Il Post
RSS Registrati Login
La ricerca scientifica sui blog
— Scienza

La ricerca scientifica sui blog

di Riccardo Spezia

Come la Rete sta cambiando il rapporto degli scienziati con le loro scoperte e con l'opinione pubblica

1 novembre 2011

Il rapporto tra i blog e la stampa tradizionale, così come quello tra giornalismo cartaceo e giornalismo online, è da anni al centro di un dibattito internazionale allo stesso tempo interessante e pigro, centrale per l’evoluzione della società moderna ma viziato da luoghi comuni e superficialità. Discussioni del genere, seppure un po’ diverse, stanno avvenendo da tempo anche per una serie di pubblicazioni meno generaliste, che si trovano anche loro ad affrontare le difficoltà e le sfide poste dalle nuove tecnologie: le pubblicazioni scientifiche.

Qualche giorno fa il Guardian raccontava proprio il rapporto tra i blog e la ricerca scientifica, partendo da una domanda posta a due fisici inglesi, Brian Cox e Jeff Forshaw, dell’università di Manchester. Lo spunto nasce dalla seguente domanda posta via email da un lettore, qualche giorno prima: “Cosa ne pensate degli scienziati che pubblicano la propria ricerca sui loro blog piuttosto che aspettare la pubblicazione dei loro risultati finali sulle riviste scientifiche?”. I due scienziati si sono detti entrambi molto critici riguardo questa possibilità, sottolineando come la serietà della ricerca scientifica si garantisce solo con il meccanismo della cosiddetta peer review.

Dunque, gli articoli scientifici sono i luoghi dove chi fa ricerca presenta i propri lavori, teorici o sperimentali. Questi vengono inviati dagli autori alle riviste, i cui editori per prima cosa decidono se l’argomento è di loro interesse: questa pre-selezione è in genere maggiore quanto più la rivista è generalista, come Nature o Science, per citare le più famose. Se l’argomento è di loro interesse, l’articolo viene inviato ad altri scienziati del campo specifico (chiamati “reviewers”, revisori) che devono valutare il lavoro. La valutazione è ovviamente sempre un esercizio soggettivo, e i tempi e la mole delle pubblicazioni moderne non consentono quasi mai di “rifare” gli esperimenti per verificarli. Si può (e si deve) però verificare che gli autori abbiano descritto nei dettagli come sono stati condotti gli esperimenti (a un livello tale che possano essere riprodotti) e che le conclusioni derivino dai dati. Si devono cioè seguire le basi del metodo scientifico. Queste due regole non sono ovviamente gli unici criteri di giudizio, ma ne costituiscono gli elementi base. Il giudizio viene quindi mandato all’editore che decide se il lavoro è pubblicabile e al tempo stesso invia i commenti (in forma anonima) agli autori, che possono così migliorare il proprio lavoro. Infatti un buon revisore non è necessariamente chi dice semplicemente che il lavoro è pubblicabile o no, ma chi ne trova e ne indica i punti deboli, così da incoraggiare una sua revisione migliorativa.

Questo metodo, che è quello utilizzato da tutte le riviste scientifiche propriamente dette, è sicuramente fallace: esistono margini di miglioramento, ma è per ora il sistema migliore che la comunità scientifica ha trovato per garantire la più alta qualità dei suoi lavori. Certo sono possibili frodi, come favoritismi e “dispetti” tra gruppi. È come la democrazia, diciamo: ha tanti difetti ma ancora non si conosce un metodo migliore.

Da circa dieci anni tutto questo processo avviene tramite posta elettronica e siti delle riviste, cui si mandano gli articoli in formato elettronico. Anche le stesse riviste sono sempre più consultate tramite Internet e sempre meno si ha bisogno di avere accesso ai giornali cartacei, poiché gli editori stanno mettendo in rete anche i volumi più vecchi (di questi giorni è la notizia che la Royal Society ha messo in rete gratuitamente gli archivi delle sue riviste storiche). L’uso di Internet resta però sotto il controllo degli editori: semplicemente rende più veloce il processo ufficiale della peer review, facendo diminuire il tempo che passa da quando gli scienziati inviano un articolo per la pubblicazione a quando questo, se approvato, è messo a disposizione della comunità.

L’enorme facilità di comunicazione permessa da Internet sta però condizionando questo genere di meccanismo. Ci sono scienziati che quotidianamente riportano i propri risultati sui propri blog, come David Hogg, professore di astronomia alla New York University, Rosie Redfeld, microbiologa all’università della British Columbia o Marco Delmastro, ricercatore in fisica al CNRS.

