Cosa sta uccidendo le api

di Emanuele Menietti

L'epidemia continua da danni e secondo i ricercatori è tutta colpa di un virus e un fungo che agiscono insieme

Lo studio è stato realizzato da alcuni ricercatori dell'esercito statunitense in collaborazione con diversi docenti universitari

Dal 2006 un’epidemia sta sterminando milioni di api in tutto il mondo. In circa quattro anni si stima che solo negli Stati Uniti tra il 20 e il 40% delle colonie di questi insetti siano stati interessati dalla sindrome dello spopolamento degli alveari (Colony Collapse Disorder, CCD). La decimazione delle colonie di api è diventato un rompicapo per esperti e ricercatori, che da anni cercano di capire quali possano essere le cause alla base del problema. Ora un gruppo di ricerca sembra essere a un passo dalla soluzione dell’enigma, anche se per arrestare lo spopolamento potrebbero volerci ancora anni.

Alcuni scienziati dell’esercito statunitense in collaborazione con diversi apicoltori e docenti universitari hanno pubblicato sulla rivista scientifica PLoS One i risultati di una nuova ricerca, che identifica due principali indiziati alla base della drastica riduzione delle colonie di api. I ricercatori ipotizzano che un particolare fungo si sia combinato con un virus causando l’epidemia. Non è ancora del tutto chiaro come queste due cause interagiscano tra loro, ma gli indizi sembrano essere solidi: sia il virus che il fungo sono molto diffusi nelle aree con un clima fresco e umido, ed entrambi attaccano il sistema digerente delle api, compromettendo la loro possibilità di nutrirsi.

Identificare con precisione la causa più probabile alla base dello spopolamento degli alveari non è stato semplice, spiega oggi sul New York Times Kirk Johnson:

Una delle cose impreviste dello spopolamento degli alveari che ha complicato la ricerca di una soluzione è il fatto che le api non muoiono semplicemente: volano via dall’alveare in tutte le direzioni, poi si dileguano e muoiono da sole. Questo rende buona parte delle autopsie sulle api problematiche.

Gli entomologi raccolgono gli esemplari morti per sezionarli e analizzarli. Così facendo, il team di ricerca guidato da Jerry Bromenshenk (University of Montana) ha scoperto che la combinazione fungo – virus era presente in tutte le api morte analizzate. I ricercatori non sanno però quale sia la causa scatenante, ovvero se sia il fungo a indebolire l’organismo delle api aprendo successivamente la strada al virus o se sia il virus a compromettere le difese degli insetti, consentendo così al fungo di agire indisturbato.

Alcuni ricercatori della University of California (San Francisco) avevano già identificato in precedenza il fungo come parte del problema. Altre ricerche avevano ipotizzato che la causa dello spopolamento degli alveari potesse essere legata a un virus, ma le prove a sostegno di questa teoria erano insufficienti. Utilizzando un particolare software per lo studio delle proteine, il gruppo di ricerca ha identificato il virus e ne ha analizzato il DNA, trovando così un legame con il fungo Nosema ceranae.

Il software usato dall’esercito – un importante progresso nel campo della ricerca delle proteine – è stato progettato per testare e identificare le possibili minacce biologiche nei casi in cui chi è al comando non ha idea di quali possano essere le minacce da affrontare. Il sistema cerca le proteine in un campione, poi identifica la presenza di virus o di microbi sulla base delle proteine che ha scoperto. La potenza dell’idea alla base di questo sistema è enorme sia per scopi militari che per la difesa delle api, affermano i ricercatori, poiché consente di utilizzare dati già noti per trovare qualcosa che non si sapeva di cercare.

La collaborazione tra accademia ed esercito è nata per caso qualche anno fa. Charl H. Wick, un microbiologo dell’Edgewood Chemical Biological Center dell’esercito statunitense fu messo in contatto da suo fratello con Bromenshenk, con cui aveva scambiato qualche parola nel corso di un meeting in Maryland. I due si incontrarono e avviarono le ricerche nel gennaio del 2007, procedendo in molti casi per tentavi ed errori. Inizialmente i cadaveri delle api venivano spiaccicate sul tavolo, la tecnica fu poi migliorata utilizzando un piccolo mortaio e infine un macinacaffè per polverizzare gli insetti e semplificare le analisi sugli stessi.

La ricerca da poco pubblicata offre nuovi elementi per studiare la sindrome dello spopolamento degli alveari, ma non dà ancora risposte certe sul modo migliore per arrestare il fenomeno. I ricercatori cercheranno ora di capire come si possa prevenire il contagio e quali siano le variabili ambientali che favoriscono il diffondersi dell’epidemia. Le ricerche potrebbero concentrarsi sul fungo e sulla produzione di un antimicotico in grado di sconfiggerlo, disinnescando così il meccanismo letale fungo – virus.

Perché le api una volta colpite dalla sindrome volino via dagli alveari andando a morire da sole non è ancora chiaro. Secondo Bromenshenk virus e fungo potrebbero compromettere la memoria o le capacità di orientamento delle api, portandole così a perdersi. Della sindrome dello spopolamento degli alveari se ne era occupata anche la divulgatrice scientifica Sylvie Coyaud nel sui libro La scomparsa delle api. Indagine sullo stato di salute del pianeta Terra pubblicato nel 2008, dove esplorava cause e possibili conseguenze della scomparsa delle api dal nostro pianeta.

foto di aussiegall

Mostra commenti ( )