Il Post
— postille

Cos’è la ricerca, davvero

di Massimo Sandal

Un italiano di 29 anni a Cambridge annuncia la sua intenzione di arrendersi alle frustrazioni della vita del ricercatore, e scatena un gran dibattito in rete

28 febbraio 2011

Massimo Sandal, 29 anni, laureato in biotecnologie industriali all’Università di Bologna e attualmente ricercatore a Cambridge in Inghilterra – si era parlato del suo lavoro sul morbo di Parkinson tre anni fa – ha scritto dieci giorni fa sul suo blog un lungo post in inglese sulle frustrazioni del lavoro nella ricerca scientifica. Si concludeva con un’annunciata intenzione di “riprendersi la vita” e ha avuto nei giorni seguenti una notevolissima circolazione e discussione in rete (Sandal è tornato sull’inattesa dimensione del dibattito qualche giorno dopo). Il Post gli ha chiesto di spiegare ai profani quali siano le ragioni di tanta sensibilità ai temi della vita dei ricercatori.

Molti guardano la ricerca scientifica dall’esterno, come fosse una torre d’avorio in cui personaggi dal cranio rigonfio di materia grigia discutono con apollinea serenità i misteri dell’universo. Chi vede la cosa da fuori cosa vede? Quando va bene, professori sorridenti che spiegano la nuova (possibile) cura per il cancro, che commentano le ultime foto di Hubble o il riscaldamento globale. L’impressione che danno i media è quella di un mondo di mattacchioni che discutono serenamente di bosoni, scioglimento dei ghiacci e DNA, senza nessun’altra preoccupazione al mondo.

Sono fesserie. Chi fa ricerca giorno dopo giorno non sono i professori (che hanno un ruolo fondamentale, per carità: ma più di guida, networking e fundraising che altro). Sono i giovani: i dottorandi e i cosiddetti “postdoc” (ricercatori post-dottorali, che hanno un titolo di dottorato ma che non lavorano ancora indipendentemente). Costoro, benché anonimi, sono quelli che fanno tutto il lavoro vero e proprio e sono alla base di una piramide, e questo di per sé sarebbe normale (le gerarchie sono ovunque, di operai ce ne sono tanti e di Marchionne uno solo). Il problema è che si tratta di una piramide su cui non puoi mai fermarti: devi scalarla o perire.

Mi spiego meglio. Se io entro in FIAT per fare l’operaio o l’impiegato, è probabile che io possa rimanere in eterno a fare l’operaio o l’impiegato. Nessuno (che io sappia: potrei sbagliarmi) mi obbliga a fare carriera per diventare dirigente. Nella scienza invece tu non puoi rimanere a fare il ricercatore ad libitum.
La carriera funziona così. Quando uno inizia il dottorato, neolaureato, inizia a fare ricerca vera e propria. Fa esperimenti, calcoli, ipotesi, teorie eccetera: tutto quello che ci si aspetta faccia uno scienziato, magari sotto l’occhio vigile di un dottorando più vecchio o di un postdoc.

Alla fine se tutto va bene il nostro dottorando, dopo tre-quattro anni (o anche più fuori dall’Italia) vissuti chiuso in un laboratorio, rinunciando alle serate e ai weekend, grottescamente malpagato, senza la minima rappresentanza professionale a difendere i suoi inesistenti diritti, avrà realizzato un paio di lavori scientificamente dignitosi, e li avrà pubblicati su una rivista scientifica “peer reviewed”.

Se il suo capo non è un totale figlio di buona donna, avrà avuto riconosciuto il suo lavoro con il primo nome nella lista degli autori: una finezza che significa tutto (avere articoli come primo autore è conditio sine qua non per qualsiasi progresso di carriera; uscire dal dottorato senza un “first-author paper” significa una quasi certa condanna a morte accademica. Avere il primo nome significa che il lavoro “è tuo”, gli altri nomi sono collaboratori secondari o supervisori. E no, non esiste nessun meccanismo di controllo: tutto sta alla correttezza del proprio supervisore. Se il tuo supervisore vuole far andare avanti qualcun altro e non te, il primo nome te lo puoi scordare, anche se hai fatto tutto il lavoro da solo. Non capita spessissimo, ma capita).

A questo punto il dottorando, ora dottorato, dovrà fare la via crucis del postdottorato. Ovvero, lavorare per vari anni in 2, 3, 4 laboratori, 2-3 anni alla volta, finché non si sia fatto un curriculum abbastanza robusto per il passo successivo. Ma mentre durante il dottorato viene pagato in qualche modo dall’università, dopo il dottorato è spesso necessario (anche se non sempre: ma nei posti più prestigiosi è pratica comune) reperirsi da soli i fondi per pagare il proprio stipendio.

La competizione per tali fondi è spietata, e diventa sempre più spietata man mano che si prosegue. Il motivo è semplice: le agenzie che danno i fondi (in generale si tratta di agenzie internazionali o nazionali di natura governativa, oppure di fondi privati o derivati da donazioni, come Telethon in Italia, o il Wellcome Trust in Inghilterra) di norma non finanziano più del 20% delle application che ricevono, e spesso ne finanziano intorno al 5%. Inoltre fare tali application comporta un’enorme perdita di tempo: non si tratta semplicemente di inviare un curriculum e una lettera, ma di scrivere papiri di 10-40 pagine in cui devi convincere un panel di revisori su ogni aspetto della tua ricerca, in cui devi limare ogni parola perché il tuo progetto sia realistico, brillante, convincente. Insomma, devi fare marketing: ma invece che con uno slogan lo devi fare con dozzine di pagine di pubblicità. Aggiungete che, per avere delle speranze, devi fare domanda a numerose agenzie alla volta, e capite che circa il 40% del tempo di molti ricercatori è speso soltanto a fare domande di fondi. Ovviamente le possibilità di avere fondi dipendono essenzialmente dal proprio curriculum, ovvero dalle pubblicazioni (specie come primo autore).

Tali fondi, qualora vinti, sono a termine (quasi mai durano più di tre anni, spesso due) e quindi praticamente ogni anno uno fa nuove domande per garantirsi i prossimi due anni di stipendio. Ed ecco che qui arriva il nodo: tutte le agenzie di fondi che danno soldi per postdoc pongono dei limiti di età o di esperienza. In pratica, raggiunti i 35 anni avere una borsa per postdoc inizia a diventare impossibile. C’è solo un’alternativa: sperare di trovare una posizione come ricercatore indipendente, diventare in altre parole un giovane “group leader” e iniziare a coordinare il lavoro altrui.

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  • http://www.facebook.com/people/Luigi-Bruzzone/707517438 Luigi Bruzzone

    molto molto interessante

  • lorenzom
  • warburgaby

    Grazie per questo articolo, è verità dura e pura
    ciao
    c

  • suro

    Concordo. E infatti dopo 6 anni di vita donati alla ricerca ho salutato tutti, formattato il pc e cambiato completamente settore, materia, mondo.
    Dopo questo articolo, ricordo senza rimpianti la mia vita precedente…

  • enricovaragnolo

    (sospiro…)

  • http://www.facebook.com/people/Sebastiano-Pasqualato/649584816 Sebastiano Pasqualato

    Buon affresco. Non coincide perfettamente con la mia verita’, ma concordo al 90%. Se posso, metto il mio mattoncino, dicendo che io faccio ricerca da 13 anni e ho piu’ il feeling che la ricerca vada avanti perche’ c’e’ tanta gente che ama condividere i propri risultati e lavorare insieme apportando ognuno la propria esperienza, piuttosto che sabotare il lavoro altrui. Le collaborazioni sono alla base delle scoperte scientifiche.
    Comunque, grazie del post, che getta luce su un mondo di cui in molti parlano senza sapere alcunche’.

  • http://www.facebook.com/people/Luigi-Bruzzone/707517438 Luigi Bruzzone

    la particolarità di questo articolo mi pare sia soprattuttto quella di gettare una nuova luce sulla ricerca che si fa all’estero, quella che qui in Italia viene giustamente considerata la ricerca meritocratica, ben pagata ed efficiente.
    E invece mi pare di capire che anche altrove ci siano bei problemi

  • http://idsia.ch/~alessandro Alessandro A.

    A me pare una visione eccessivamente pessimistica, forse dettata da uno di quei momenti di sconforto che, periodicamente, affliggono ogni ricercatore.