1 2 Pagina successiva »
TAG:

19 Commenti

  1. stevem

    Ciao Riccardo,

    un altro aspetto da considerare è il costo di accesso agli articoli scientifici, che per un privato non è molto sostenibile. Ciò detto, se l’obiettivo è quello che dici nelle ultime righe, ossia far conoscere i propri lavori al “grande pubblico”, di sicuro non è in conflitto con la pubblicazione di articoli scientifiche, in cui ovviamente abbondano tecnicismi che scoraggerebbero la maggior parte dei lettori non di settore.

  2. Stevem,
    certo i costi sono un grande problema, per i privati (anche se è difficile che un privato si metta a leggere riviste scientifiche specializzate), ma anche per molte istituzioni scientifiche. Infatti prosperano le riviste “free access” (che però in cambio chiedono soldi per pubblicare) anche se ancora non sono molto rinomate (basso impact factor, per gli addetti ai lavori).

  3. ellebis

    Beh le pubblicazioni open access non sono più proprio una nicchia e stanno avendo un’espansione sempre più consistente, avendo un grande supporto da parte delle biblioteche soprattutto universitarie, già trait d’union tra chi pubblica (spesso le università legate a quelle biblioteche) e chi viene pubblicato (ricercatori di quelle università). Biblioteche che ormai non possono più sostenere i costi improbi di certe pubblicazioni, influenzando di riflesso gli editori.

  4. Ellebis, in fisica e chimica (le “scienze dure” che conosco) sono ancora minoritarie, ti assicuro. Sono anche nell’editorial board di una appena nata, proprio perché sono d’accordo con te che i costi per le biblioteche stanno diventando sempre più insostenibili. Solo che il sistema di riportare i costi su chi pubblica non so quanto poi possa risolvere il problema. Ci vorrebbero “cooperative” di scienziati che si fanno la rivista, ma che sia seria, open in entrata e uscita. Ma non la vedo una cosa molto facile.

  5. minimacademica

    Stavo per scrivere qualcosa di simile a quanto ha commentato Ellebis prima di me.

    Suggerisco un po’ di documentazione: l’articolo di Monbiot sul Guardian intitolato “The Lairds of Learning” (ci sono in rete anche un paio di traduzioni italiane “I latifondisti della conoscenza”, “I signori della scarsità”), le linee guida per l’Open access, scritte da una apposita commissione, sul sito della Crui, la conferenza di Lessig dell’aprile 2011 al Cern, che è ad accesso aperto sul sito del Cern stesso (c’è anche un lungo resoconto in italiano sul “Bollettino telematico di filosofia politica”, con tutti i link), l’iniziativa Scoap3 per finanziare riviste open access a revisione paritaria da parte delle istituzioni accademiche aderenti, in modo da superare il modello “authors pay”, di Plos, sostituendolo col più equilibrato modello “institutions pay”, il portale PLEIADI per l’accesso aperto in Italia e moltissimo altro.

    Non ho messo link per non far cestinare il mio messaggio come spam. In rete, in ogni caso, si trova un’infinità di letteratura sull’open access, tutta ad accesso aperto :-)

    Qui ricordo soltanto che l’impact factor (che si può conoscere solo a pagamento) fotografa l’impatto non dei singoli articoli, ma del numero limitato di riviste incluse nella limitata popolazione statistica di un’azienda *privata*, Thomson web of science, sulla base dei suoi privati interessi di marketing. Su questo tema, segnalo l’articolo, anch’esso disponibile in rete, del matematico A. Figà Talamanca, “L’Impact Factor nella valutazione della ricerca e nello sviluppo dell’editoria scientifica”.

  6. ellebis

    In effetti io non mi riferivo a specifiche aree di ricerca ma dicevo in generale, però sono in atto diversi tentativi di trovare un modo per evitare il pagamento da parte dell’autore (ad esempio facendolo pagare dall’università di riferimento o dai fondi che finanziano quella ricerca rendendolo un costo come un altro in carico al team).

  7. Cara Ellebis: ovviamente non è mai l’autore che finanzia in prima persona, ma tramite i fondi di ricerca. In chimica e fisica sono pochissime le riviste non open-access che domandano il pagamento degli articoli, sono già molto più comuni in biologia (in senso esteso, per esempio Biophysical Journal domanda un pagamento a pagina).

    Per “minimacademia”: l’impact factor è però al momento uno dei maggiori criteri usato principalemente per le valutazioni, sia per avere fondi, sia per avere i posti (in Spagna per esempio sono molto IF-dependent). Se è vero che fotografa l’impatto della rivista è comunque un indice di quanto è diffusa la rivista e quindi un autore può immaginare quanto sarà letto, citato (aumentando così il proprio fattore h), considerato dalla comunità, etc ..

