
Dinanzi alla vertenza di Pomigliano, molti di noi restano in balía di una sensazione di incertezza, di inadeguatezza a giudicare su basi che non siano di principio, o se vogliamo ideologiche; del resto, quella del movente “ideologico” è ormai l’accusa più frequentemente rivolta a chi eccepisce dinanzi agli uomini del fare, o dinanzi al fare degli uomini. La ragione – forse non l’unica – è semplice: molti di noi non sono mai entrati in una fabbrica (io ho solo vaghi ricordi di uno spaccio aziendale, in cui mia nonna – operaia alla SNIA – mi portò quand’ero piccolo), e delle dinamiche di quei luoghi posseggono una contezza essenzialmente giornalistica, letteraria o cinematografica (da Dickens alla “Fabbrica dei Tedeschi”): la fabbrica rimane per tanti versi uno spazio estraneo, e violare la sua “clausura” (in termini foucaultiani) è molto arduo sul piano materiale come su quello ideale.
Ci si parla – lo sentiamo in queste ore – di assenteismi impuniti, di malattie inventate ad arte, di sprechi da correggere, di produttività da intensificare per reggere il mercato, e dietro a questi slogan fatichiamo a discernere, nella prassi concreta, il meccanismo – pure, lo sentiamo, chiaramente operante – di destrutturazione dei diritti basilari dei lavoratori, faticosamente conquistati con le lotte degli anni Sessanta e Settanta (alle quali per inciso la sullodata nonna, mitissima devota aliena da ogni simpatia per la sinistra e il sindacato, partecipò con convinzione).
Allora vi racconto una storia diversa ma nella sostanza affine, tratta da un ambito forse più familiare a molti lettori, non foss’altro perché si tratta dello spazio aperto par excellence, l’Università. È un’ovvietà – mai adeguatamente ribadita – che gli Atenei non si reggono soltanto sulle forze intellettuali che vi lavorano, ma necessitano per il loro funzionamento di un adeguato personale tecnico e amministrativo che si curi delle strutture ad ogni livello. Lasciamo stare per oggi i colpi ferali che i tagli di Tremonti e Gelmini hanno inferto a questo delicatissimo settore, impastoiando il lavoro quotidiano di molti ricercatori tramite “razionalizzazioni” sistematicamente a perdere.
Parliamo invece di persone. Parliamo di un manipolo di uomini e donne che fino al novembre scorso esercitavano da anni – e con unanime soddisfazione, loro e altrui – il mestiere di portiere presso l’ateneo di Ca’ Foscari a Venezia: si tratta di cinquantatré persone che per una paga oraria molto modesta (certo inferiore a quella di qualunque colf, e pari forse a 1/5 delle più economiche ripetizioni private) aprivano e chiudevano le sedi, vigilavano sugli accessi, rilasciavano informazioni a tutti gli avventori (anzitutto gli studenti), rispondevano al telefono come centralino di ogni singola sede, smistavano e consegnavano quotidianamente la posta, aiutavano docenti e studenti nella gestione del materiale didattico e delle apparecchiature, preparavano aule, allestivano bacheche, controllavano gli studi, segnalavano guasti, manutenevano e intervenivano sulle “attrezzature di supporto all’attività didattica”: le loro mansioni stanno scritte (e, posso garantirlo, non erano affatto lettera morta) nel capitolato per l’affidamento del servizio emanato dall’Ateneo nel 2008.
L’affidamento del servizio: già, perché in questo caso – come in molti altri – l’Ateneo si serve dell’outsourcing, ovvero non arruola dipendenti propri (come avveniva un tempo, e come pure, alla luce delle recenti esperienze, alcune sensate amministrazioni universitarie tornano a fare), bensì bandisce una gara d’appalto. L’ultima se l’aggiudicò nel marzo 2008 la cooperativa Biblos, cui appartenevano i 53 lavoratori di cui sopra, a premio sulla ditta ATI Il guerriero – Prodest, che venne esclusa dalla gara perché, pur offrendo un prezzo inferiore, introduceva per il servizio la tipologia del “lavoro discontinuo”. Cos’è il “lavoro discontinuo”?