    Io sono un post-doc di 36 anni, conosco lo stress, l’incertezza rispetto al futuro, la competizione, l’urgenza di pubblicare e non sempre per motivazioni prettamente scientifiche, la necessita’ di trovare finanziamente, etc. etc..

    Detto questo, non farei mai a cambio con un altro lavoro. Mai.

  • hippo

    Ciao, l’articolo è molto bello, chiaro, oggettivo e l’autore non si piange addosso: complimenti.

    Adesso, però, dal ricercatore, vorrei che finisse il lavoro :)

    Cioè, data questa situazione e dati questi problemi, quali soluzioni si possono ipotizzare, ad ogni livello (università, stato, impresa, associazioni…)?

    Comunque bravo.

  • winniepooh

    Ok, ennesim alamentazione. Ma sta brutto dire che forse non siamo tutti Einstein o Marconi (tra l´altro nemmeno laureato…) o Pasteur? Che, come in tutti i settori lavorativi, c´é chi é piú bravo, chi un po´ meno e chi non lo é per niente? Che il mondo, soprattutto nel XXI secolo, offre tante possibilitá lavorative, anche se non sempre e, soprattutto all´inizio, non corrispondenti alle nostre aspettative? Che, comunque, bisogna sgomitare? Che le gerarchie sono sempre esistite ed esisteranno sempre? Non é che tutto ció sia iniziato oggi e che voi, poveri 30nni, vi siate trovati alle prese con un destino cinico e baro, mentre 20-25 anni si vivesse nel paradiso terrestre.
    Quindi: tirarsi su le maniche e lavorare lavorare lavorare.

  • Zio Dave

    Winnie, leggi attentamente l’articolo prima di partire in quarta. Uno dei punti principali e’ che il sistema e’ competitivo ma non meritocratico; in soldoni, spesso vince il piu’ stronzo, non il piu’ bravo.

  • http://lucaperetti.nova100.ilsole24ore.com/ lucap

    Sì, poi fare ricerca può anche voler dire andare in archivio, guardare film, parlare con la gente/fare interviste, leggere i giornali, osservare gli animali, insomma non è che tutta la ricerca sia laboratorio e meccanismi di finanziamento che funzionano in questo modo…

  • gam65bo

    Articolo troppo pessimistico, le cose non sono cosi’ fosche come descritte. E dopo un giro su Pubmed mi viene il dubbio che non leggeremmo queste righe se il postdoc avesse pubblicato un Nature o Science durante questi anni a Cambridge. Mi sembra un po’ il tipico sfogo di chi e’ capitato in un lab di iene con un progetto che non funziona.

  • lorenzom

    L’articolo dice sostanzialmente cose vere, dissento però su tre punti:
    come hanno detto altri ci sono, specie a livelli alti anche ambienti competitivi ma virtuosi dove la gente si racconta il proprio progetto per avere aiuto e suggerimenti.
    Poi nei paesi avanzati esistono programmi di uscita dalla carriera accademica: companies, teaching universities, publishers, grant agencies, etc. Non è detto che si debba rimanere per forza con le mosche in mano.
    Infine, il PI non fa solo fund raising, coordina la ricerca che è un lavoro che prende un bel po di tempo e soprattutto scrive. Diciamo che quando si diventa senior non si producono più i dati, cosa che non corrisponde esattamente a fare attività di ricerca.

    Più in generale, uno potrebbe anche chiedersi, qual’è quel lavoro che ti fa fare sempre delle cose diverse, intellettualmente stimolante, che ti fa conoscere alcune delle persone più brillanti del mondo e che volendo ti da un lasciapassare per vivere nelle città più belle del mondo?
    Certo c’è da lavorare e non c’è certezza del futuro.

    Grazie per aver affrontato il tema.

    l.

  • riccardor

    Interessante l’articolo e fantastico il link di lorenzom.

    Mi colpisce più che altro la sottolineatura della differenza tra competitività e merito.

  • ellis

    E’ Lui!
    Brullo!
    Epurato dal turpiloquio, ma l’ho riconosciuto nelle prime 2 righe!
    Amico!

  • http://www.facebook.com/people/Andrea-Danielli/588582791 Andrea Danielli

    C’è un libro che analizza a fondo queste tematiche e che ho trovato davvero degno: Segalat, La scienza malata?, Cortina, 2010.
    Per il resto condivido, e infatti ho mollato la mia carriera accademica per Banca d’Italia, incontrando un concorso serio e meritocratico.

  • http://www.facebook.com/people/Andrea-Salvatori/718282968 Andrea Salvatori

    In base alla mia esperienza di ricercatore universitario in economia in Inghilterra concordo con i commenti che sottolineano che questa sia una visione un po’ troppo negativa. E’ giusto pero’ che si sappia che, contrariamente a quanto sembrano avallare i media italiani talvolta, i ricercatori (italiani e non) nelle universita’ in giro per il mondo non fanno affatto una vita rilassata e coperta d’oro. Io questo comunque lo vedo come un punto positivo (con limiti certo) e non troppo diverso dalle condizioni di tante altre professioni intellettuali in altri settori (pubblici e privati).

  • geronimo

    Descrizione fedele, anche se concentrato sul campo delle scienze ‘dure’. Per quelli che credono che al’estero sia diverso, aggiungo che molto spesso l’unico fattore che cambia è quello economico. (Che non è poco, ammetto). La dinamica lavorativa rimane comunque sostanzialmente quella descritta.

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  • gam65bo

    Ci sono anche alcune cose che non corrispondono esattamente al vero: il post-dco, almeno negli US, si fa generalmente in un lab solo e dura in media 3-5 anni. Se nel frattempo hai pubblicato un lavoro su una rivista ottima e se hai buone lettere di referenze una posizione da young group leader non e’ difficile da trovare. Inoltre, almeno qui, non esiste proprio che tu fai il lavoro e non hai il primo nome, c’e’ un controllo capillare per questo tipo di cose all’interno delle universita’ e dei centri di ricerca. Per finire, se provi a sabotare esperimenti altrui o a falsificare dati rischi seriamente di finire in galera, perche’ molto probabilmente hai usato soldi federali, ergo indaga direttamente l’FBI. Ci sono storie molto interessanti a questo riguardo su retractionwatch.wordpress.com

  • davitabile

    Sono un ricercatore in Inghilterra, e la mia opinione è che questo articolo è decisamente troppo pessimista. Sembra frutto di una frustrazione di fondo dell’autore, forse un ciclo periodico nella vita di un ricercatore che vive all’estero.

    Ci si dovrebbe rendere conto, per esempio, che il codice di condotta tra professori, postdoc e studenti di dottorato cambia moltissimo da settore a settore. Nel mio campo (matematica applicata) i comportamenti descritti nell’articolo non sono verosimili, né corrispondono ad alcuna situazione che io conosco.

    Ci si dovrebbe anche rendere conto che anche definire i canoni con i quali giudicare un programma di ricerca è un problema, e che inevitabilmente si deve scegliere un criterio pseudo-oggettivo.

    Infine, sono perplesso dalle lamentele sul salario basso: un postdoc che ha appena consegnato la sua tesi di dottorato prende in media trentamila sterline l’anno che non sono male. Dopo quattro o cinque anni, il suo salario arriva fino ai trenaseimila. Io vivo benissimo e indipendentemente con meno. E mi posso permettere una casa in affitto, e delle vacanze.

    Ah, dimenticavo: mi pagano dignitosamente per fare un mestiere interessantissimo!

  • Signor D

    Come altri hanno già segnalato, si parla di ricerca nelle scienze applicate, non di tutta la ricerca scientifica, senza segnalarlo.
    In ambito umanistico cambiano certi aspetti: i lavori hanno meno bisogno di “carne da laboratorio” (e per la carne da archivio ci si serve, all’estero, spesso e volentieri di studenti anche sotto al dottorato, per nulla pagati), e non si punta alla produzione di articoli, ma di libri (la classifica delle università secondo i criterî di quella di Shangai, infatti, praticamente esclude gli istituti umanistici.

    Una delle ultime frasi (“Ma fare scienza è anche”) zoppica un po’.