    Resta però che ad oggi le riviste di riferimento (Nature, Science, Physical Review Letters, PNAS, Journal of the American Chemical Society, Angewandte Chemie, per citare alcune tra le più famose in fisica e chimica) si accedono tramite pagamento.

    Comunque l’articolo non si voleva concentrare sulle riviste scientifiche (che se anche gratis restano di difficile accesso per un pubblico non specializzato), ma su come la rete può avvicinare i cittadini ai ricercatori.

  8. mario leone

    tra i rischi della pubblicazione immediata via internet menzionerei anche la successiva impossibilità di brevettare la scoperta divulgata con questo sistema (ovviamente ciò non riguarda la ricerca di base)

  9. marcodelmastro

    Tirato in ballo da Riccardo, dico brevemente la mia. Come Cox e Forshaw, non credo che i blog possano (e debbano) funzionare come strumento di diffusione di risultati di ricerca scientifica. Al limite come luogo di discussione, ma l’aspetto del peer review resta cruciale, nonostante i limiti che ha.

    Persino esperienze come ArXiv non sono completamente aperte, per poter pubblicare un preprint non referato su quel sito è comunque necessario essere stati accettati come “autori confermati” attraverso un sistema di padrinaggio. Non è uno schermo efficientissimo e lascia spesso passare materiale troppo poco digerito, ma sicuramente mette un blocco minimo (molto minimo!) al proliferare delle bufale.

    Detto questo, la questione del costo dell’accesso al materiale referato resta un problema, ma l’Open Access già citato sta procedendo nella buona direzione, perlomeno nel campo della fisica delle particelle che conosco meglio.

    I blog restano invece un ottimo strumento di divulgazione e di relazione con il pubblico dei non-scienziati (o degli scienziati di discipline diverse), ancora troppo sottovalutato perlomeno in ambito italiano. Ma questo è una lavoro attinente ma molto diverso da quello della comunicazione dei risultati scientifici alla propria comunità di riferimento.

  10. ricc

    Salve, credo che questo articolo aderisca ad una certa “vulgata” del
    funzionamento della “peer review” e della pubblicazione scientifica in
    generale, che va per la maggiore ma che secono me non rispecchia la
    realtà di come la conoscenza scientifica viene discussa e pubblicata.

    (1) I reviewers non sono chiamati a dare un giudizio “assoluto” sulla
    qualità di un articolo, ma a dire se un articolo è conforme ai criteri
    di qualità della rivista. Chiunque conosca il meccanismo delle
    pubblicazioni scientifiche sa che ci sono riviste di serie A, B, C,
    etc.– non è che quelle di serie C non usino peer review: è solo che
    ai revisori vengono chiesti standard più bassi.

    Questo per dire che il meccanismo della “peer review” è solo una
    specie di “selezione all’entrata”, il vero successo di un articolo
    viene determinato dall’accoglienza del resto della comunità
    scientifica. (Che è per definizione molto più estesa dei 2/3
    reviewers di una rivista.)

    E questo ci porta al punto (2): quando la posta elettronica non
    esisteva e gli articoli non giravano in forma digitale, ma cartacea,
    esisteva comunque un vasto giro di “pre-print”, ossia di articoli che
    venivano stampati in proprio, e fatti circolare tra i propri colleghi
    per ricevere prime impressioni e per tenere gli altri al corrente
    dello stato delle proprie ricerche. (Mentre queste erano in corso,
    quindi mancanti dello stato di pulizia e chiarezza necessario per la
    pubblicazione su rivista.)

    *Questo* è il ruolo che i blog e le Wiki e i siti di collaborazione e
    pre-pubblicazione scientifica vanno adesso a ricoprire: non ci sono
    più ostacoli alla circolazione dei pre-print, e appena ho scritto
    qualcosa posso metterlo in rete e farlo leggere ai colleghi
    interessati, anche se non li conosco personalmente. Questo cambia
    qualcosa nel giudizio? *No:* un lavoro irrilevante verrà ignorato, ed
    un lavoro interessante verrà letto e commentato da tutti anche se è un
    preprint. (un esempio personale: mi è capitato di dover tenere un
    ciclo di seminari su un articolo che cominciava con le parole “This is
    a sketch of a plan of a paper, to prove that …” — non so se
    l’articolo corrispondente sia mai uscito su rivista, ma tutti hanno
    riconosciuto la validità del risultato leggendo il pre-print.)

