NASA Prepares For Launch Of Space Shuttle Dsicovery

Cos’è la ricerca, davvero

di Massimo Sandal

Un italiano di 29 anni a Cambridge annuncia la sua intenzione di arrendersi alle frustrazioni della vita del ricercatore, e scatena un gran dibattito in rete

Massimo Sandal, 29 anni, laureato in biotecnologie industriali all’Università di Bologna e attualmente ricercatore a Cambridge in Inghilterra – si era parlato del suo lavoro sul morbo di Parkinson tre anni fa – ha scritto dieci giorni fa sul suo blog un lungo post in inglese sulle frustrazioni del lavoro nella ricerca scientifica. Si concludeva con un’annunciata intenzione di “riprendersi la vita” e ha avuto nei giorni seguenti una notevolissima circolazione e discussione in rete (Sandal è tornato sull’inattesa dimensione del dibattito qualche giorno dopo). Il Post gli ha chiesto di spiegare ai profani quali siano le ragioni di tanta sensibilità ai temi della vita dei ricercatori.

Molti guardano la ricerca scientifica dall’esterno, come fosse una torre d’avorio in cui personaggi dal cranio rigonfio di materia grigia discutono con apollinea serenità i misteri dell’universo. Chi vede la cosa da fuori cosa vede? Quando va bene, professori sorridenti che spiegano la nuova (possibile) cura per il cancro, che commentano le ultime foto di Hubble o il riscaldamento globale. L’impressione che danno i media è quella di un mondo di mattacchioni che discutono serenamente di bosoni, scioglimento dei ghiacci e DNA, senza nessun’altra preoccupazione al mondo.

Sono fesserie. Chi fa ricerca giorno dopo giorno non sono i professori (che hanno un ruolo fondamentale, per carità: ma più di guida, networking e fundraising che altro). Sono i giovani: i dottorandi e i cosiddetti “postdoc” (ricercatori post-dottorali, che hanno un titolo di dottorato ma che non lavorano ancora indipendentemente). Costoro, benché anonimi, sono quelli che fanno tutto il lavoro vero e proprio e sono alla base di una piramide, e questo di per sé sarebbe normale (le gerarchie sono ovunque, di operai ce ne sono tanti e di Marchionne uno solo). Il problema è che si tratta di una piramide su cui non puoi mai fermarti: devi scalarla o perire.

Mi spiego meglio. Se io entro in FIAT per fare l’operaio o l’impiegato, è probabile che io possa rimanere in eterno a fare l’operaio o l’impiegato. Nessuno (che io sappia: potrei sbagliarmi) mi obbliga a fare carriera per diventare dirigente. Nella scienza invece tu non puoi rimanere a fare il ricercatore ad libitum.
La carriera funziona così. Quando uno inizia il dottorato, neolaureato, inizia a fare ricerca vera e propria. Fa esperimenti, calcoli, ipotesi, teorie eccetera: tutto quello che ci si aspetta faccia uno scienziato, magari sotto l’occhio vigile di un dottorando più vecchio o di un postdoc.

Alla fine se tutto va bene il nostro dottorando, dopo tre-quattro anni (o anche più fuori dall’Italia) vissuti chiuso in un laboratorio, rinunciando alle serate e ai weekend, grottescamente malpagato, senza la minima rappresentanza professionale a difendere i suoi inesistenti diritti, avrà realizzato un paio di lavori scientificamente dignitosi, e li avrà pubblicati su una rivista scientifica “peer reviewed”.

Se il suo capo non è un totale figlio di buona donna, avrà avuto riconosciuto il suo lavoro con il primo nome nella lista degli autori: una finezza che significa tutto (avere articoli come primo autore è conditio sine qua non per qualsiasi progresso di carriera; uscire dal dottorato senza un “first-author paper” significa una quasi certa condanna a morte accademica. Avere il primo nome significa che il lavoro “è tuo”, gli altri nomi sono collaboratori secondari o supervisori. E no, non esiste nessun meccanismo di controllo: tutto sta alla correttezza del proprio supervisore. Se il tuo supervisore vuole far andare avanti qualcun altro e non te, il primo nome te lo puoi scordare, anche se hai fatto tutto il lavoro da solo. Non capita spessissimo, ma capita).

A questo punto il dottorando, ora dottorato, dovrà fare la via crucis del postdottorato. Ovvero, lavorare per vari anni in 2, 3, 4 laboratori, 2-3 anni alla volta, finché non si sia fatto un curriculum abbastanza robusto per il passo successivo. Ma mentre durante il dottorato viene pagato in qualche modo dall’università, dopo il dottorato è spesso necessario (anche se non sempre: ma nei posti più prestigiosi è pratica comune) reperirsi da soli i fondi per pagare il proprio stipendio.