È un meccanismo introdotto da un regio decreto del 1923 (06.12.1923, n. 2657), che prevede che tutta una serie di figure lavorative, soggette per la natura del loro mestiere a tempi di attesa improduttivi, ricevano una remunerazione inferiore in considerazione di tali pause “morte”: l’esempio classico è quello del custode o portiere di condominio (una figura in via d’estinzione, ma ancora ben familiare, per esempio, ai numerosi aficionados di “Un posto al sole” su RaiTre), che sta tutto il giorno in guardiola ma per lunghi tratti non ha nulla a cui badare.
Anche a voler tralasciare ogni considerazione circa la congruità del Regio decreto alla situazione degli odierni portieri di condominio, non è chi non veda quanto poco la tipologia del “lavoro discontinuo” si applichi ai portieri di un’università. E infatti – direte voi – la ditta che aveva proposto di introdurla è stata giustamente estromessa dalla gara. Ma la storia non finisce qui: quella ditta, l’ATI Il Guerriero-Prodest, ricorre contro l’esclusione prima al TAR (che le dà torto) e poi al Consiglio di Stato, che il 9 gennaio del 2009 – al rientro dalle vacanze natalizie – le regala il suo assenso. Supero la gragnuola di ulteriori contenziosi e ricorsi che hanno costellato il 2009: fatto sta che l’Ateneo, invece di far muro contro una simile contrattualizzazione (che oggettivamente contravviene ai termini del capitolato), il 7 ottobre scorso stipula il contratto con l’ATI, posponendo poi l’ingresso in servizio dell’impresa al 1 dicembre, ovvero scaricando di fatto la patata bollente al nuovo Rettore, in carica dal 1 novembre (il precedente, largamente corresponsabile del pasticcio, è ora capofila dell’Italia dei Valori in Consiglio comunale, nonché assessore della giunta Orsoni).
Il seguito è prevedibile: i dipendenti della Biblos non accettano di entrare al servizio dell’ATI (di fatto passando da 6 euro l’ora a 4, e perdendo una serie di garanzie in grazia del declassamento professionale a “discontinui”), l’ATI entra il 1 dicembre assumendo sotto costo nuovo personale disposto a sottostare a condizioni iugulatorie (persone splendide, che oggi svolgono le medesime mansioni dei loro predecessori con ammirevole solerzia e retribuzione ben minore), e i 53 dipendenti si trovano a casa con un sussidio di disoccupazione, che è peraltro appena scaduto.
Esiste un giudice a Berlino? Sì, esiste; ma non basta. Il Tribunale del Lavoro ha sentenziato per ben due volte (il 9 marzo e il 28 aprile) che la tipologia del lavoro discontinuo non è congrua alle mansioni di portierato a Ca’ Foscari, e che dunque i 53 devono essere riassunti. Tuttavia, da mesi l’ATI non esegue la sentenza (propone anzi, sagacemente, di riassumere bensì i lavoratori, ma a Milano, non a Venezia), e l’Università, che si trova in una posizione oggettivamente delicata, traccheggia: il rettore sul suo blog annuncia spritz collettivi e sacrosanti premi alla ricerca, ma purtroppo non aggiorna nel dettaglio sull’andamento di questa complessa vicenda (anzi, de facto allunga l’orario di apertura della Biblioteca servendosi del medesimo personale ATI già sottoposto a turni massacranti). Nel frattempo, da mesi i 53 rivendicano i loro diritti (sanciti da un Tribunale, lo ricordo) manifestando, occupando il Rettorato, occupando il Consiglio comunale (è accaduto lunedì), ricevendo solidarietà da docenti, assessori e perfino dal sindaco Orsoni, nella cui mediazione si confida per una risoluzione della vertenza. Chi volesse ulteriori dettagli li trova qui e qui.