    Tutto questo per dire che la discussione sulla “peer review” e
    l’editoria in rete mi sembra male impostata: si trattano la peer
    review e la pubblicazione su rivista come se fossero il fondamento e
    il metro della comunicazione scientifica. *Non lo sono:* la
    discussione e l’accettazione da parte della comunità lo sono, e
    seguono vie più complesse e contorte. La pubblicazione “aperta” su
    blog e siti internet può avere -semmai- il pregio di rendere più
    evidenti i processi sociali di discussione, accettazione e di
    diffusione di un risultato scientifico.

  11. Caro RICC, siccome faccio regolarmente il reviewer anche io (ovviamente magari ognuno di noi lo fa nel proprio campo e ci sono sfumature diverse, ma se è una “hard science” sono fondamentalmente le stesse), so benissimo che ci sono riviste di serie A, B e C e che si giudica (anche) la conformità alla qualità della rivista, però i principi di base sulla “rigorosità” non possono essere non seguiti anche in riviste di serie C (che altrimenti passerebbero da scientifiche a nullità).
    Il mettere i propri articoli a disposizione come si faceva con i pre-print di una volta non è la stessa cosa. In teoria si possono mettere i pdf dei propri articoli sui siti, molti lo fanno, ma è tecnicamente illegale (e infatti il CNRS a noi vieta di farlo).

    E’ altrettanto ovvio che la qualità di un lavoro non si giudica solo dall’IF della rivista che lo ha pubblicato (mi pareva di averlo già detto), ma da quanto gira etc … volevo solamente spiegare a chi non lo conosce (ovvero la maggior parte dei lettori) come funziona a grandi linee il “fantomatico” processo peer-review e cosa lo distingue da un articolo su una rivista normale.

    Ma resta il punto che le pubblicazioni sulle riviste specializzate non sono accessibili (culturalmente) ai cittadini non esperti e i blog che cito sono a mio avviso complementari, con il grande pregio di poter essere un grandissimo strumento per avvicinare gli scienziati ai cittadini. Come dice Marco in Italia si è ancora molto indietro, anche perché forse si fa sempre troppa poca divulgazione scientifica, soprattutto in certi campi.

  12. Condivido il punto (1) di @Ricc, ma trovo invece un po’ limitata la riflessione del punto (2). Quello che dici a proposito della migrazione da preprint cartaceo a digitale è vero, ma resta una differenza importante tra uno strumento digitale di condivisione (per dire, le collaborazioni di LHC vivono di Wiki e strumenti simili, la carta non è più un’opzione!) e una pubblicazione digitale di risultati meno che preliminari *aperta a tutti*. Quello che non hai considerato nell’analisi è il ruolo dei media generalisti: quando circolavi i preprint cartacei, questi non arrivavano praticamente mai al di fuori delle stanze dell’accademia. Che cosa succede invece adesso quando un risultato non ben digerito esce su uno spazio digitale aperto? Tipicamente, specie se si tratta di una ricerca un po’ sensibile, il finimondo. Qualcuno si ricorda il caos intorno a Pasqua 2011 per la presunta scoperta del bosone di Higgs da parte di ATLAS? Quel pseudo-preprint non avrebbe mai dovuto scavalcare i confini della collaborazione, e quando lo ha fatto le conseguenze sono state solo negative. Il punto è che la discussione *pubblica* di un risultato dovrebbe aver luogo solo quando un risultato è sufficientemente maturo, perché oggi chiunque pretende (anche giustamente) di partecipare a una discussione pubblica, ma nel caso di un risultato scientifico controverso e preliminare non ha necessariamente gli strumenti che servono. E lavorare con la pressione mediatica sulle spalle non è un bel lavorare, tralasciando il fatto che la cosa non piace molto alle founding agency.

  13. ellebis

    Non ero più intervenuta per non spostare l’argomento, ma lascio al volo questa info e scompaio :)
    La Royal Society, Accademia Nazionale di Scienze britannica, ha annunciato che l’archivio storico delle sue riviste sarà ad accesso aperto in modo permanente. Si tratta di più di 60000 articoli scientifici pubblicati a partire da oltre 70 anni fa.
    http://bib04.caspur.it/cibernewsletter/?p=14588

  14. Grazie di averlo sottolineato, nell’articolo c’è il link all’articolo della stessa royal society che l’annuncia. Certo sono quelli storici, ma è un ottimo primo passo …