La competizione per tali fondi è spietata, e diventa sempre più spietata man mano che si prosegue. Il motivo è semplice: le agenzie che danno i fondi (in generale si tratta di agenzie internazionali o nazionali di natura governativa, oppure di fondi privati o derivati da donazioni, come Telethon in Italia, o il Wellcome Trust in Inghilterra) di norma non finanziano più del 20% delle application che ricevono, e spesso ne finanziano intorno al 5%. Inoltre fare tali application comporta un’enorme perdita di tempo: non si tratta semplicemente di inviare un curriculum e una lettera, ma di scrivere papiri di 10-40 pagine in cui devi convincere un panel di revisori su ogni aspetto della tua ricerca, in cui devi limare ogni parola perché il tuo progetto sia realistico, brillante, convincente. Insomma, devi fare marketing: ma invece che con uno slogan lo devi fare con dozzine di pagine di pubblicità. Aggiungete che, per avere delle speranze, devi fare domanda a numerose agenzie alla volta, e capite che circa il 40% del tempo di molti ricercatori è speso soltanto a fare domande di fondi. Ovviamente le possibilità di avere fondi dipendono essenzialmente dal proprio curriculum, ovvero dalle pubblicazioni (specie come primo autore).

Tali fondi, qualora vinti, sono a termine (quasi mai durano più di tre anni, spesso due) e quindi praticamente ogni anno uno fa nuove domande per garantirsi i prossimi due anni di stipendio. Ed ecco che qui arriva il nodo: tutte le agenzie di fondi che danno soldi per postdoc pongono dei limiti di età o di esperienza. In pratica, raggiunti i 35 anni avere una borsa per postdoc inizia a diventare impossibile. C’è solo un’alternativa: sperare di trovare una posizione come ricercatore indipendente, diventare in altre parole un giovane “group leader” e iniziare a coordinare il lavoro altrui.

1 2 Pagina successiva »
  • http://twitter.com/mariascermino Maria Scermino

    Interessante il tuo punto di vista, di cui condivido soprattutto il punto (3): basta con questa concezione totalmente ascetica del mondo della ricerca! Detto questo, non hai tenuto conto dell’aspetto forse più interessante – e sicuramente non soggettivo – dell’articolo che stiamo commentando: il carattere piramidale della gerarchia accademica, il problema del sistema delle continue application, che ci costringe a fare marketing per una quantità mostruosa di tempo e il relativo sentimento di assoluta precarietà professionale-esistenziale. E guarda che non si tratta solo di un problema italiano…

  • Andrea Frapporti

    Ma scusa, dove hai vissuto per tutto quel tempo prima di renderti conto che inseguire le proprie ambizioni richiede un po’ di sacrificio, fatica e anche un pizzico di fortuna? Alla Walt Disney? Benvenuto nel mondo reale dove stress e preoccupazioni fanno parte di qualsiasi lavoro e della vita stessa. Mi spiace ma il tuo è uno sfogo palesemente emotivo dove sventure che ti sono successe (chiaramente perché sei finito a lavorare in un ambiente davvero da schifo) vengono amplificate dalla tua frustrazione e assumono l’infantile pretesa di universalità. Bisogna faticare e farsi il culo per fare carriera e realizzare le proprie ambizioni?? Ma davvero??? Per fortuna sei arrivato tu a spiegarcelo io non lo sapevo proprio!! Andrò sicuramente a fare l’operaio, così almeno come tu dici posso essere operaio per tutta la vita, alzandomi per tutta la vita alle 6 del mattino per spaccarmi la schiena in fabbrica facendo per tutta la vita la stessa cosa ogni maledetto giorno. Certo gli operai di stress non devono averne, solo chi cerca di fare scienza li ha. Benvenuto nel mondo reale!!

    • http://vermena.blogspot.it/ Vermena

      Con la differenza che per fare l’operaio bastano poche settimane di addestramento, almeno all’inizio, per diventare ricercatore anni intensi di studio. Chiunque in buona salute può ambire al posto di operaio, anche se ha la terza media, per occuparsi di ricerca nelle biotecnologie si devono avere delle competenze non comuni e che solo una percentuale infinitesimale della popolazione ha. Di conseguenza, perché gli stipendi del ricercatore e dell’operaio dovrebbero essere identici? Quando il primo può, in termini di potenza, comportare benefici alla società di gran lunga maggiori?

      • Andrea Frapporti

        Scusate ma di cosa stiamo parlando? Di stipendi o di difficoltà? Voglio dire, sicuramente nel mondo della ricerca ci sono cose che potrebbero essere migliorate, e sicuramente bisogna lottare per farlo. Ma da qui a piangersi addosso la strada mi pare assai lunga. Trovatemi una sola cosa nella vita che valga qualcosa e che non necessiti di sacrifici e fatiche per ottenerla. Trovatemela. Non è che la ricerca sia fatta di divinità al di sopra di tutti, persone avvolte da aure di illuminazione e saggezza e perfezione. È fatta di esseri umani, e di essere umani s*****i ce ne sono dappertutto. Lo sfogo dell’articolo mi sembra quanto mai ridicolo, soprattutto in un periodo come questo dove i problemi veri sono altri. Qui si tratta solo di un ragazzo che, purtroppo, ha subito le conseguenze dello scontro tra il suo mondo ideale e quello che in realtà ha trovato. Punto. La cosa merita tutto il rispetto possibile ma è la pretesa di unversalità che avanza che è semplicemente presuntuosa. Ci sono centinaia di altre persone contentissime del loro percorso e delle esperienze che hanno fatto, questo basta a distruggere le sue tesi. E comunque un ricercatore non prende quanto un operaio a meno che non sia rimasti in Italia in una situazione di precariato (allora il problema non è la ricerca in sè ma la politica).
        PS: E comunque tutto il massimo rispetto per gli operai, molti dei quali nella Storia hanno dimostrato molto più valore di tantissimi altri ricercatori o scienziati.

