e un sindacato che sostiene il Partito Democratico. Il presidente degli Stati Uniti ha scelto per ora di non prendere posizione: «La sua principale preoccupazione riguarda gli studenti e le famiglie colpite da questa situazione. Speriamo che entrambe le parti siano capaci di arrivare insieme a una rapida conclusione», ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca Jay Carney.

Negli ultimi anni non sono stati molti gli scioperi della scuola nelle città degli Stati Uniti: l’ultimo si è svolto a Detroit nel 2006 e prima a Philadelphia nel 2000. A New York gli insegnanti non scioperano da più di 35 anni. A Chicago l’ultima protesta risale al 1987, quando gli insegnanti si rifiutarono di andare a scuola per un totale di 19 giorni.

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  • uqbal

    Non scioperare per venticinque anni? Vertigine! A che media viaggiamo noi?

  • marquinho

    Non credo che abbia un senso far paragoni con l’Italia, là si sciopera ad oltranza ed in modo massiccio e quindi un’agitazione è molto più pesante sia per gli insegnanti che per le famiglie.

  • libera

    Scioperano gli insegnati anche in Australia, Canada e persino nello Swaziland, considerata l’ultima monarchia assoluta in Africa. Tra un po’ farà notizia giusto il Paese dove gli insegnanti non scioperano. Una professione in crisi, bistrattata e sottovalutata o l’intero sistema scolastico malato a livello globale? Ovviamente parliamo di scuola pubblica. Chissà se la privata va a gonfie vele…

  • uqbal

    Libera
    Non buttiamola in vacca, eh? In molti Paesi, incluso il nostro, la considerazione sociale dei docenti è buona, nonostante le giaculatorie e le lamentele. In tanti Paesi, fondamentalmente quelli civili, lo stipendio è pure buono.
    Cerchiamo di non vittimizzare i docenti, che solo questo ci manca, poi diventa davvero un’opera dei pupi.
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    E distinguere tra docenti di scuola pubblica e scuola privata ha davvero poco senso: non sono due chiese contrapposte e i percorsi di formazione dei docenti sono esattamente gli stessi, in Italia come nel resto d’Europa almeno, quindi cerchiamo di non fare il giochino sciocco dei buoni/cattivi.
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    Marquinho, in Italia si sciopera tanto e male, perché i sindacati sono consorterie capaci di indire tre scioperi in tre giorni diversi, sullo stesso problema, soltanto per mettere in mostra la loro capacità di mobilitazione e il loro peso in termini di iscritti. Un comportamento disgustoso a cui siamo pure troppo assuefatti.

  • http://www.tuscanfoodie.com Tuscan Foodie in America

    Vivendo a Chicago, e avendo un figlio in eta’ prescolare, ho scoperto cose del sistema scolastico pubblico americano che mi hanno lasciato abbastanza senza parole. E’ un sistema molto complesso, che niente ha a che vedere con quello italiano (almeno con quello italiano con cui sono venuto su io, e che i miei conoscenti e amici insegnanti di adesso mi dicono non essere cambiato molto, se non in peggio).

    Un punto importante che non si menziona nell’articolo, e che spiega la ragionevolezza della richiesta degli insegnanti di NON voler essere valutati soltanto sulla base dei risultati standardizzati, e’ che le scuole pubbliche sono finanziate quasi totalmente dalle tasse immobiliari del quartiere nel quale si trovano. Un bimbo puo’ andare solo alla scuola pubblica del quartiere nel quale risiede. Scuola pubblica che sara’ finanziata solo con l’imu locale (chiamiamola cosi’). Cosa vuol dire questo? Vuol dire ovviamente che laddove le case valgono di piu’ (i quartieri in), le tasse sono piu’ alte, le scuole sono migliori (sia “strutturalmente”, sia dal punto di vista dei professori: i professori piu’ buoni andranno infatti laddove i salari sono piu’ alti. Le scuole sono almeno in parte libere di determinare i salari: un docente nella scuola X di un quartiere ricco guadagna molto piu’ del docente della stessa materia nella scuola Y del quartiere povero).

    E’ un gatto che si morde la coda: i poveri continuano a stare solo coi poveri. Ma (crassa generalizzazione), i piu’ poveri non solo vanno a scuole di cacca, ma a casa hanno anche spesso situazioni di disagio per cui e’ raro che i genitori possano stare dietro ai figli e far si’ che poi la classe in cui i figli si trovano faccia bene ai test standardizzati.

    L’alternativa sono le scuole private, o le cossidette “magnet school” (scuole pubbliche nelle quali si entra per “meriti” attraverso test e preparazioni che partono dai 2 anni di eta’ – non scherzo: ho conoscenti con figli di due anni che mi dicono che noi siamo in ritardo perche’ nostro figlio, 15 mesi, non suona uno strumento).

    Per uqbal: nel caso americano la scuola privata e la scuola pubblica sono davvero due mondi distinti. Se non altro per una questione di costi: la Montessori e’ l’unica abbastanza “economica” tra le private di Chicago, costando “solo” sui 12,000$ all’anno. Ma in media, una scuola pubblica e’ sui 20-25 mila dollari all’anno. L’alternative? Comprare casa in un buon quartiere con buone scuole, ma quei 20mila dollari li spendete comunque sotto forma di tasse immobiliari, appunto, che vanno a finanziare la scuola che “non” pagate.

  • libera

    Tuscan Foodie in America, grazie. Illuminante la tua testimonianza. Non certo rincuorante.