    D

  • http://www.facebook.com/people/Michele-de-Cadenza/726143042 Michele de Cadenza

    La cosa dirompente di questo post, come del suo gemello in inglese su devicerandom, è la quantità e il tenore degli interventi “me too” ; “I’m in the same situation just now” “dopo 6 anni di sfruttamento ho abbandonato anche io”. Come se il mondo fosse PIENO di ricercatori trentenni in queste condizioni. Ma oggi che in italia migliaia (migliaia) di ricercatori precari stanno subendo QUESTO:

    http://ricercatoriprecari.blogspot.com/2011/02/la-gestione-del-transitorio-o-de.html

    (ed è un po’ come se lo Stato smantellasse Mirafiori di botto, dall’ oggi al domani)

    Forse è venuto il momento di fare qualcosa.

  • alegrot

    Ciao Massimo,

    Il tuo articolo, ed il post che hai pubblicato sul tuo blog, è molto interessante perché descrive nel dettaglio il duro lavoro di un ricercatore nella sua affascinante “ricerca” della verità scientifica. E’ vero che dall’esterno la ricerca sembra come se tutti fossimo in camice bianco davanti a provette a discutere sui massimi sistemi e a ipotizzare nuove e affascinanti teorie. Tu stesso hai potuto toccare con mano che tutto ciò, in realtà, ha dei costi pratici, ma soprattutto umani. L’ambiente degli scienziati non è poi quello che uno si attende: una comunità di filosofi illuminati che pone il sapere scientifico come bene supremo. No, niente di tutto questo, purtroppo. Con alcune eccezioni, beninteso.
    Fatte queste premesse, io ritengo che, nonostante le notti passate in lab. ad analizzare dati, i weekend passati davanti allo schermo a scrivere articoli, la scarsa vita sociale (anche se io le mie birre il sabato sera le ho sempre bevute, ovviamente in compagnia di altri nerd come me…), nonostante la poca confidenza con il gentil sesso…, la lontananza dalla famiglia; nonostante i risultati che a volte non vengono, perché io non sono certamente un genio; nonostante la stragrande maggioranza dei miei articoli non verrà certo ricordata dagli storici…, e che a volte il boss (il group leader del laboratorio) sembra uno che rema sempre contro; nonostante reperire fondi sia maledettamente complicato e devi scrivere 4-5 grant per prenderne 1, nonostante la vita da precario a 40 anni non sia proprio il massimo della vita, e che non avere una vita indipendente a volta ti fa cadere proprio in depressione, nonostante tutto ciò: io continuo a pensare che le emozioni che provo di tanto in tanto nel leggere un articolo su Nature o Science o PNAS (per citarne alcuni) e apprendere che la natura si comporta proprio nel modo in cui la mente pensante di un tizio aveva ipotizzato, mi ripaga da ogni sacrificio fatto e da ogni mia personale delusione.
    Poi, certo, finita l’emozione si torna alla realtà, che è quella che hai descritto tu con grande dovizia di particolari. Al singolo individuo rimane poi la scelta di affrontare la realtà e ritrovare quell’emozione oppure percorrere altre vie meno impervie e più rassicuranti. Qualsiasi scelta è rispettabilissima.

    Alessandro

  • Net Flier

    voglio porre una domanda: ma quale lavoro “indipendente”, e per indipendente intendo non da dipendente, non si prospettano le stesse cose che ho letto?

  • http://www.facebook.com/people/Michele-de-Cadenza/726143042 Michele de Cadenza

    Net Flier, in genere se lavori nelle aziende -da professionista specializzato, beninteso- hai una sorta di contratto implicito coi tuoi datori di lavoro. Se sei fortunato si stabilisce una relazione causale fra meriti e obiettivi raggiunti, i.e., se fai questo allora questo, se A allora B. Questo permette ai miei compagni di classe del liceo di guadagnare dalle 3 alle 10 volte più di me, oggi, e allo stesso tempo di viaggiare e di conoscere le meglio menti della nostra generazione (non era M.Moore che diceva che i migliori studenti delle università degli stati uniti si son dati alla finanza e NON alla ricerca?).

    Ora puoi credere a un ricercatore qualsiasi quando ti dirà che che in questo lavoro tale relazione non esiste più. E quando non non si parla solo di ITALIA, ma anche di YALE, Cambridge, ecc. allora forse inizia a esserci qualche problema strutturale.

    C’è un illuminante articolo dell Economist, http://www.economist.com/node/17723223?story_id=17723223 che spiega questa rottura.

    “universities have discovered that PhD students are cheap, highly motivated and disposable labour. With more PhD students they can do more research, and in some countries more teaching, with less money”…. anche questo andrebbe fatto circolare

  • dan.galvano

    Fotografia un po’ nera, ma tutto sommato precisa.
    E aggiungo, quale altra categoria lavora nel w/e “aggratis”?
    Fare ricerca in accademia (ma anche in una company, se sei PhD stident o postdoc) puo’ essere molto frustrante.
    Certo, tutto dipende dai risultati. Se hai culo e un buon progetto (e testa, of course), hai dati, pubblichi, ricevi soldi, ti ecciti e non ti deprimi.
    Tutto in un loop che si autoalimenta.
    Purtroppo il mondo scientifico non e’ un mondo perfetto, e in cui la sola bravura puo’ non essere sufficiente.
    Di storie da raccontare ne avrei a decine.

  • niniel

    io partirò a breve per fare un PhD all’estero…e ho 4 anni di gavetta in laboratorio alle spalle. Ho paura di quello che potrei trovare, ho visto mille sfaccettature della vita di laboratorio, e ancora ve ne sono altre da scoprire..ma diamine, il mio lavoro MI PIACE. E poi, se mi stufo, c’è sempre la possibilità di andare a lavorare in un’azienda, che tanto adesso ti richiedono un PhD e quando avrò finito chiederanno come minimo un post doc con esperienza e al massimo 26 anni di età…
    oppure, per citare la frase che dico dal primo anno di università: “alla peggio, apro una piadineria”.
    E malgrado tutti quello che mi stanno dicendo quelli che ci sono passati prima di me, ho ancora voglia di provarci, e la folle convinzione che magari per me sarà diverso.
    Chi vivrà vedrà :)

  • gam65bo

    I PhD students non sono economici, almeno negli US, perche’ generalmente non portano soldi, mentre i postdoc possono (in molti casi devono) applicare per una fellowship e quindi il loro stipendio non grava sul laboratorio (si parla di 35-50000$ l’anno, moltiplicateli per il numero medio di postdoc di un lab e calcolate quanti soldi si risparmiano). Inoltre se vi fate un giro tra i laboratori quotati, tipo quelli dei ricercatori HHMI per esempio vedrete che il rapporto postdoc/PhD e’ spesso 10/1 se non piu’ basso.

  • http://glasgow-smile.blogspot.com/ ch3m

    Brullo!! Sei arrivato fin sul Post… secondo me, una carriera da giornalista scientifico ti si spanlancherà alle porte!

    Nel merito, è interessante il commento di Alessandro A. (“Detto questo, non farei mai a cambio con un altro lavoro. Mai”). É un po’ il cuore del problema: esiste un’infinità di gente che la pensa così, che a prescindere dalla situazione in cui si trova non farebbe mai cambio con un altro lavoro, e le risorse sono pochissime; basta questa combinazione a rendere l’ambiente della ricerca incredibilmente aggressivo, temo.

  • Net Flier

    @ michele de cadenza
    grazi per il link, mi ha aiutato un attimo a comprendere meglio la giostra.

    si evince, però, che i problemi di fondo sono sostanzialmente due:
    -eccessivo numero di persone rispetto alla domanda
    -eccessiva conoscenza rispetto alla domanda
    che, in fin dei conti, si rispecchia bene o male in tutta l’area universitaria (ti anticipo che io la sto valutando da fuori, quindi non ho pregiudizi di sorta).
    è chiaramente il contesto che porta anche ad un avvilimento personale..sentirsi sprecati e mal pagati, di certo non aiuta nei momenti difficili.
    ma oggi, per quanto si veda dentro e fuori, l’area universitaria è diventata “insufficiente”: una laurea triennale è “poco” e viene richiesta la specializzazione e se c’è un master è meglio e via andare. il tutto, nel frattempo, pagati poco e male e lavorare..tanto. perché? perché sei studente e stai imparando.
    io la vedo come una forma di “selezione” del tipo, prima c’era bisogno della laurea per avere un plus..poi la laurea l’hanno incominciata a prendere “tutti” e vai di specializzazione..poi anche li è arrivata “la massa” e vai di master.
    non mi sembra che il disco sia molto diverso nel discorso della ricerca.
    ma ritorno alla mia domanda: da un lavoro autonomo quale possa essere un’attività imprenditoriale fuori dagli schemi della vendita al dettaglio, parliamo di un qualcosa di costruito, non una semplice rivendita, l’articolo sul post riporta molte affinità; quindi sono io che non ho capito (ed è probabile) come gira la giostra o sono i ricercatori come sandal che pensano che le attività proprie siano meno in salita e completamente differenti dall’essere ricercatore?