  • giorgia

    Articolo interessante. Temo che alcune frustrazioni siano però date da una concezione poco realistica di come sia il mondo fuori dalla ricerca. Fuori da questo mondo sei assunto e pagato solo se dimostri che tenere te è più conveniente che prendere due nuovi stagisti; i we sono liberi se ti organizzi. Il capo metterà sempre il suo nome sui tuoi lavori, finché non diventi tu il capo. E anche allora dovrai includere nomi per ragioni “diplomatiche”. Devi fare marketing a te stesso e al tuo lavoro, perché il mondo non è tenuto a sapere quanto tu sia bravo, geniale e meritevole se tu non vuoi impiegare del tempo a presentarti come si deve. Le persone che sanno stringere legami faranno carriera più in fretta di quelle che sono bravi tecnici ma che non sanno inserirsi nel tessuto sociale. Le persone che producono risultati medi rapidamente sono avvantaggiate rispetto a quelle che producono risultati eccellenti in ere geologiche. L’idea che la ricerca sia un mondo governato da un’etica superiore in cui menti brillanti trovano soluzioni ai problemi dell’umanità è applicabile solo in ambienti dove sussistano abbastanza risorse per permettere a tutti gli elementi di sopravvivere ed emergere. La mia non è una critica, non sono per il mantenimento dello status quo, e anche io capisco che la situazione non è rosea; la mia è una semplice indicazione del fatto che, se pensate che la situazione sia “anomala”, forse dovreste riflettere sul fatto che in qualunque campo si trovano questi stessi difetti.

  • luca

    Sono uno studente iscritto ad Ingegneria alla laurea magistrale e ho l’opportunità di partecipare alla stesura di un paper scientifico tratto dalla mia tesi di laurea triennale che sperabilmente verrà pubblicato. Ovviamente sono conscio del fatto che figurerò come ultimo autore. Tralasciando la valenza per una eventuale carriera accademica, secondo voi qual’è la valenza di una pubblicazione scientifica per l’ingresso nel mercato del lavoro in Italia? Zero? Grazie, buona giornata a tutti.

    • seriouskritik2

      Se figurassi come ultimo autore dovresti essere contento: il primo e l’ultimo nome sono i più importanti, nel caso non lo sapessi…

      Tralasciando che a uno che scrive “qual’è” (e anche ‘sperabilmente’, che esiste ma è orribile) gli auguro ogni bene ma di certo non che gli pubblichino qualcosa.

  • seriouskritik2

    Sono un ricercatore precarissimo in un’Università italiana, l’articolo per certi versi è interessante ma tende a presentare il ricercatore sotto un’ottica troppo drammatica.

    Su dai, è confortante per tutti sentirsi delle vittime per farsi coccolare un po’ dal resto del mondo, ma il lavoro del ricercatore non è questa mostruosa via crucis che viene descritta in questo articolo.

    Sembra che un ricercatore sia una specie di martire che lavora 20 ore al giorno nell’ombra per la gloria di qualcun altro, in silenziosa attesa di una ricompensa che forse non arriverà mai.

    È un lavoro con difficoltà e incertezze, è vero, e può succedere che tanti sforzi alla fine non vedano il giusto riconoscimento, ma è anche una professione stimolante che permette di vivere i propri sogni e di fare quello per cui si è studiato.

    Fare ricerca è come tentare una qualsiasi carriera che può portarti al successo o farti restare al palo: è come una carriera artistica o sportiva, niente di più, niente di meno.

    Se non volete gli inconvenienti di questo mestiere, andateci a fare gli operai in FIAT tutta la vita, voglio vedere quanti giorni (ore? minuti?) ci vorranno prima che rimpiangiate amaramente la terribile vita del ricercatore…

    • seriouskritik2

      Ah e un’altra cosa: basta rappresentarci come topi di laboratorio che passano una vita da disadattati sociali chiusi nei loro uffici.

      Io (come la quasi totalità dei miei colleghi di ogni grado, e chi non lo fa è per scelta personale) esco tutte le sere, frequento amici, ho una ragazza e il fine settimana faccio tutto quello che fanno le persone “normali”.
      Se una domenica ogni tanto capita di dover stare a casa per finire un lavoro da consegnare in fretta, la soddisfazione di concludere un bel progetto è decisamente superiore al rimpianto di essersi persi un pomeriggio a marcire come vermi dentro uno stadio o in un centro commerciale.