Ho raccontato questa storia non per aggiungere un caso pietoso alla lunga lista delle vittime delle esternalizzazioni all’italiana, né per sostenere che il mercato del lavoro debba rimanere immobile in perpetuo. L’ho raccontata per due motivi: perché penso che dia un’immagine plastica della direzione che sta prendendo la prassi della disciplina del lavoro nel nostro Paese, anche senza arrivare alle violazioni costituzionali che in molti ravvisano a Pomigliano; e perché quello che capita oggi ai portieri dell’Università capiterà domani (già vi sono precisi indizi in tal senso) agli stagionali della Biennale, ai dipendenti dei Musei Civici, e a mille altri lavoratori – più o meno precari – del Veneto e dell’Italia, che non sono operai.
I Musei Civici, dimenticavo: sbarca oggi in Laguna il nuovo Soprintendente, il dott. Vittorio Sgarbi, condannato nel ‘96 in via definitiva a 6 mesi di carcere per assenteismo, falso e truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato: tanti anni fa, quando era ancora in Soprintendenza, si assentava dal lavoro producendo documenti falsi. Evviva.


Diritti basilari?
Come quello di assentarsi dalla fabbrica nei giorni delle elezioni, per seguire lo spoglio?
Ma per favore.
E’ appunto l’immagine di un paese in cui le regole sono troppe e contraddittorie, con troppi centri decisionali in concorrenza, inefficiente e protettivo dei furbi, siano essi imprenditori o dipendenti. Se il contratto di lavoro, come propone Ichino, fosse unico per tutti, pubblici e privati, flessibile all’inizio e stabilizzato nel tempo, queste schifezze non ci sarebbero. Non ci sarebbero i garantiti in tutto ed i paria che si sobbarcano da soli tutta la flessibilità del mercato. Ma quando si parla di qualsiasi riforma del diritto del lavoro si fanno le barricate preventive. Ok, allora tenetevi questo.
In attesa della Thatcher di turno che spiega e convince (anche) gli operai inglesi sull’insostenibilità delle miniere del Galles e dei vecchi diritti esercitati dalle Trade Union, facciamoci pure del male “alla greca”. I “lavoratori discontinui”, all’estero, coprono l’80% delle posizioni di quel tipo sia nel pubblico che nel privato: tutti scemi e/o fascistoidi?
Facciamo conto di non capire. Ogni slittamento all’indietro, nel tempo dei diritti negati ai lavoratori, è sempre sostenuto da ottime ragioni, figuriamoci.
Là neghiamo malattia e diritto di sciopero, qua mettiamo il lavoro discontinuo, e poi i contributi ve li pgate voi, e questi li assumiamo come lavoratori autonomi anche se usiamo come dipendenti, e via questo e via quello.
Ah, c’è sempre un buon motivo per metterla in quel posto a chi lavora. E a chi potrebbe/dovrebbe andare in pensione. C’è gente che ci studia dalla mattina alla sera, a come fregare i lavoratori con concetti asettici o parola alate, addirittura talvolta gonfie di promesse, sempre moderne.
Naturalmente, tutto è finalizzato a rendere più competitivo il lavoro e salvarne l’esistenza.
Sono vent’anni che i diritti del lavoro vengono levati a uno a uno, come i vestiti di una lap dancer. Non mi pare che sia servito a evitare crisi, disoccupazione, delocalizzazione. In compenso incominciamo a intravedere il culo, ma non è una lap dancer, è un lavoratore.