  • wizardo

    capisco la frustrazione (temporanea compagna di chiunque faccia scienza davvero), capisco il desiderio di cambiare vita (temporaneo compagno di chiunque), ma concordo con chi trova l’analisi non generalizzabile.
    caro massimo, ho vissuto il tuo stesso sconforto in passato, per ragioni diverse forse, ma ho cercato semplicemente di prenderla con filosofia. e alla fine passa.
    probabilmente sei finito in un contesto non motivante e con colleghi da cui stare alla larga. succede. sfiga.
    ma il mondo scientifico è grande e ci sono realtà diversissime ed appaganti.
    che poi per arrivare occorra perseveranza, questo è vero per qualsiasi carriera. stesso dicasi per la distinzione tra competizione e meritocrazia. vero per mille altre realtà.
    il lavoro accademico è un lavoro tosto, ma che ti porta lontano.
    che ti porta a coltivare il pensiero come nessun altro lavoro al mondo. a volte la gavetta è dura ed interminabile.
    ma secondo me ne vale la pena.
    l’errore è nel lasciare che la ricerca inglobi ogni aspetto della propria vita. nel tagliare tutto il resto, spesso inutilmente, perchè il cervello ha bisogno di svagarsi per funzionare a dovere.
    citando un troisi anniottanta “robbertì, sientiammè, tu devi uscire, ti devi salvare, chisti t’hanno chiuso dento ‘sto museo, va in miezz’a strada, tocca ‘e femmene, va ‘a rubbà, fa chillo che vvoi tu”.

  • pierpa

    Storia di una quotidiana follia universitaria.
    Purtroppo dopo 2 anni anche io sono scappato dalla ricerca pubblica italiana nel campo dell’agricoltura.
    Troppi equilibri da mantenere per troppo poco futuro davanti a te!

    Oggi perlomeno sembra muoversi qualcosa nel mondo della ricerca privata, dove stanno sorgendo interessanti gruppi di Ricerca & Sviluppo interni anche alle PMI italiane.

  • dan.galvano

    Qualcuno dice che non cambierebbe mai il lavoro di ricercatore con un altro. Vero, forse nemmeno io. Non fosse altro che per i posti che ho potuto visitare.
    Ma spesso con altri colleghi ci si domanda: cos’altro sappiamo fare fuori da un lab?
    Si possono intraprendere carriere diverse, specialmente in un azienda, ma tocca ricominciare di nuovo.
    Come ci si ricicla a 35-40 anni? Prendi il primo lavoro che capita e che non ti piace perche’ magari nel frattempo hai provato a mettere su famiglia (e devi campa’)?
    Il senso di frustrazione puo’ diventare infinito.

  • miche2000

    Bell’articolo, che raffigura la realta’ della ricerca, anche se con una punta di disperazione.
    La ricerca e’ un sistema non dissimile a quello del mestiere di artigiano: si impara il mestiere da qualcuno che ti fa lavorare sodo e poi devi fare l’imprenditore di te stesso e sperare di avere successo. Non e’ un caso che si parla di laboratori artigiani. Quindi il lavoro nella ricerca e’ passione e dedizione al proprio lavoro, nonche’ una notevole dose di autostima. Se queste cose mancano e’ difficile continuare, e si favoleggia di quanto sarebbe bello fare l’impiegato. L’alternativa c’e', ed e’ fare il tecnico a vita. Oppure andare a lavorare nel privato (ora e’ piu’ difficile con la crisi, soprattutto in Italia), come un sarto che andasse ad attaccare bottoni in un grand hotel. Ambedue queste opzioni significano perdere la possibilita’di fare un lavoro “artigiano”, creativo, in favore di un lavoro piu’ sicuro. Per molti e’ come morire. Inoltre bisogna mandar giu’ il proprio orgoglio, cosa che per uno scienziato e’ dificilissimo da fare.
    Questa e’ la conseguenza della democratizzazione della scienza: prima chi faceva scienza era ricco ed aveva tempo da perdere (un esempio classico e’ stato Darwin, citato a sproposito nell’articolo). Ora tutti possono accedere a questo mestiere, ma il problema e’ che servono parecchi soldi per portare avanti una ricerca, e sempre di piu’ ne serviranno. Ci deve essere una selezione per forza, e questa si fa tramite le pubblicazioni su riviste peer reviewed e durante l’assegnazione dei grants.
    Il problema e’ che in questo sistema ci sono troppe storture. Ad esempio si tende ad enfatizzare troppo la propria scoperta, come se fosse la soluzione di tutti i problemi, altrimenti non si pubblica, altrimenti non si accede ai fondi. Oppure si crea un’eccessiva competizione tra laboratori, o, terribile, all’interno dello stesso laboratorio. Queste cose fanno prendere granchi colossali (vedi, oltre ai falsi scientifici, il problema dell’”effetto declino” http://www.nature.com/news/2011/110223/full/470437a.html), e fanno vivere malissimo il proprio lavoro. A volte il capo di un laboratorio non ha nessun interesse a far “crescere” i suoi sottoposti, ma solo a sfruttarli, non sia mai che si creino dei nuovi competitori. Infine, non c’e’ scampo per chi ha sfiga: uno si immerge in uno studio, magari voluto dal suo capo, sudando sangue per anni, ma, sfortunatamente, la natura non vuole mai assecondare le aspirazioni dello scienziato (vedete la parodia di cio’ qui http://www.youtube.com/watch?v=Fl4L4M8m4d0). In questo caso nessuna pubblicazione, nessun fondo per la ricerca, ovvero l’oblio.
    Soluzioni? Non esiste un “governo” della scienza ed ognuno fa per se’. Anche avendo una buona idea (che non c’e') temo che ci vorranno secoli per mettere d’accordo tutti quanti.

    Io quindi capisco Massimo Sandal, e gli consiglio di cambiare laboratorio se si trova “caught in a bad project” ed ha i colleghi stronzi (non in tutti i laboratori e’ cosi’), prima che passi troppo tempo dalla sua meritata pubblicazione del 2008.

    Michelangelo

  • pifo

    E se aggiungessimo che il sistema prettamente anglossassone descritto da Sandal ha comportato in alcuni ambiti disciplinari una vera e propria crisi di progresso?
    Lee Smolin attribuisce al meccanismo perverso spiegato da Sandal la responsabilita’ della “palude” nella quale si e’ ficcata la fisica teorica negli ultimi 40 anni.
    Bisogna comunque dire che non tutti i centri di ricerca europei e soprattutto quelli statali funzionano secondo le meccaniche descritte da Sandal.
    Io credo che la sua sia una esperienza riferibile soprattutto alle attivita’ legate alle fondazioni private. In Europa esiste ancora una ricerca universitaria e accademica finanziata dallo stato e il “corpo accademico” che in questi centri lavora vive delle meccaniche assai piu’ “rilassate” di quelle descritte da Sandal, mantenendo allo stesso tempo ottimi standard qualitativi.

  • redview

    Secondo me bisogna distinguere tra considerazioni strutturali e contingenti. Per strutturali intendo considerazioni che sono comuni a tutto, o quasi, il campo della ricerca. Per contingenti intendo considerazioni che sono relative a dove e con chi fai ricerca.

    Questa analisi mischia tutto, generando confusione. Io faccio un dottorato in ingegneria in Svezia e posso dire che sicuramente non sono sottopagato (e, per quanto ne sappia, lo stesso é negli altri paesi scandinavi e in Germania). Posso dire che tutti fanno ricerca, dallo studente master al professore anziano, ognuno a diversi livelli, con contributi diversi, ma nessuno sfrutta nessuno. Non ci sono problemi con l’ordine degli autori negli articoli: il lavoro é riconosciuto. Ovviamente, queste considerazioni dipendono fortemente dal fatto che io faccia ricerca in Svezia e che faccia ricerca in un dipartimento con una buona atmosfera e tradizione.