  • seriouskritik2

    “Il 90% delle persone che hanno investito tutta la loro vita in questa carriera viene tagliato fuori.”

    Come il 90% (ma diciamo anche il 99%) di chi ha investito la sua vita in una carriera artistica, letteraria, sportiva o in qualsiasi altro ambito diverso dallo stare al catasto a timbrare fogli tutta la vita.

    La ricerca, come ogni campo in cui non si parla di avere la sicurezzina a portata di mano per poter figliare senza troppi pensieri ma di realizzare i propri sogni, è naturalmente un obiettivo a cui possono aspirare pochi rispetto al numero totale di chi tenta questa strada.

  • seriouskritik2

    Davvero, quando torno ogni giorno dall’Università vorrei tanto essere un minatore o, perché no, un operaio di Marchionne che, beato lui, non è tenuto a fare carriera.

  • Paolo Benedetti

    Non voglio dire ma il mondo della ricerca scientifica è totalmente diverso da quello che hai vissuto tu. Questo articolo fa riferimento a quel mondo. Il professore con cui ho fatto la tesi me lo disse proprio…ho rinunciato a continuare la mia vita accademica in USA ed ho accettato un posto “mediocre” in Italia perchè non stavo vedendo crescere i miei figli. Conosco persone che al colloquio con un azienda si sono sentiti dire “L’esperienza in università non conta, quindi nonostante il Dottorato e gli altri 4 ani di lavoro (mediamente 9-10 ore 6 o 7 giorni la settimana) lei non ha abbastanza esperienza”.

  • Giuseppe Mangialardi

    L’autore dell’articolo (che non condivido tranne alcuni passaggi) parla di hard science (biotecnologie). Scusami ma il tuo paragone non regge, non perché voglia diminuire quello che fai, semplicemente per motivi fattuali.

  • Gioia Di Vivere

    Ciao Maurice74, è una storia interessante, sono indiscreto se ti chiedo di che ambito della fisica ti occupi? :-)!
    Bonsoir

  • Alessandra Pepe

    Sono d’accordo al 100% con te ed e’ per questo che lascio anch’io questo mondo… non perche’ non abbia passione (intendiamoci), io questo lavoro l’ho sempre voluto fare e di sacrifici ne ho fatti tanti credetemi! Sono una persona che lavora tantissimo e se non avessi avuto la passione non avrei lavorato per 12-14 ore al giorno negli anni passati. Pero’ mi trovo ad un punto in cui il mio capo non mi riconosce quello che ho fatto (per interessi personali) e dopo 4 anni di duro lavoro credo che non vedro’ riconosciuti i miei meriti a pieno. Ora, non voglio dire che queste cose non accadano al di fuori della scienza, anzi. Ma se accadono in un lavoro che viene considerato ‘lavoro’ e non ‘passione’, con uno stipendio dignitoso, dalle 9 alle 5, si, ti arrabbi ma poi ti passa. A me invece no, non mi passa, perche’ sono stata umiliata piu’ di una volta, perche’ il mio capo ha censurato dei miei risultati, come dire, ‘scomodi’, perche’ sono stata insultata e perche’ non sono l’unico caso. Se avessi fatto un dottorato in un posto ‘mediocre’ (come sono stati definiti centri di ricerca piu’ piccoli nei precedenti post), forse avrei fatto un postdoc, forse avrei ancora fiducia nella scienza. Ma ho deciso di puntare in alto, giovane, per rendermi conto che quel mondo che ho sempre sognato (e nell’innocenza della gioventu’ a me i soldi non sono mai interessati) non esiste, e’ un mondo di ‘pubblicologia’, della scienza del ‘makes sense’, come la chiamo io, che mi ha portato a capire che e’ un mondo spietato come tutti gli altri. Continuo a credere che la scienza non debba essere un business. Sono ingenua, lo so. Ma e’ quella ragazza ingenua, che si trova inerme davanti al marcio di questo mondo, che ha deciso di lasciare. Per poter dare (forse) un futuro piu’ stabile ai miei figli, per poter pagare le bollette (perche’ le bollette non si pagano con la passione) e per poter tornare a vivere.

    Questa e’ la mia storia, la mia decisione, e in quanto tale deve essere rispettata, proprio come la storia di Massimo.
    Grazie per questo post…ora mi sento meno sola!

    • Paolo

      Alessandra i sacrifici li fanno gli operai con turni massacranti, i sacrifici li fanno i precari a 500 euro al mese e con gli straordinari non pagati e via dicendo. Da quello che tu stessa scrivi , il tuo problema ha un nome cognome e quattro anni di rapporti. Io ti sono vicino , ma cosa centra tutto cio’ l’organizzazione della ricerca ? Squali simili, ad esempio, popolano le redazioni di qualunque giornale, ma nessuno mette in discussione la liberta’ di stampa !

  • Gian Andrea Bruni

    da bravo ricercatore mi citi le statistiche del punto 4) da dove arrivano?
    e mi spiace per te, ma sul punto 2) ha ragione, ovvero si, le grandi aziende ruotano l’R&D ogni 10-15 anni proprio perchè a 40anni, salvo alcune eccezioni, non si ha pià la mentalità per fare ricerca.