La cosa paradossale è che mai il mondo conobbe uno sviluppo tumultuoso come quando (più per forza che per amore) si cominciò a considerare il lavoro con maggiore attenzione e rispetto. Cosa che altrove, va detto, è tuttora praticata: i severi censori presenti anche in questa pagina pixellata ci raccontino dicome vengono martoriati e malpagati i lavoratori di quel paesucolo marginale che è la Germania, per dire. Oraccontino degli scioperi che ti sanno ancora piantare in Francia o in Inghilterra (cfr lo strike di un anno fa dei conducenti del tube, perchè il conttratto triennale dava loro solo mezzo punto oltre l’inflazione ogni anno).
Io credo che non solo, come dice l’esimio Pontani, mlti di noi non sappiano bene cosa sia una fabbrica. Io credo che ci sia un atteggiamento talmente astioso verso che va a lavorare, talmente di odio patologico, ossessivo, che non puà essere curaro da un giuslavorista, ma da un altro tipo di operatore qualificato, di quelli con il lettino.
O pensiamo di tirare su un’economia mettendo pian piano le pezze al culo ai due terzi del Paese? Orami è persino dichiarato: la storia di Pomigliano non è Pomigliano e il suo famoso assenteismo da meridionale disonesto e furbastro. E’ il piede di porco, e Sacconi lo dic egongolando, per scardinare le relazioni indiustriali.
Oggi, a LA7, parlavano di questo: tutti addosso a Cremaschi. Un giornalista (non ricordo il nome, sembrava il fratello scemo di Messner) dice che se a certe condizioni lavorano i Polacchi perchè no gli Italiani?
Io mi chiedo: se a certe condizioni cuciono palloni i bambini pakistani, perchè no tua figlia?
Ma vi rendete conto di quanto costa trasportare le merci da e per la Cina, la Polonia ecc. Molto meglio avere un pezzo di Cina quì sotto casa. Se ci faranno “gialli” sarà molto utile non solo alla Fiat ma anche a tutti quei falsi imprenditori che vedono il profitto in una sola direzione: la loro. E’ una visione del mondo che và combattuta, e non solo dagli operari, perché prima o poi capiterà anche ad altre categorie.
Io però faccio una semplice domanda. Perché in Inghilterra, che non ha più da tempo marchi automobilistici nazionali, si continuano a produrre moltissime automobili? Perché in Inghilterra le multinazionali continuano ad investire. Perché un operaio inglese guadagna meno di uno italiano? No, al contrario. E’ che lì la cornice normativa è certa, le relazioni sindacali non dipendono dal Tar di Boscotreccase, le infrastrutture sono efficienti. Ora la Fiat vorrebbe fare una cosa mai fatta negli ultimi dieci anni in Italia, cioè portare qui da noi produzioni che potrebbe fare altrove. Chiede delle rassicurazioni ed alcune di esse, proprio per la labile cornice normativa italiana e per la conflittualità diffusa di alcuni sindacati, possono essere considerate, legittimamente dai lavoratori, come violazioni di diritti esistenti. Che si fa? La si dirotta in Polonia? O si trova pragmaticamente una soluzione? Pragmaticamente, più salario a fronte di meno scioperi e poche seghe sui massimi sistemi.
Sbaglierò, ma la dedizione (media) dei lavoratori italiani in Europa occidentale ha pochi rivali, semmai ne abbia.
Il problema, temo, sta in quello di cui si parlava in un recente post sul Post, a proposito della Confindustria. Che sparge critiche all’universo mondo (la meritocrazia, cra cra, la meritocrazia!) e spesso si ha l’impressione che cerchino solo compressione dei diritti del lavoro, sconti palesi e occulti dal fisco e amen. I meritocratici figli di, nipoti di, severi Savonarola in casa d’altri.
Su Pomigliamo: se passa il no alla malattia pagata e allo sciopero, fuori dall’ufficio di Sacconi c’è la fila di imprese che chiederà a buon diritto di.
Le battaglie (perse, eh, lo sa da me) di principio non sono seghe da intellettualini della Magna Grecia. Servono a marcare un territorio e ad assegnare le responsabilità.
E mi domando come si ottengano buoni salari, dopo essersi castrati una forma di lotta.