    Poi ci sono le cause strutturali. Siamo in Europa, gran parte dei fondi giungono dall’UE, sono legati all’industria, la ricerca deve essere spesso orientata all’industria, al progresso tecnologico. Neoliberismo, biocapitalismo. Anche qui bisogna continuare andare avanti, anche qui si lotta per avere i fondi, anche qui c’è un sentimento di precarietà diffusa. Come, credo, in tutto il mondo.

    Quindi, concludo, alcuni aspetti della lettera sono legati al sistema economico in cui ci troviamo, tutti; altri aspetti sono legati allo stato (nazione) che hai dietro, alle politiche universitarie e agli investimenti nella ricerca; altri sono legati alla fortuna che uno ha di incontrare un supervisore ed un dipartimento con delle persone che lo aiutino a crescere nel suo dottorato o postdoc.

  • http://www.facebook.com/people/Antonio-Consoli/632812865 Antonio Consoli

    Io credo che questo sistema “marcio” si basa principalmente sulla trappola delle pubblicazioni. Come dice Lady Gaga nel suo laboratorio, lei vuole un Cell (nel commento di lorenzom). Allora perché un Cell e non una pagina di wordpress, per esempio? o un altro posto pubblico e accessibile a tutta la rete ? Perché non ha una riconosciuta visibilitá, mi viene da dire. Ma in realtá, in rete, le cose davvero interessanti, utili, nuove, come questo post di Sandal, sono reperibili e si diffono velocemente. Il processo di revisione delle riviste “peer reviewed” da parte di esperti (che poi sono altri autori della rivista stessa) é ovviamente necessario e fondamentale. Ma non sarebbe difficile metterlo in atto con le connessioni personali che giá si hanno o quelle che si creano facilmente in rete.

    Forse é utopico pensare di cambiare con una rivista un sistema che si basa su riviste giá affermate. Chissá forse la rete é l’elemento che prima mancava e che potrebbe cambiare le cose.

    In generale poi, la scienza stessa , a parte il destino di doc e post-doc, soffre questa situazione. Gli argomenti che si affrontano, i temi della ricerca, sono soggetti a fondi di agenzie, seguono la linea del mercato o dell’innovazione programmata. Che palle. Se i vari borsisti e giovani che fanno la ricerca davvero avessero uno spazio alternativo dove pubblicare lavori che nascono dalla loro passione, forse le cose cambierebbero.

    Questo spazio dove tutti noi ci siamo trovati a esprimere i nostri punti di vista ne é un piccolo esempio.

  • http://www.facebook.com/people/Massimo-Sandal/1129950235 Massimo Sandal

    Salve, come autore dell’articolo vorrei chiarire/rispondere a un paio di cose:

    1)L’articolo è confuso e mescola troppe cose e ne omette troppe altre. Colpa mia, ma Sofri, che mi ha gentilissimamente chiesto la cosa, mi ha beccato mentre ero in Germania e con pochissimo tempo per connettermi a Internet, e ho improvvisato quel che potevo (e meno male che ci ha messo uno zinzi di editing!). Il blog post è leggermente meglio, ma anch’esso non era certo stato pensato per il successo che ha avuto. Mi scuso pertanto con i lettori.

    2) “Mi sembra un po’ il tipico sfogo di chi e’ capitato in un lab di iene con un progetto che non funziona.” – Beh, lo è. Ovviamente se le cose fossero andate meglio probabilmente sarei ancora lì. E’ chiaro che certi sfoghi derivano anche dalla frustrazione. Questo non cambia la sostanza, però: il lavoro della ricerca e il funzionamento della carriera scientifica sono quelli che sono, anche nei laboratori più ameni, solidali e batuffoli del mondo. Probabilmente avrei scritto lo stesso post, dieci anni dopo, ancora più triste di adesso. Come lei, che ha lavorato con un premio Nobel, è stata a capo di un gruppo per 10 anni, ha pubblicato regolarmente e poi si è trovata in mezzo alla strada: http://sciencecareers.sciencemag.org/career_magazine/previous_issues/articles/2011_02_04/caredit.a1100011

    3)”qual’è quel lavoro che ti fa fare sempre delle cose diverse, intellettualmente stimolante, che ti fa conoscere alcune delle persone più brillanti del mondo e che volendo ti da un lasciapassare per vivere nelle città più belle del mondo?” – Non lo so, ma la ricerca lo è fino a un certo punto. Posso assicurare una cosa: gli scienziati non sono tra le persone più brillanti del mondo. Alcuni lo sono ma la maggior parte sono persone assolutamente normali e addirittura noiose, che hanno un talento specifico, nè più nè meno di chiunque altro.

    In generale, a chi dice “io non farei mai un altro lavoro” rispondo che anche io non avrei mai fatto un altro lavoro. Ero esattamente uno di quei ricercatori che pensava che avrebbe sempre e solo fatto il lavoro più bello del mondo. Ma più andavo avanti più mi dicevo: Ok, come faccio a dire che sia così se non ho mai provato il resto? Chi dice che non farebbe mai nient’altro, ha mai provato a fare qualcos’altro? Se sì, sarei curioso di sentire le sue impressioni.

    “io continuo a pensare che le emozioni che provo di tanto in tanto nel leggere un articolo su Nature o Science o PNAS (per citarne alcuni) e apprendere che la natura si comporta proprio nel modo in cui la mente pensante di un tizio aveva ipotizzato, mi ripaga da ogni sacrificio fatto e da ogni mia personale delusione.” – Beh certo, sono del tutto d’accordo. Ma posso leggere Nature o PNAS anche al di fuori.

    4)”Adesso, però, dal ricercatore, vorrei che finisse il lavoro :)
    Cioè, data questa situazione e dati questi problemi, quali soluzioni si possono ipotizzare, ad ogni livello (università, stato, impresa, associazioni…)” – Ecco, no. Da me questo non lo avrete: o se lo avrete non conta nulla. Io so che c’è un problema, c’è una situazione che forse è subottimale, in cui si mischiano frustrazioni e speranze, spreco di risorse intellettuali e ottimizzazione di scarse risorse economiche. Quale sia il bandolo di questo groviglio non lo so e forse non lo saprò mai. Ho le mie opinioni, ma valgono zero come quelle di chiunque altro. Posso dire come la ricerca è, e che così com’è ha dei problemi. Magari viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma forse è il caso di verificare se sia così. Alle soluzioni si può arrivare solo avendo studiato il problema, non così, sull’onda emotiva.

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  • gam65bo

    Nell’articolo di science lei dice pero’:” I was never going to be original enough to be a star…Once I had decided I would never be shaking hands with royalty in Stockholm, I downgraded my career expectations drastically, in a way that fellow failed perfectionists may recognize. I focused on more mundane goals, such as getting a permanent job in the U.K. system. I got tenure, and after about 10 years of running my lab, my science declined.”
    E l’aver lavorato con un Nobel non fa automaticamente di lei uno scienziato geniale (oltretutto quando lei ha iniziato il postdoc Bishop nn l’aveva ancora ricevuto). Il sistema avra’ anche sei grossi problemi, ma di sicuro non perde per strada scienziati outstanding (e qui si potrebbe iniziare un lungo discorso su quanti scienziati effettivamente servano alla societa’.)

  • giorgiospada

    Condivido in parte le affermazioni qui fatte circa la ricerca. Molto poco invece la frase “Chi fa ricerca giorno dopo giorno non sono i professori (che hanno un ruolo fondamentale, per carità: ma più di guida, networking e fundraising che altro)”, che e’ di certo sbagliata, dato che in effetti ci sono molti professori che “giorno dopo giorno” fanno ricerca etc. Ne conosco tanti. Uno sono sommessamente e modestamente io (per carita’, coi miei limitati mezzi, giorgio dopo giorno). Saluti. Giorgio Spada Associato di Fisica Terrestre Universita’ di Urbino http://www.fis.uniurb.it/spada/Home.html -

  • http://www.facebook.com/people/Massimo-Sandal/1129950235 Massimo Sandal

    @gam65: Che servano solo scienziati outstanding è una sciocchezza (lo diceva già Bertrand Russell). E questo atteggiamento è parte del problema.

    @giorgiospada: Le eccezioni, specie tra i professori giovani, esistono. Ma non era, la mia, una critica al ruolo dei group leader, ruolo che è essenziale. Era una constatazione, ovviamente statistica.