  • sfero_87

    uno può mettere tutta la passione che vuole nel lavoro di ricercatore e il lavoro che si decide di fare ti deve piacere altrimenti non duri, ma gratis è morto da un pezzo! In molti casi si è quasi trattati da schiavi!

  • Devil’s kiss

    dopo anni di posdoc, dopo concorsi pubblici dove non ero il prescelto, ora sono ricercatore in una azienda privata. Meglio? No, non è cambiato nulla. Vivo nel solito precariato e nell’incertezza di un domani. Faccio un lavoro che amo, gestito con un sistema che odio. Compio 34 anni tra pochi mesi, vivo a 1200 km da casa, lontano dagli affetti. Chi me lo fa fare? Una sorta di scoramento che mi da l’impressione che un’altra opzione non sia possibile a meno di rinnegare tutto ciò che ho fatto in passato e di ricominciare da zero (e in questo caso come?). Ed è veramente dura da mandare giù.

  • Tommaso Russo

    L’equivoco è all’inizio: nessuno è obbligato a fare ricerca… e, secondo la mia personale opinione di precario di 37 anni con 20 lavori, alla fine della giostra le motivazioni che spingono la maggior parte delle persone a partecipare a questa lotteria sono, in ordine di importanza: 1) l’ambizione (che spesso supera il talento), 2) un senso della predestinazione che non è altro che la trasfigurazione dell’essere benestanti, ovvero appartenere a famiglie che ci sostengono e permettono di fare una scelta del genere, 3) l’idealismo (in tutti i sensi). Secondo me la ricerca non è nemmeno un lavoro: come diceva Sciascia, lavoro è fare quello che non piace fare. Ora, al di là di una quota di rotture di coglioni che ci toccano, quella di fare ricerca è tutto sommato una grande opportunità, che non va confusa con il diritto. Come l’autore del post scrive, giustamente, c’è tanta gente che rinuncia alla propria crescita in termini di carriera, prestigio e cultura “rassegnandosi” a lavori che hanno tutta la dignità ma che certamente sono più monotoni e “bloccanti”. Perchè mai un operaio dovrebbe essere disposto a vedere destinati parte dei contributi che versa allo stato per una massa di fighetti che fanno una vita molto più invidiabile della sua, che partengono ad una setta dove spesso la baronia regna sovrana e dalla cui attività può sperare di trarre un vantaggio pratico in un misero 1% dei casi (credo di sovrastimare la percentuale di ricerche utili alla collettività).

    • Domenico B.

      Due note al suo commento: quando lei parla di “un senso della predestinazione che non è altro che la trasfigurazione dell’essere benestanti, ovvero appartenere a famiglie che ci sostengono e permettono di fare una scelta del genere” noto una punta di invidia che danneggia notevolmente il suo pensiero e oltretutto visto che non tiene conto di chi, pur non avendo una famiglia benestante, tenta di inseguire determinate strade per propria ambizione. Il secondo appunto, più pesante e fastidioso è quando lei afferma che la ricerca non è un lavoro. Ora io non so se lei si sia espresso male e lo spero vivamente, in caso contrario credo si debba vergognare. Perché con un affermazione del genere ha offeso tutte le persone che di ricerca vivono a fatica, che per loro è il lavoro più bello del mondo e che non meritano che questo venga sminuito da uno qualunque come lei!

      • Tommaso Russo

        Mi limito a rispondere in breve, perchè oggi proprio non ho voglia di polemica e sinceramente lei non mi sembra sulla lunghezza d’onda per comprendere. Comunque che “la ricerca non è un lavoro” era (ed è) una mia visione che richiamava il pensiero di Leonardo Sciascia a proposito della professione di scrittore. Dunque non un qualcosa per sminuire, ma per sottolineare che quando un lavoro è fonte è collegato ad una forte passione (come nel caso della ricerca e della letteratura) un pò smette di essere un lavoro. Nelle parole di Sciascia, lavoro è “fare quel che non piace fare”. In futuro, eviti di invitare le persone a vergognarsi e cerchi di capire davvero cosa vogliono dire.

        • Domenico B.

          Le chiedo umilmente venia per non essere sulla sua stessa lunghezza d’onda, ma forse è solo un bene che non sia così! In futuro, eviterò di porre tali inviti solo se avrò modo di constatare che il pensiero altrui non è così privo di rispetto per il lavoro di tanti.

          Le porgo i miei più cordiali e rispettosi saluti.

  • Leonilda Bilo

    La storia di Sandal  è una delle tante.  Di recente ho conosciuto alla Columbia University di New York diversi colleghi italiani giovani e brillanti che vivono sulla loro pelle  le esperienze raccontate nell’articolo in oggetto. Fa tristezza, fa rabbia, fa impotenza!  Non c’è che augurare  loro “speriamo che riescano a cavarsela tutti lo stesso, alla faccia d’un sistema che è cinico, perverso e piuttosto incrollabile”.
    Leonilda Bilo

  • Teresa Pascale

    geniale!