Il punto non è la fogliolina di Pomigliano. E’ che si chiede sempre quel certo sacrificio ragionevole che sevirà per un domani radioso. Sono vent’anni che i sacrifici sono chiesti o pretesi e comunque ottenuti, e il domani radioso è chiederne altre, di rinunce.
Scusate, vogliamo un minuto di silenzio per ricordare la cara vecchia rinascita democratica e farci venire un pensierino?
Ma infatti, nessuno sta facendo distinzioni etniche. E’ un fatto però che NESSUNO viene ad investire in Italia e gli investitori italiani stessi se ne vanno se possono. Lasciamo stare la Cina che è un mondo a parte, ma perché investono in Germania, in Francia, in Inghilterra e qui no? Facciamocela questa domanda. Che poi la causa non sia da attribuire (solo/in parte/per nulla) ai lavoratori è ovvio. Sono la categoria più debole e quindi quella che comunque paga per prima le conseguenze. Però votano, eleggono rappresentanti sindacali, perché non li cacciano a calci in culo per aver fatto per decenni battaglie di retroguardia sulla salvaguardia di aziende decotte e fuori mercato, tipo Alitalia, difendendo il posto di lavoro, un assurdo in un libero mercato, e non il lavoratore come persona cercando di riconvertirlo ed aggiornarlo? Comunque, la maggior parte dei sindacati, compresa parte della CGIL è per la firma dell’accordo di Pomigliano. Sì, tutti venduti al padronato, meno Cremaschi. Ma via.
massimo55socialista, in questi giorni si è riaperta la questione della democrazia sindacale. La Fiom ha sempre rivendicato la necessità di regole certe sulla rappresentanza e sul diritto al voto, per tutti le lavoratrici e i lavoratori e si prepara a consegnare alle camere un progetto di legge che ha già ampliamento superato le 50.000 firme raccolte. E’ paradossale che dopo aver negato a tutti i lavoratori metalmeccanici il diritto a decidere sul contratto nazionale e sul principio delle deroghe, ora si voglia imporre azienda per azienda l’accettazione di questo principio. La Fiom ribadisce che non sono sottoponibili a rinuncia, neppure con il voto, i diritti indisponibili delle lavoratrici e dei lavoratori, e che il distorto principio, così applicato, è lo stesso che fa votare in Parlamento leggi che negano principi costituzionali di fondo sulla stampa e sull’autonomia della magistratura
Il fatto che pochi o nessuno vengano ad investire in Italia sappiamo benissimo che è da attribuire “anche” a una burocrazia che impiega sei mesi a darti quanto in altri paesi ti viene dato in quarantotto ore (salvo cambiarti la normativa in corso d’opera per cui ti tocca ricominciare da capo), che il tuo prodotto impieghera il doppio del tempo a raggiungere il cliente, costandoti una volta e mezza (se ricordo bene abbiamo i carburanti più cari d’Europa), dove le comunicazioni sono ancora affidate a una rete telefonica arcaica e…. (continuate voi l’elenco)
I nostri lavoratori non sono ne migliori ne peggiori di quelli di altri paesi è il “governo” della situazione che non ha paragoni.
@massimo55 Magari il lavoro in Italia è da rivedere, ma i motivi per cui gli investimenti latitano forse sono altri: nepotismo, mancanza di meritocrazia, tagli alla ricerca, inciuci vari, giustizia lenta, eccetera.
Sul mercato del lavoro all’estero, magari è più flessibile, ma i precari hanno molte più garanzie (vedi la Danimarca e la Germania).
Ho letto molte tesi e analisi, in questi commenti, su cause conseguenze e soluzioni sul problema del lavoro in Italia, alcune mi hanno convinto altre meno.
Non ho una preparazione tale che mi consenta di esprimere giudizi e dare soluzioni su un argomento così complesso quindi mi limito ad alcune impressioni.