  • brof

    questo articolo rappresenta in maniera assai fedela la realtá del sistema ricerca, aldilá di confini governi e nazionalitá

    PER FAVORE QUALCUNO POSSIEDE LA VERSIONE IN INGLESE DI QUESTO POST?

    la vorrei appendere in bacheca in dipartimento da me

  • gam65bo

    Con buona pace di Bertrand Russell, mai detto che servano solo scienziati outstanding, solo che in un momento in cui i fondi sono pochi e gli istituti tagliano non c’e’ rischio di perdere i piu’ bravi (e non mi sembra poco).

  • freccia

    vorrei fare alcune considerazioni che non mi sembra siano state fatte prima:

    1. in linea di principio chi inizia la carriera da ricercatore (accademico) non lo fa per i soldi. se lo fa, ha sbagliato ad interpretare la realta’

    2. dalla 1 discende che chi fa il ricercatore lo fa per passione e per questo deve ritenersi un privilegiato perche’ ha la possibilita’ di fare (sempre con le adeguate eccezioni) quello che gli piace ed essesere pagato.
    3. visto 1 e 2 la cosa che cosa attrae molto della carriera del ricercatore e’ la LIBERTA’ e vorrei che tutti voi mi diceste quante volte questo concetto di liberta’ e’ utilizzato piu’ o meno consciamente per qualificare questo lavoro come “il piu’ bel lavoro del mondo”.
    A mio parere, al giorno d’oggi a volte si confonde la passione per la ricerca con la passione per la vita del ricercatore accademico: responsabilita’ limitate (e fidatevi che se provaste a lavorare in azienda capireste di cosa parlo), flessibilita’ di organizzarsi come si vuole, possibilita’ di viaggiare spesso a scrocco.

    Il fatto che molte persone che hanno iniziato il PhD per caso, anzi, per mancanza di altri lavori, continuano il post doc con scarsa motivazione (conoscendo magari le limitazioni che questo lavoro offre) provoca un aumento sconsiderato dell’offerta e questo di conseguenza una minor disponibilita’ di fondi in generale.

    concludo dicendo che, lasciando perdere condizioni facilitanti dovute a una intelligenza sovrumana, per raggiungere un obbiettivo bisogna farsi il culo (pensiamo a tutti i professionisti di alto livello) e che un posto con tenure track non e’ una cosa che si trova in un pacchetto di patatine e ci viene offerto solo perche’ abbiamo fatto una vita di sacrifici. Forse dopo aver sognato durante tutto il PhD, bisogna guardare in faccia la realta’…

  • http://aresio.blogspot.com aresio

    bellissimo articolo su una situazione oggettivamente bruttissima :(

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  • emanuela81

    Ciao! Ho 30 anni, sono una post-doc, lavoro al CNR e ad aprile sarà il mio ultimo mese di lavoro! è frustrante fare questo lavoro in Italia, nonostante le forti motivazioni personali, ho perso l’entusiasmo e la voglia di dedicare le mie intere giornate e serate a fare un lavoro che a mio parere non può neanche essere definito tale!
    Mi è piaciuta molto questa lettera, condivido lo sfogo!

  • enzodifa

    Caro Massimo,
    la tua fotografia sulla ricerca moderna, sebbene trasmetta un po’ di delusione e pessimismo, contiene del vero, in particolare cerca di essere realistica cercando di ridipingere il fondale eliminando dal paesaggio tutte quelle figure ipocritamente auliche riempendolo di situazione “reali”.
    In fondo e’ un tentativo di racconto “neorealista” di come si compete nella ricerca moderna.
    Indubbiamente le agenzie di funding, le grandi riviste, e a volte la grande industria, premono per togliere alla ricerca quel carattere speculativo che ci ha sedotto, piu’ o meno tutti, in eta’ ingenua e romantica.
    E’ inoltre vero che sono i giovani a fare ricerca, e ci mancherebbe altro!
    I post post doc, cioe’ i “tenure track” o i prof, coordinano etc. ma era cosi anche agli inizi del 900 quando le ricerche diventavano piu” complesse e si lavorava in gruppo. Direi cosi anche ai tempi di Faraday e cioe’ appena dopo Newton. Quindi da questo punto di vista c’e’ poco da dire.
    Quello su cui riflettere e’ questa ossessione per il risultato previsto ed immediato su cui le universita’ ed i centri di ricerca stanno abdicando sotto la pressione dei burocrati delle agenzie di finanziamento. Questa ossessione, innesca quei meccanismi che descrivevi in dettaglio.
    Se poi aggiungiamo l’ ossessione dell’ “impact and H factor” la vita del ricercatore, giovane ed attempato diventa sempre meno attraente.
    Infine, e’ chiaro che solo una parte dei postdoc raggiungera’ una posizione permanente, attraverso l’ ingresso in un centro di ricerca o la tenure track e la professor ship.
    Allora che fare? Suggerire a tutti di lasciar perdere con la ricerca?
    Intanto, voglio osservare che nella descrizione che fai del ricercatore, come un ossesso che passa la sua vita per diversi anni solo frequentando il laboratorio c’ e’ qualcosa di fondamentale che non torna, ma non torna nel senso che non e’ quella secondo me una buona formazione intellettuale. Se ci si imbarca in un lavoro ad alta competizione, si deve mettere in conto la possibilita’ di perdere. Se vuoi tentare di diventare un cantante lirico, o una rock star o un pilota di formula uno, devi sapere che il rischio di non farcela e’ molto alto.
    Lo stesso vale per il lavoro da ricercatore. La probabilita’ di avere una posizione permanente non e’ zero, ma nemmeno 1. Il problema e’ che molto spesso, per tante ipocrisie e convenienze, la cruda realta’ viene mascherata o edulcorata, per cui si scopre all’ improvviso che la strada che porta ad una stabilita’ professionale diventa un imbuto.
    Per questo motivo e’ sbagliato pensare di dedicare tutto il proprio tempo ad un lavoro. Bisogna curare altri aspetti ed altri talenti che ognuno di noi ha. Provare ad arricchire il proprio orizzonte culturale mantenedo viva la curiosita’. In caso di fallimento, o rinuncia nel mestiere del ricercatore la vita puo’ accoglierci non come degli zombie ma come Caro Massimo,
    la tua fotografia sulla ricerca moderna, sebbene trasmetta un po’ di delusione e pessimismo, contiene del vero, in particolare cerca di essere realistica cercando di ridipingere il fondale eliminando dal paesaggio tutte quelle figure ipocritamente auliche e riempendolo di situazione “reali”.
    In fondo e’ un tentativo di racconto “neorealista” di come si compete nella ricerca moderna.
    Indubbiamente le agenzie di funding, le grandi riviste, e a volte la grande industria, premono per togliere alla ricerca quel carattere speculativo che ci ha sedotto, piu’ o meno tutti, in eta’ ingenua e romantica.
    E’ inoltre vero che sono i giovani a fare ricerca, e ci mancherebbe altro!
    I post post doc, cioe’ i “tenure track” o i prof, coordinano etc. ma era cosi anche agli inizi del 900 quando le ricerche diventavano piu” complesse e si lavorava in gruppo. Direi cosi anche ai tempi di Faraday e cioe’ appena dopo Newton. Quindi da questo punto di vista c’e’ poco da dire.
    Quello su cui riflettere e’ questa ossessione per il risultato previsto ed immediato  su cui le universita’ ed i centri di ricerca stanno abdicando sotto la pressione dei burocrati delle agenzie di finanziamento. Questa ossessione, innesca quei meccanismi che descrivevi in dettaglio.
    Se poi aggiungiamo l’ ossessione dell’ “impact and H factor” la vita del  ricercatore, giovane ed attempato diventa sempre meno attraente. 
    Infine, e’ chiaro che solo una parte dei postdoc raggiungera’ una posizione permanente, attraverso l’ ingresso in un centro di ricerca o la tenure track e la professor ship.
    Allora che fare? Suggerire a tutti di lasciar perdere con la ricerca?
    Intanto, voglio osservare che nella descrizione che fai del ricercatore, come di un ossesso che passa la sua vita per diversi anni solo frequentando il laboratorio, c’ e’ qualcosa di fondamentale che non torna, ma non torna nel senso che non e’ quella secondo me una buona formazione intellettuale. 
    Se ci si imbarca in un lavoro ad alta competizione, si deve mettere in conto la possibilita’ di perdere. Se vuoi tentare di diventare un cantante lirico, o una rock star o un pilota di formula uno, devi sapere che il rischio di non farcela e’ molto alto.
    Lo stesso vale per il lavoro da ricercatore. La probabilita’ di avere una posizione permanente non e’ zero, ma nemmeno 1. Il problema e’ che molto spesso, per tante ipocrisie e convenienze, la cruda realta’ viene mascherata o edulcorata, per cui si scopre all’ improvviso che la strada che porta ad una stabilita’ professionale diventa un imbuto.
    Per questo motivo e’ sbagliato pensare di dedicare tutto il proprio tempo ad un unico lavoro. Bisogna curare altri aspetti ed altri talenti che ognuno di noi ha. Provare ad arricchire il proprio orizzonte culturale mantenedo viva la curiosita’. In caso di fallimento, o rinuncia nel mestiere del ricercatore la vita puo’ accoglierci non come degli zombie ma come protagonisti vitali. Ma e’ sicuro che, in caso di rinuncia, l’ esperienza fatta nella ricerca sia una esperienza inutile?
    Certo se si guarda all’ Italia, qualsiasi cosa che abbia a che fare con la cultura ha valore prossimo a zero, ma la conoscenza ci da sempre qualche chance in piu’,
    ci permette di scegliere e reinventarci e di essere pronti a ripartire di fronte ad uno stop. Non diventare cantanti lirici di professione, puo’ essere una delusione, ma non significa che dovremo odiare la musica. Potremo sempre tentare di insegnarla, di farla con gli amici o suonare con Jovannotti ( cosi potremmo suggerirgli che oltre al giro di Do ci sono gli accordi in  settima).
    I nostri vecchi dicevano che la banca piu’ sicura e’ il nostro cervello. 
    Nel caso tuo, vista la tua eta’, francamente mi sembra presto per rinunciare. Se hai davvero talento, e questo cerca di capirlo da solo, insisti e ricordati l ‘ Alfieri del ” volli sempre volli fortissimamente volli”. La volonta’, passione e tigna possono portarci chissa’ dove. Poi le competizioni sono tra essere umani e quindi imperfette ed ingiuste e puo’ succedere che a volte o anche spesso vince chi non merita.
    La ricerca e’ un’ attivita’ intellettuale che rispecchia i tempi in cui viviamo e quindi non un mondo ideale, ma a differenza degli altri mestieri, il giudice non e’ solo un tuo pari, ma e’ la natura, sono gli esperimenti che facciamo o le teorie per descrivere la natura che inventiamo. I risultati che otteniamo hanno un carattere di oggettivita’. E’ su questo che bisogna farsi valere.
    Per il resto molti nel mondo della ricerca sono insoddisfatti di come e’ organizzata, di come e’ finanziata e di come arriva alla societa’. E’ da vedere se anche la ricerca soccombera’ e lascera’ il posto ad un esercito di esecutori professionals. 
    A 29 anni bisogna combattere e non impacchettare i propri libri e scordarsi quello che si e’ messo in banca.
    Io fossi in te prenderei la rincorsa e proverei a saltere tutti gli ostacoli che ci hai raccontato nel tuo blog.
    In bocca al lupo.
    enzo

