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  • lunedì 4 aprile 2011

A Mazar-i Sharif è stata la folla

La ricostruzione del Wall Street Journal della strage di venerdì contraddice la versione dell'attacco condotto dai talebani

Venerdì scorso almeno quattordici persone sono state uccise nel corso di una manifestazione contro una sede dell’ONU a Mazar-i Sharif in Afghanistan organizzata in seguito al rogo del Corano del 20 marzo scorso da parte del reverendo Terry Jones in Florida. Secondo le autorità del paese, un gruppo di insorti avrebbe sfruttato l’ondata di proteste, che sono proseguite anche il giorno seguente in altre aree del paese, come una copertura per portare a segno la strage, ma le testimonianze raccolte dal Wall Street Journal sembrano invece indicare la responsabilità dei comuni manifestanti e l’assenza di un piano premeditato contro le Nazioni Unite.

Migliaia di persone si sono riunite venerdì nella moschea di Mazar-i Sharif dopo aver appreso la notizia del rogo del Corano. «Difendetevi dai nemici del Corano con la vostra penna. Difendetevi con le vostre voci. Difendetevi con le armi. È nel vostro diritto difendervi contro di loro e fare la jihad» ha spiegato un uomo dal podio della moschea, stando ad alcune ricostruzioni video. Poco dopo, la folla ha abbandonato l’edificio e si è recata verso l’ufficio delle Nazioni Unite, distante un chilometro e mezzo circa. La polizia ha cercato di ostacolare la marcia, ma il numero degli agenti nella zona si è rivelato insufficiente per contenere i manifestanti che hanno proseguito la loro avanzata.

C’erano solamente 60 agenti di polizia incerti sul da farsi. I primi tentativi di disperdere la folla sparando colpi di avvertimento hanno solamente scaldato gli animi. Gli impiegati dell’ONU ormai sotto assedio hanno deciso di raggiungere due stanze di sicurezza, create per proteggerli dalle intrusioni e dagli attacchi con esplosivi. Hanno telefonato alle vicine base militari che ospitano le forze tedesche e svedesi per chiedere aiuto, stando al racconto di uno dei testimoni. La situazione si è evoluta molto rapidamente, spiegano i comandi militari statunitensi, e i soccorsi sono arrivati quando ormai la folla si era dispersa.

Quando i manifestanti hanno fatto irruzione nella sede dell’ONU, le guardie delle forze afghane colte di sorpresa e confuse hanno consegnato le armi. Le guardie delle Nazioni Unite non hanno saputo come reagire perché le loro regole di ingaggio impediscono di aprire il fuoco contro i manifestanti. Mentre nell’area del campo i manifestanti davano fuoco ad alcune vetture, all’interno alcuni hanno cercato di forzare una delle stanze di sicurezza che ospitavano i funzionari dell’ONU. La porta ha ceduto in breve tempo e Pavel Ershov, un diplomatico russo che si era rifugiato nella stanza di sicurezza con altri membri dello staff, è riuscito a salvarsi fingendo di essere musulmano e rispondendo ad alcune domande sull’Islam poste dagli intrusi.

Gli autori dell’attacco hanno setacciato il bunker rimasto al buio con una torcia, trovando il tenente colonnello Siri Skare, una soldatessa di 53 anni norvegese, insieme a Joakim Dungel, uno svedese di 33 anni impiegato dell’ufficio per i diritti umani da meno di due mesi, e Filaret Motco, un romeno di 43 anni a capo della parte politica della missione. Appena Skare ha cercato di abbandonare il bunker, è stata identificata da alcuni manifestanti afghani che avevano dato fuoco a una delle auto del campo. Le hanno sparato con un fucile sottratto a uno degli ufficiali di polizia e, secondo un testimone, è morta poco dopo a causa delle ferite. Anche Dungel e Motco sono rimasti uccisi.

L’area di Mazar-i Sharif è considerata una delle più sicure dell’intero Afghanistan e, secondo l’accurata ricostruzione del Wall Street Journal, anche per questo motivo i funzionari dell’ONU sarebbero stati colti di sorpresa dall’attacco. La manifestazione sembra sia nata spontaneamente tra i normali cittadini e non tra i ribelli che da anni contrastano le forze militari in Afghanistan. Questo particolare preoccupa i responsabili della missione, che temono nuovi episodi simili difficilmente controllabili. «L’incubo dei responsabili di qualsiasi forza di sicurezza è quello di dover affrontare l’assalto della folla» ha spiegato David Petraeus, il generale statunitense a capo della coalizione militare impegnata in Afghanistan, aggiungendo poi che l’iniziativa del reverendo Jones è stata «carica d’odio, irrispettosa ed intollerante».

L’autore del rogo del Corano, avvenuto dopo un processo sommario al libro durato sei ore lo scorso 20 marzo, ha respinto le accuse ricevute negli ultimi giorni e ha bollato come incostituzionali le parole del generale Petraeus. Secondo Jones, l’atto dimostrativo non complicherà gli sforzi degli Stati Uniti per combattere i talebani: «Non penso che le nostre azioni rendano il lavoro di Petraeus più difficile. I talebani o i musulmani radicali utilizzeranno qualsiasi scusa per incitare alla violenza. Se non avranno una scusa se ne creeranno una da soli».

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