Se le cause sono molteplici lo dovranno essere anche le soluzioni mentre la mia impressione e che a pagare siano sempre i lavoratori in termini salariali e di diritti.
Non c’è giustizia certa in Italia? non c’è meritocrazia in Italia? non si rispettano le regole in Italia? CHI COLPIAMO? I LAVORATORI!!!
C’è chi fa il furbo? Non ci sono infrastrutture in Italia? Non si pagano le tasse in Italia?
CHI COLPIAMO? I LAVORATORI!!! etc.
Non c’è da parte di nessuno la volontà di creare un sistema più competitivo ma c’è la volontà di difendere il proprio orticello.
La ricerca di una maggiore produttività non la si può fare spostandola la dove c’è più disperazione e si è più disposti ad accettare tutto(usando poi questa possibilità come ricatto) e allo stesso modo non si può difendere alcuni diritti la dove tale difesa non la si fa per la qualità della vita delle persone ma è fine a se stessa, è una difesa a prescindere.
Per chi volesse, mentre scomoda categorie come diritti inalienabili, costituzione e dignità, documentarsi meglio sulla parte strettamente giuridica dei problemi sollevati da Fiom, segnalo questa puntualizzazione di Ichino.
http://www.pietroichino.it/?p=8895
Ah, be’, certo, si sa che è un noto lacchè del padronato, ma vi invito a leggerla comunque.
http://www.unita.it/index.php?a2_content_id=1297&firma=staino&pagina=2
Se c’è una cosa che denota ipocrisia è prendere ogni singolo provvedimento a carico dei lavoratori (e tanti e molto ostici ne sono stati presi, in questi vent’anni) e parlarne di per sè, come non facesse parte di un tutto. Di un disegno smaccatamente interpretabile di mettere i lavoratori in un angolo sempre più simile a quello dove si tenevano gli schiavi.
Oh, certo, Ichino ha le sue belle ragioni, c’erano per l’introduzione di infinite varianti di lavoro precario, per i continui peggioramenti delle condizioni pensionistiche, e figuriamoci se non ci sono ottimi motivi per fregarti ogni volta, facendola passare come la medicina amara che guarisce. Poi, il giorno dopo, altro giro, altra medicina. Sempre più amara.
E facciamo conto di non capire che passata questa roba a Pomigliano, passerà ovunque, con buona pace di quel merluzzetto di Colaninno jr e di tutti quelli come lui, che oggi diceva su Repubblica di non credere che questo tipo di soluzione per Pomigliamno verrà estesa in futuro ad altre realtà.
Come no. Basta vedere la faccia di Sacconi, o leggerne le parole.
Se salgo sull’autobus e uno mi pesta un piede, credo facilmente che sia stato un caso. Se ogni giorno mi spinge, mi sgomita, mi pesta il solito piede posso non credere più alle spiegazioni, tutte ragionevolissime, figuriamoci, cui potrei credere nel caso singolo?
A parte la chiusa utopistica un po’ patetica, consiglio la lettura di questo articolo: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/L-alternativa-a-Marchionne
In breve: il piano A di Marchionne (il piano B è chiudere Pomigliano), come tutti i piani di sviluppo dell’auto in occidente, non sta e non può stare in piedi.
E allora, come la mettiamo? Non è che tutta questa storia è solo un rinvio di qualcosa che succederà comunque? Non sarebbe il caso di pensare davvero a una alternativa produttiva seria a questa monocultura dell’auto?
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Perché ci distraggono con programma stupidi? Perché vogliono distruggere la scuola? Perché nel mondo la ricchezza prodotta è aumentata per anni e noi siamo sempre più poveri e precari? Chi c’è dietro? Chi l’ha deciso?
Questa vita è sempre più precaria, perché Loro vogliono prendersi tutto, sfruttarvi, tornare alla schiavitù. E dicono di amarci…
http://www.anakedview.com/noi_vi_amiamo.html
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