    P.S.
    per quel che mi riguarda, al di la’ della posizione che occupo, mi vedo come un postdoc permanente e mi aiuta tener fresca la battuta di Flaiano ” lo scienziato moderno stanco dell’ infinitamente grande e dell infinitamente piccolo si occupa dell’ infinitamente medio”.

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  • matilda78

    Mi riferisco a tutti coloro che accusano l’autore del post originale o altri nella situazione di essere “poco brillanti”.

    Con quale arroganza parlate? Ma avete letto le statistiche? Il 90% delle persone che hanno investito tutta la loro vita in questa carriera viene tagliato fuori.

    Sapete cosa vuol dire ritrovarsi a 35 anni senza figli e con le ovaie rattrappite, senza famiglia e/o prospettive di lavoro dopo aver dato TUTTO per studiare? Forse avete 20 anni e siete ancora convinti di potercela fare, di avere tutta la vita davanti, poveri illusi. Il peggio e’ che chi rimane dentro si convince di esserci riusciti per merito.

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  • giuseppe83

    Sono uno studente di dottorato in Economia, università di Mannheim (Germania), a giugno finirò (finalmente!) il primo anno. Non sono un vero e proprio novello, prima di arrivare qui ho studiato economia per 6 anni, oltre alla laurea specialistica ho un master di II livello, entrambi conseguiti in Italia.
    Ho diverse obiezioni da fare all`articolo che leggo, chiarendo dal principio che parlo specificamente per economia e per quelle università – ormai quasi tutte quelle in cui vale la pena fare un dottorato – impostate sul sistema americano (esami obbligatori i primi anni, selezione seria non solo all´ingresso ma anche in itinere, durata del dottorato in genere di 5 anni, mai meno di 4). Per il semplice fatto che posso fare le affermazioni che faccio solo per quello che conosco.

    1) Il piazzamento post-doc di norma avviene attraverso il cosiddetto job market, ti presenti alle università con i lavori prodotti per la tesi, che devi aver scritto tu e tu solo sostanzialmente, dunque il problema del coautore non si pone. Non tutti arrivano a fare il job market, è vero, ma dipende solo dalla qualità dei lavori e dalle ambizioni personali, e mi sembra più che giusto. Chi non fa il job market riesce quasi sempre a piazzarsi in istituzioni pubbliche o società finanziarie, con stipendi in media molto migliori di quelli che avranno, anche in prospettiva, i colleghi che continueranno nell´ambito accademico.

    2) Le università che ti accettano dopo il job market ti pagano sempre. Certo non sono stipendi stellari, ma se l´obiettivo era questo, allora bisognava cercare di sfondare in qualche altro campo, non certo nella ricerca, e si tratta di cosa piuttosto nota.

    3) Il ricercatore “si è mangiato la vita: non ha mai avuto un weekend libero, non si è mai liberato dal suo lavoro (la ricerca è un lavoro che divora, da cui non stacchi mai, a livello mentale), ha subito probabilmente mobbing e scorrettezze da numerosi colleghi, ha forse rinunciato o quantomeno messo in secondo piano famiglia e figli, non ha mai avuto una stabilità economica o geografica (molti ricercatori cambiano Stato 2, 3, 4 volte nella vita, spesso anche di più), ha dovuto conquistare tutto palmo a palmo”. Organizzandomi il lavoro, di week-end liberi ne ho parecchi, e sto facendo il primo anno di dottorato, che a quanto sento viene giudicato uno dei momenti più duri. Di scorrettezze ne ho subite tante nella vita. Ma qui non ancora, da questi ragazzi con cui sto condividendo quest´esperienza non ancora, e conoscendoli ormai bene – volenti o nolenti stiamo sempre assieme, anche non solo per studio – sono certo che non glie ne farò mai né le subirò da loro. Non ho ancora cominciato a fare ricerca e non vedo l´ora, ma se dovessi scoprire che anziché entusiasmarmi mi divorerà, vedrò di cambiare “mestiere”. Vedere e vivere in posti diversi, unico modo per entrare veramente in rapporto con culture e modi di pensare diversi, è forse l´unica cosa che mi affascina di più dell´idea di cominciare con questa benedetta ricerca. Quelllo che mi sono conquistato palmo a palmo e quello che dovrò conquistarmi saranno solo e sempre una ragione di orgoglio.

    4) e ultimo punto. Se il problema è come al solito l`Italia, non c´è nessuno alle frontiere che ti ferma se provi ai cambiare aria, parlo per esperienza personale. Dunque se uno decide di rimanerci, vuol dire che ha tirato le somme e ha giudicato conveniente restare. Io non sono abituato a lamentarmi delle cose che reputo convenienti per me.

    Questo sopra non è un teorema che dimostra che il mondo accademico è il paradiso; è semplicemente un controesempio. E chi ha studiato un po´ di matematica sa che uno ne basta per dimostrare l´invalidità del teorema che pretende di stabilire che sia l´inferno.