  15. @marco Trovo interessante la tua visione (in effetti, nel vostro caso l’attenzione dei meida non è sempre il massimo), ma concedimi che è un caso molto particolare, direi quasi unico. La fisica delle alte energie (HEP) gode di una tradizione di collaborazione e di accesso aperto (open access) che non trova eguali, anche all’interno delle stesse scienze dure. Lo stesso arXiv è un’istituzione: non basta, certo, ma almeno c’è e viene utilizzato da quasi tutti. In altri campi (per non parlare delle scienze umanistiche) non esiste un’attenzione all’archivio disciplinare, nè istituzionale, e la ricerca passa solo attraverso pubblicazioni ad accesso chiuso (e spesso, di carta: la pubblicazione in digitale non vale, per la legislazione italiana, ai fini di una valutazione in sede concorsuale. E’ la commissione che di volta in volta decide se accettare o no preprint digitali, e spesso non avviene).
    La situazione (in Italia, sopratutto in certe discipline) è veramente molto grigia, voi fisici coi giocattoloni vivete nella condizione opposta :-)

  16. @aubrey: hai ragione a sottolineare le differenze, ma non facciamo finta che la HEP sia nata così. La transizione sistematica all’uso di riviste che offrano Open Access è stata una scelta ragionata e condivisa dalla comunità abbastanza recentemente, e solo una certa unità sull’argomento ha permesso di esercitare la pressione necessaria rispetto ai grandi editori (e.g. APS, Elseviere, …) per ottenere Open Access anche per riviste che tradizionalmente era chiuse. E ArXiv nasce come un progetto interno, mica ce l’ha regalato un ministero o un’istituzione. Se altre discipline non riescono a uscire dalle logiche della pubblicazione chiusa, solo cartacea (e lasciamo stare il caso italiano, perché per le procedure concorsuali anche la HEP non si salva) è in buona parte responsabilità della comunità disciplinare stessa.

  17. Comunque le spese devono pur essere sostenute da qualcuno, se si vogliono riviste di qualità, questo mi pare indubbio. Nel campo della Chimica o Fisica della materia condensata queste sono tutte a pagamento, chi più o chi meno. Quelle delle “societies” (ACS) sono (anzi erano) meno care perché non a scopo di lucro, ma appunto stanno crescendo vertiginosamente i prezzi. E ovviamente il problema dei costi per biblioteche e università inizia a farsi sentire. Le Open Access del campo sono ancora troppo poco rinomate e soprattutto chiedono soldi per pubblicare, così scaricando i costi dalle biblioteche ai gruppi, ma cambia poco …

    Il problema è che vista la competizione quotidiana e feroce, nessuno “spreca” articoli interessanti per riviste open access o magari per future “cooperative” che nascono. Così i maggiori IF restano alle riviste tradizionali relegando ad un ruolo marginale le altre.
    A meno che non si creino delle “cooperative” di grandi gruppi o università, ma la vedo molto difficile (sempre a causa della feroce competizione che si ha).

  18. Nel mondo della HEP però ci si è riusciti: le grandi collaborazioni di LHC, con il CERN alle spalle, hanno preteso e ottenuto che le riviste ad alto IF del settore offrissero la possibilità di pubblicare secondo OA, semplicemente dicendo che non avrebbero più pubblicato nulla che non fosse così. Il risultato? Pur di non farsi sfuggire l’80% delle pubblicazioni del settore, gli editori si sono adeguati. La domanda è dunque: quale fattore di aggregazioni simile a CERN/LHC le altre discipline possono mettere in campo per vincere negoziazioni simili? E soprattutto, interessa?

  19. Marco, ecco la HEP ha la peculiarità di lavorare su pochi grandi apparecchi (poi un giorno mi spiegerete pure come funziona, anche la valutazione, dei PRL con 100 autori …) e quindi si formano gruppi enormi che racchiudono in pratica tutta la comunità, o quasi.
    La Chimica, la Fisica della materia condensata ma in genere le altre discipline non lavorano su e per poche grandi macchine. Anche chi usa per esempio i sincrotroni lo fa con grant appositi sulla propria ricerca e quindi non ci stanno, per esempio, articoli con 100 utilizzatori di Soleil. Ma ogni gruppo deve studiare il suo sistema X, fa un grant ad uno (o più) sincrotroni, fa le misure e pubblica.
    Lo stesso vale per chi usa i supercomputers. Non si formano comunità come nella HEP perché ognuno lavora per sé, anzi in competizione con gli altri.
    Per non parlare di tutte quelle cose, spesso ottime, che si possono fare con apparecchi che si hanno a disposizione (o ancor meglio si sviluppano) nei propri laboratori …

    Da come la vedo io, non ci sono fattori di aggregazione analoghi a CERN/LHC in molte discipline. Sicuramente interessa a tutti abbassare i costi e massimizzare gli accessi ai propri lavori (qui parliamo di accessi di esperti, siamo andati un po’ fuori tema ma interessante …), ma da qui a trovare un modo di mettersi insieme ce ne vuole …

Lascia un Commento