  • Teresa Pascale

    XD

  • Guest

    Sono un PostDoc in Matematica in un’università americana e ho discusso le mie tesi di laurea e di dottorato in Italia.

    Vorrei aggiungere alcune osservazioni, per dare un quadro più ampio ed evitare che un caso singolo in una disciplina specifica possa fare da campione significativo per il giudizio dei lettori sulla ricerca scientifica in generale.

    Infatti un post basato sull’esperienza specifica dell’ambiente delle biotecnologie non può essere generalizzato all’intero mondo scientifico, come il titolo “Cos’è la ricerca, davvero” sembra suggerire.

    Condivido largamente il post di Gimmy Doe, di cui consiglio la lettura. Confermo, qualora ce ne fosse bisogno, i dati che ha riportato sul mondo dei matematici (ad esempio il fatto che l’ordine degli autori negli articoli è rigorosamente alfabetico).

    Dal canto mio non ho mai avuto provato per un solo istante, da quando mi sono iscritto al primo anno del corso di laurea, un senso di sacrificio nei confronti della mia vita personale; non ho mai rinunciato ai miei amici e penso si possa dire lo stesso di loro (anch’essi matematici o fisici) .

    La competizione in matematica è sana e non esiste la dinamica del professore che “vuole far passare avanti” qualcun’altro. Esiste il caso: studenti bravissimi che trovano un postdoc mediocre ed altri mediocri con un postdoc prestigioso. Non è difficlie trovare lavoro fuori dall’Univeristà con un dottorato in Matematica, per quanto ad un certo punto, dopo anni dedicati allo studio, ci si possa sentire “committed” (come usano dire gli americani con un’espressione felicissima e intraducibile) alla ricerca.

    Non mi sono mai sentito sottopagato e ho sempre pensato che la maggior parte del mio benessere derivi dal lavoro che faccio – a mio avviso il più bello del mondo.

    Ovviamente quello che ho detto vale per il mondo della Matematica; ad esempio mia moglie, laureata in Fisica e dottoranda in Finanza, ha avuto un’esperienza completamente diversa dalla mia (e da quella di Manuel); spero che vorrà condividerla su questo forum.

    Sicuramente ci sono dei tratti comuni ai vari ambienti scientifici, dei difetti e delle dinamiche che si ripresentano in ogni facoltà, ma la generalizzazione è molto pericolosa!

  • Antonio

    Sono un PostDoc in Matematica in un’università americana e ho discusso le mie tesi di laurea e di dottorato in Italia.

    Vorrei aggiungere alcune osservazioni, per dare un quadro più ampio ed evitare che un caso singolo in una disciplina specifica possa fare da campione significativo per il giudizio dei lettori sulla ricerca scientifica in generale.

    Infatti un post basato sull’esperienza specifica dell’ambiente delle biotecnologie non può essere generalizzato all’intero mondo scientifico, come il titolo “Cos’è la ricerca, davvero” sembra suggerire.

    Condivido largamente il post di Gimmy Doe, di cui consiglio la lettura. Confermo, qualora ce ne fosse bisogno, i dati che ha riportato sul mondo dei matematici (ad esempio il fatto che l’ordine degli autori negli articoli è rigorosamente alfabetico).

    Dal canto mio non ho mai provato per un solo istante, da quando mi sono iscritto al primo anno del corso di laurea, un senso di sacrificio nei confronti della mia vita personale; non ho mai rinunciato ai miei amici e penso si possa dire lo stesso di loro (anch’essi matematici o fisici) .

    La competizione in matematica è sana e non esiste la dinamica del professore che “vuole far passare avanti” qualcun’altro. Esiste il caso: studenti bravissimi che trovano un postdoc mediocre ed altri mediocri con un postdoc prestigioso (esistono professori che seguono molto i loro studenti ed altri che lo fanno meno, ma questo non è il tema del post). Non è difficlie trovare lavoro fuori dall’Università con un dottorato in Matematica, per quanto ad un certo punto, dopo anni dedicati allo studio, ci si possa sentire “committed” (come usano dire gli americani con un’espressione felicissima e intraducibile) alla ricerca.

    Non mi sono mai sentito sottopagato e ho sempre pensato che la maggior parte del mio benessere derivi dal lavoro che faccio – a mio avviso il più bello del mondo.

    Ovviamente quello che ho detto vale per il mondo della Matematica; ad esempio mia moglie, laureata in Fisica e dottoranda in Finanza, ha avuto un’esperienza completamente diversa dalla mia (e da quella di Manuel); spero che vorrà condividerla su questo forum.

    Sicuramente ci sono dei tratti comuni ai vari ambienti scientifici, dei difetti e delle dinamiche che si ripresentano in ogni facoltà, ma la generalizzazione è molto pericolosa!

  • http://vermena.blogspot.it/ Vermena

    Tutto questo ha un nome: post-modernità capitalista.