  • maurice74

    ciao a tutti
    veramente una bella discussione, forse unica in rete, si sente il bisogno di sapere che la gente non parla solo di matrimoji regali e di bunga bunga.
    Io esco un po’ dalla discussione e potro la mia esperienza personale.
    Ho sempre voluto fare il ricercatore in fisica ma ho sempre voluto anche avere una vita “normale” e piena di interessi. Per diventare ricercatore ho lasciato una posizione da tempo indeterminato nell’industria. Ho fatto il precario per un po’ e poi sono stato assunto a tempo indeterminato, in un laboratorio di ricerca “minore”.
    Per capirci, quando andavo a giro per fare i vari concorsi da ricercatore tutti i concorrenti facevano le stesse cose, i vari esperimenti CMS e i decadimenti tau e il bosone di higgs, ed esperimenti con i muoni polarizzati. Io sono entrato in una nicchia, che non fa nessuno, forse per questo sono stato assunto a 29 anni.
    Questo secondo me è parte del problema, nel senso che il sistema della ricerca porta tutti a impegnarsi sugli stessi argomenti, si riducono le possibilità di fare qualcosa di diverso ed innovativo, i senior stessi considerano “fisica” solo certi argomenti.
    Cose che rimpiango.
    Mi sarebbe piaciuto anche a me entrare in qualche mega esperimento, cercare il bosone di higgs richiando di vincere il premio nobel, diventare associato alla normale di pisa o alla berkeley university. Ma la probabilità che sia tanto intelligente da riuscire in questo è molto bassa. So di non essere un genio, ognuno ha i suoi limiti ed i miei li ho ben presenti. E un po’ lo ammetto mi fanno arrabbiare. Però è così.
    So anche che in Italia non potrò mai essere niente di più di un ricercatore, erchè comunque vengono promossi solo certi argomenti ed il mio non è tra questi. Quindi se volete i miei pensieri tristi si riassumono nell’aver scoperto che non sono un genio (se lo ero, tutto diventava possibile) e nel sapere che non farò carriera. Mi dispiace anche che in Italia si ricada generalmente nel “pubblico impiego” per cui siamo automaticamente fannulloni (certo…fannullonissimi….io lavoro 10 ore al giorno pensa te quanto sono fannullone) e malpagati.
    Cose positive.
    Faccio un lavoro che mi piace e per il quale non mi dispiace lavorare anche negli week end. Anche se la mia ricerca non è di punta, le mie tre-quattro pubblicazioni l’anno le faccio, e conosco colleghi (tanti, purtroppo) che non arrivano alle due l’anno, a volte faticano per una l’anno.
    E’ vero, non sono un genio e la mia fisica forse non è di punta, ma se concorro ad un posto alla normale di pisa posso ancora illustrare le cose che faccio senza che mi si prenda (troppo) in giro, sostenendo la discussione e lasciando comunque la sensazione che questa roba un senso scientifico ce l’abbia. Poi arrivo ultimo in graduatoria ma siamo alla Normale, cercano i nuovi Einstein, è anche giusto così.
    Riesco a trovare il tempo per la mia famiglia, e per altre passioni (musica, cinema, libri).
    Cambierei qualcosa? Non lo so.
    A volte penso che la roba ce faccio sono frignacce e forse dovrei partire e andare tipo in svizzera a cercare il “nullone”, magari guadagnando 5 volte il mio stipendio. Un mio collega se nè andato in USA e guadagna quella cifra, e non è più geniale di me. Non lo so. Il mio “problema” è che sono stato stabilizzato molto presto e che comunque pubblico, e mi sono affezionato alle mie ricerche di nicchia.
    Ha senso rimettersi in gioco completamente ? E per cosa?

    Ecco, se mi aiutaste con qualche consiglio ve ne sarei grato…altrimenti graie comunque di aver letto

    Mi piacerebbe ci fosse un forum (anche in inglese) dove consigliarci, e supportarci, noi “ricercatori” di oggi

  • pexji

    Buongiorno,

    ho letto attentamente il post, da persona relativamente interessata dato che mia moglie è, come lei ricercatrice. Capisco lo sfogo ma francamente mi sembra inopportuno, per vari motivi: innanzitutto lavorare in ricerca è una occasione ed una opportunità per un mondo d’elite, non una situazione contingente in cui ci si trova. In altre parole Lei ha fatto la scelta di lavorare in ricerca, nessuno l’ha costretta. Inoltre è paradossale ed anche un po’ insolente equiparare la sua posizione agli operai della FIAT, i quali la maggior parte delle volte non scelgono di non fare carriera, ma non possono farla. Se nel suo lavoro è costretto a dover fare carriera e la cosa non le va a genio, può sempre fare domanda per FIAT Mirafiori. Viceversa un operaio della FIAT non può chiedere di fare ricerca. Sono sicenramente allibito che una persona che fa parte di una elite (talvolta sottopagata in italia, ma sempre una elite), chieda gli stessi trattamenti di un operaio. Lei alla fine del post chiede un consiglio, non mi permetto di dargliene, ma le dico cosa farei al suo posto: cercherei di fare carriera nella ricerca finchè è possibile ed il lavoro mi piace, qualora mancassero le prime due condizioni, cambierei lavoro. Con le sue qualifiche non sarà un problema.

    Cordiali saluti

  • http://riccardoparis.blogspot.com rspezia

    Molto interessante. E’ però la fotografia del sistema anglo-americano. Il sistema francese (che è quello che conosco meglio) non è esattamente uguale, perché è basato su un paio di anni di post-doc e poi assunzione a tempo indeterminato come ricercatore (CNRS, CEA, INSERM etc ..) o come “maitre de conferences” (per chi lavora nell’università). E ci sono molte persone che restano tali. Questo ha vantaggi (indubbi alla luce del “percorso del combattente” descritto) e svantaggi (“assopimento” per dirla breve).
    Come sempre trovare il miglior sistema non è facile, ma sono utilissime testimonianze come questa quando, per esempio, si vogliono assumere sempre più molti meccanismi del sistema anglo-sassone.

  • mari190382

    GRAZIE DAVVERO con questo mi hai tolto un dilemma esistenziale: rinuncio al lavoro appena trovato (dopo 1 anno di agonia) per fare il dottorato o mi tengo il lavoro tanto agognato???
    non volevo vivere con il rimorso del “ah se avessi seguito la ricerca”, e con questo tuo contributo, che ora salverò certamente, mi hai tolto tutti i dubbi.
    grazie davvero.

  • Pingback: Suggestioni #2011 | Davide Dell'Ombra

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=516005396 Enrico Marsili

    Caro collega, mi dispiace per la tua esperienza negativa. Puo` capitare, ma non e` sempre cosi`. Non mi dilungo a spiegare il concetto di carriera orizzontale, ne` il fatto che in UK si possa rimanere senior lecturer a vita. Ti auguro miglior fortuna nella tua prossima tappa.

  • http://twitter.com/mariascermino Maria Scermino

    Interessante il tuo punto di vista, di cui condivido soprattutto il punto (3): basta con questa concezione totalmente ascetica del mondo della ricerca! Detto questo, non hai tenuto conto dell’aspetto forse più interessante – e sicuramente non soggettivo – dell’articolo che stiamo commentando: il carattere piramidale della gerarchia accademica, il problema del sistema delle continue application, che ci costringe a fare marketing per una quantità mostruosa di tempo e il relativo sentimento di assoluta precarietà professionale-esistenziale. E guarda che non si tratta solo di un problema italiano…

  • giorgia

    Articolo interessante. Temo che alcune frustrazioni siano però date da una concezione poco realistica di come sia il mondo fuori dalla ricerca. Fuori da questo mondo sei assunto e pagato solo se dimostri che tenere te è più conveniente che prendere due nuovi stagisti; i we sono liberi se ti organizzi. Il capo metterà sempre il suo nome sui tuoi lavori, finché non diventi tu il capo. E anche allora dovrai includere nomi per ragioni “diplomatiche”. Devi fare marketing a te stesso e al tuo lavoro, perché il mondo non è tenuto a sapere quanto tu sia bravo, geniale e meritevole se tu non vuoi impiegare del tempo a presentarti come si deve. Le persone che sanno stringere legami faranno carriera più in fretta di quelle che sono bravi tecnici ma che non sanno inserirsi nel tessuto sociale. Le persone che producono risultati medi rapidamente sono avvantaggiate rispetto a quelle che producono risultati eccellenti in ere geologiche. L’idea che la ricerca sia un mondo governato da un’etica superiore in cui menti brillanti trovano soluzioni ai problemi dell’umanità è applicabile solo in ambienti dove sussistano abbastanza risorse per permettere a tutti gli elementi di sopravvivere ed emergere. La mia non è una critica, non sono per il mantenimento dello status quo, e anche io capisco che la situazione non è rosea; la mia è una semplice indicazione del fatto che, se pensate che la situazione sia “anomala”, forse dovreste riflettere sul fatto che in qualunque campo si trovano questi stessi difetti.