  • uqbal

    La questione “territoriale”, per cui vai a scuola là dove vivi, è presente anche in UK e io trovo che sia una specie di assurdità in un Paese di tante e tali tradizioni liberali. Non so se il finanziamento sia simile a quello USA, ma in ogni caso questi sono aspetti che NON copierei. Come non copierei le retribuzioni basate sui test standardizzati non solo in considerazione del diritto dei prof. ad una valutazione SERIA del loro lavoro, ma anche perché il merito o il demerito di qualsiasi esito scolastico non viene solo dai prof, ma anche dagli studenti. Parametrare tutto sui prof. significa de-responsabilizzare in partenza un giovane cittadino.
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    Ciò detto: sia in un sistema come quello, diciamo, anglosassone, sia come in altri con presenza pubblica più importante (Olanda) o del tutto totalizzante (Finlandia, ad esempio, dove le scuole private sono pochissime), i docenti si cercano lavoro come tutti gli altri, ovvero mandando curriculum e facendo colloqui di lavoro. Quindi può ben essere che lo stesso docente prima lavori nel pubblico e poi nel privato, o vicerversa, o che vada un po’ di qua, un po’ di là. Contrapporre frontalmente gli insegnanti, quindi, non ha senso, anche se sicuramente, in un sistema in cui il privato è molto più ricco del pubblico, i bravi insegnanti vengono attirati dal privato (vogliamo fargli una colpa del voler essere pagati bene?).
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    Ora, ed è il punto che mi preme di più, questi insegnanti sono scesi in piazza a manifestare, e hanno fatto il botto. Stanno facendo il botto anche perché per 25 anni non hanno scioperato: se ora lo fanno vuol dire che le loro richieste sono davvero serie. In altre parole, hanno evitato l’inflazione dell’ “Al lupo, al lupo!”. Nei miei anni di insegnamento non ci sono mai stati meno di tre o quattro scioperi l’anno. Questo è un problema.

  • epicuro

    @Tuscan Foodie in America
    Tu che ci stai dentro (e ti ringrazio perché la faccenda la conoscevo per capi molto più sommi): perché nessun politico americano ha mai messo mano a questo sistema assurdo? Cioè: perché la sanità sì e l’istruzione no? E’ “solo” perché l’agente di Wall Street non vuole che suo figlio stia in classe con quello di un disoccupato messicano fatto di crack o c’è dell’altro?

  • http://www.tuscanfoodie.com Tuscan Foodie in America

    Da quanto ho capito della situazione dello sciopero, comunque, gli insegnanti sono anche molto incavolati con il sindacato. Infatti pare che quando l’accordo sulla valutazione degli insegnanti (cioe’ la storia dei test standardizzati) e’ stata approvata, il sindacato l’abbia presentata come una grande vittoria. Per cui anche li’, attenzione.

    Aggiungo un’altra assurdita’, che prima non ho spiegato bene: i test standardizzati vogliono dire che tu, insegnante di musica, sarai valutato sulla base dei risultati dei test di tutta la scuola nella quale insegni (non solo le tue classi), e tenendo in considerazione risultati delle materie che tu non insegni. Per cui, facciamola breve: tu insegnante di musica sei un mago con i tuoi alunni, ma il tuo collega di matematica e’ una capra, be’, ci rimetti pure tu.

    Il sistema poi si presta molto a inghippi di ogni sorta. Considerate che Chicago e’ davvero la Ceppaloni d’America, con un livello di corruzione pari solo al Sud d’Italia (l’Italia tutta?) che e’ proverbiale qui negli USA. Ora, tu insegnante fai una valutazione della tua classe a inizio anno, e la rifai a fine anno. Se i tuoi alunni sono migliorati, ecco che va tutto bene, altrimenti no. Ora, di grazia, che cosa mi garantisce che l’insegnante non abbassi volontariamente i risultati della valutazione di inizio anno per essere sicuro che a fine anno andra’ bene? (Sto semplificando molto).

    @uqbal: almeno a Chicago la mobilita’ degli insegnanti non e’ come in Italia. Tu non puoi insegnare a Chicago se non sei residente a Chicago. Non e’ come da noi che vivi a Pisa e vai a insegnare a Empoli o a Firenze. Vuoi insegnare a Firenze? Prendi residenza a firenze. Anche qui cosa vuole dire? Che se io sono un insegnante bravo e voglio insegnare in buone scuole, mi prendo la residenza a Evanston (la Fiesole di Chicago, diciamo), e tanti saluti a Chicago.

    Sullo sciopero non posso che darti ragione, ma questa e’ una valutazione mia personale. La storiella dell’”allupo allupo!” i leader dei sindacati italiani non devono averla mai sentita da piccoli.

    @Epicuro: io non ci sto dentro…e ti assicuro che ci capisco ancora molto, molto poco. Con mia moglie non sappiamo che pesci pigliare per la scuola futura. Come dicevo, conoscenti e amici ci dicono che siamo in ritardo. E ho detto tutto. Sui motivi politici, boh? E’ un sistema che comunque secondo molto “funziona”. Considera anche che gli insegnanti qui guadagnano molto piu’ che in Italia. La media, leggevo, e’ sui 60mila dollari all’anno, con picchi di 120mila (non mi chiedere se questi dati siano veri perche’ non lo so: so che un’amica insegnante delle scuole che corrispondono alle nostre medie quadagna 75mila dollari all’anno).