  • http://vermena.blogspot.it/ Vermena

    Ah, ottimo, allora il lavoro deve essere solo ‘sudore della fronte’, ma per piacere – anche nell’ambito della ricerca scientifica si hanno delle responsabilità, come maneggiare strumentazioni per milioni di euro.

    La visione che proponi del lavoro è da medioevo – un buon lavoratore è chi ha passione per quanto sta facendo, lavorare con le proprie passioni non è un ‘privilegio’ dovrebbe essere quello a cui tutti ambiscono, e ti assicuro che un’azienda favorisce chi è mosso da passione. Inoltre, se le mie competenze sono non-comuni è del tutto sensato che io richieda di essere pagato bene, molto bene. Il problema è che bisognerebbe iniziare a dire di no. Organizzarsi per dire di no.

  • Paolo

    Interessante perche’ apre un discorso. Ma sono d’accordo con chi pensa che il tuo punto di vista sia troppo personale ed anche un po ingenuo in 3 punti

    1), io qui alla SISSA francamente di gente che ruba il primo nome nelle pubblicazioni ne ho vista assai poco, e nella mia carriera non ho sperimentato con i miei colleghi tutte quelle tragiche esperienze descritte , anche se devo convenire che a volte basta una sola persona per ammorbare un ambiente , ma questo avviene DAPPERTUTTO! Non e’ che fuori l’accademia tutti siano delle dame di S. vincenzo dei Paoli !! Io ho visto carriere in difficolta’ invece perche’ si era scelto un argomento di ricerca non soddisfacente

    2) Soldi Mi dispiace questo e’ un MUST e’ brutto ma e’ cosi : se uno ha necessita’ , piacere , desiderio di una stile di vita materiale superiore alla media, be’ la ricerca scientifica non fa per lui. Ma la stessa cosa vale per un giovane con un qualunque talento artistico! Se lo fa essenzialmente per i soldi non arrivera’ a nulla…

    3)Weekends e famiglia . Ma quando mai ??????? ma lo sai che nella societa’, il problema Lavoro, figli, tempo libero e’ un qualcosa di serio per tutti.? Le famiglie di operai , per esempio, non e’ che hanno tanto tempo, i soldi o la forza di vivere bellissimi we o di partecipare alla crescita dei figli ! E se sei senza lavoro poi… . Anzi, il nostro lavoro ci da la possibilita’di organizzarci meglio di tantissimi altri lavori !

    3b) Nei temi famiglia, tempo libero, eccecc l’organizzazione e’ importante su tu decidi di vivere ad 1 ora di distanza dal tuo posto di lavoro, non puoi lamentarti del tuo lavoro che ti mangia la vita.

  • Nuitari

    Articolo interessantissimo e giustissimo. Ma vogliamo anche parlare dell´oscuro mondo delle pubblicazioni? Ce ne sarebbe come minimo un altro da scrivere sul meccanismo perverso delle pubblicazioni, necessarie per andare avanti con la ricerca.

  • Nuitari

    Il problema, come é stato sottolineato in altri post, é che spesso il lavoro di ricerca non ti permette poi di essere inserito nel mondo dell´industria in maniera semplice. C´é una scelta da fare tra le due carriere che in un certo senso si escludono l´un l´altra: piú tempo passi a fare ricerca in universitá o centri di ricerca e piú difficoltá avrai ad inserirti nel contesto aziendale e viceversa. Questo indipendentemente da quali successi hai conseguito.

  • Mati

    Ciao, io mi sono da poco laureata in astrofisica a Trieste…ho provato un concorso per il dottorato, ma nulla…già….perchè anche ottenere il “vile” dottorato è un’odissea: così tante persone, così pochi posti!!! Comunque, per quello che ho visto, quoto parola per parola tutto quello che hai scritto! Probabilmente dipende anche dalla mentalità della persona…c’è chi è davvero “devoto” alla scienza e chi no (io non lo sono a tal punto da sacrificarmi così)….dentro di me so già che ho abbandonato l’idea della ricerca e penso proprio di essere più felice così!!!!!!!

  • Dennis Sinden

    Definire membro di un “elite” o semplicemente privilegiato un ricercatore che ha investito sudore e denaro ( tanto perche i dottorati costano se non hai uno sponsor) che lavora per il bene comune semi-gratuitamente e un frutto derivato dalla campagna anti intellettuali protratta da un populismo volgare ormai entrato a far parte della cultura Italiota. Inseguire la propria passione non e un crimine e farlo dignitosamente e il primo principio della costituzione.

  • Dennis Sinden

    Definire membro di un “elite” o semplicemente privilegiato un ricercatore che ha investito sudore e denaro ( tanto perche i dottorati costano se non hai uno sponsor) che lavora per il bene comune semi-gratuitamente e un frutto derivato dalla campagna anti intellettuali protratta da un populismo volgare ormai entrato a far parte della cultura Italiota. Inseguire la propria passione non e un crimine e farlo dignitosamente e il primo principio della costituzione.

  • Graziano Coppa

    L’economia mica è scienza.

  • Tommaso Russo

    Si, il mio discorso non contiene soluzioni. Purtroppo non sempre se ne hanno a portata di mano. Ti chiedo però dove stia tutta la presunta utilità di sollevare un discorso come fa Massimo. Verrebbe da dire, a leggere il suo post: e quindi? A chi tocca cambiare le cose? Allo stato? E che dovrebbe fare? Assumere alla svelta i giovani e munirli di maggiori risorse? Epurare il sistema dai baroni?

    Io non penso affatto che le cose siano inamovibili, ma : 1) piangersi addosso non mi sembra, a prima vista, una soluzione; 2) invece di demandare a chissachì, forse spetta prima di tutto a noi membri dell’accademia cambiare le cose. Banalmente, se te o me o Massimo riusciremo mai ad avere un ruolo in certi meccanismi, dovremo ricordarci di questa fase, e di questo post, e non fare (come fa la stragrande maggioranza di noi) di sentirsi legittimati, dopo una vita di stenti e sofferenze, a godere dei privilegi di quella piccola casta che in fondo è la comunità degli universitari “senior”….

  • coccoinomane

    Il modo migliore che ho per convincerti che questa discussione è utile è riportare le tue parole: “Banalmente, se te o me o Massimo riusciremo mai ad avere un ruolo in certi meccanismi, dovremo ricordarci di questa fase, e di questo post [...]“.
    Se Massimo non avesse scritto il suo post, come faremmo a ricordarcene?

    A mio parere, prima di poter offrire delle soluzioni bisogna capire che il problema esiste e che tocca l’intera categoria. Io credo che molti ricercatori sono così persi nella cieca competizione dell’accademia da non rendersi conto che è un sistema che non funziona. Io stesso ho cominciato a pormi il problema da poco! E credo che, in questo senso, i post “à la Massimo” aiutino a creare consapevolezza. Dopo di ché se ne discute insieme e, anche litigando, ci si forma una coscienza. Le soluzioni allora vedrai che arriveranno, magari nell’arco di anni (per esempio quando io te o Massimo diventeremo “senior”), così che anche un “lamento” avrà dato i suoi frutti.

    Forse sono troppo ottimista, eh?
    Guido

  • http://vermena.blogspot.it/ Vermena

    A Sciascia, in quanto a opinione riguardante il concetto di lavoro, preferisco assai quella di Carmelo Bene. Se continueremo a concepire il lavoro come quel qualcosa che ‘non vogliamo fare’; e a non seguire, proprio in ambito professionale, i nostri talenti, non vi sarà alcuna evoluzione nella nostra società né un aumento della produttività, né del know how – anzi, una involuzione (sta già accadendo). Il lavoro dei parassiti, quelli che si occupano di teoretica, per esempio, anche se sono sempre più rari – è ciò per cui l’università è nata, e c’è un termine, nella filosofia tedesca, che definisce questa cosa: ‘bildung’. Ad ogni modo è sempre bello utilizzare questo gergaccio fascistoide, fa risaltare tanto le nostre roboanti opinioni – ‘massa di parassiti’… La differenza è che le competenze che questa ‘massa di parassiti’ ha acquisito sono ben superiori rispetto a quelle che la società richiede perché avvengano i processi economici che determinano il nostro stesso presente “vendere e vendere in fretta”, sta proprio qui la miopia, il dover trasformare qualsiasi azione umana in misura, il lavoro, per come lo definisci tu, è una religione, e la più orribile che possa esistere, come direbbe lo stesso Agamben.

  • Tommaso Russo

    Vermena, il “gergaccio fascistoide” farà parte del bagaglio culturale tuo e di chi frequenti. Hai anche dei gravi problemi a intendere la lingua italiana, visto che il mio epiteto “massa di parassiti” non è in alcun modo riferito a chi fa ricerca teorica, bensì a chi scalda la sedia (o a volte manco quello) e basta. Che poi l’obiettivo evolutivo di una società debba essere l’aumento della produttività è una opinione che appartiene a te, ma di certo non a me e non a un sacco di altre persone, che trovano osceno pensare una cosa del genere. Alla faccia della nobiltà degli ideali. Cordialmente

  • http://vermena.blogspot.it/ Vermena

    “i nostri talenti, non vi sarà alcuna evoluzione nella nostra società né un aumento della produttività, né del know how”.

  • http://vermena.blogspot.it/ Vermena

    Anche per me è osceno pensare che l’evoluzione della società sia il mero aumento della produttività. E non ho certo scritto ciò. Forse sarebbe il caso di ripassare il significato della parola ‘né’.

  • Tommaso Russo

    Ho letto anche gli altri tuoi commenti a questo post. Non ho nulla da dirti: abbiamo idee troppo diverse e anche linguaggi diversi. La polemica la faccio con persone che dicono cose per lo meno interessanti o stimolanti.

  • http://vermena.blogspot.it/ Vermena

    Hai ragione, ubi maior minor cessat.

    Del resto: «Due strade divergevano in un bosco, ed io -
    Io presi quella meno battuta,
    E questo ha fatto tutta la differenza»

    Buona vita.