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  • Scienza
  • mercoledì 28 aprile 2010

Contro Slow Food

Slow Food è di destra o di sinistra?

Esempio di "globalizzazione virtuosa" o di "intrinsecamente antiprogressista e antiscientifico"?

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Slow Food: buona o cattiva? Se ne parla parecchio sui giornali degli ultimi giorni: La Stampa oggi dedica a questo tema una pagina dal titolo “Slow Food è di destra o di sinistra?”, Limes pubblica un articolo di Antonio Pascale.

Al centro della discussione due libri: uno del giornalista inglese Geoff Andrews (“Slow Food. Una storia tra politica e piacere“, il Mulino) e uno di Luca Simonetti (“Mangi chi può. L’ideologia di Slow Food”, Pagliai). Slow Food è un’associazione fondata da Carlo Petrini alla fine degli anni Ottanta. I suoi obiettivi li racconta bene il libro di Andrews: la salvaguardia della biodiversità, la conservazione delle tradizioni culinarie, la promozione di tecniche agricole non invasive e abitudini come il rispetto dei tempi naturali, dell’ambiente e della salute dei consumatori. In sintesi, un nuovo modello di abitudini alimentari.

Ma si tratta davvero di un modello nuovo? E soprattutto si tratta di un modello migliore, più giusto, di quello che vorrebbe rimpiazzare? In cosa è diverso, se lo è, dal modello – anche quello biologico, locale e slow – attualmente in uso nelle zone più povere del mondo, senza grandi risultati? Scrive Luca Simonetti:

Nel “sistema” di Slow Food hanno grande importanza la critica dell’agricoltura industriale e l’elogio di quella “tradizionale”. Innanzitutto, la storia dell’agricoltura occidentale viene vista dal movimento come un graduale ma continuo, e da ultimo rapidissimo e inarrestabile, passaggio dalla “naturalità” all'”innaturalità”. Purtroppo però il concetto di “naturalità”, applicato all’agricoltura, risulta quanto mai problematico. Se, infatti, la “storia dell’agricoltura è stata la storia dell’umanità fino al diciannovesimo secolo”, è inevitabile concluderne che l’agricoltura è – come molte altre attività umane – un intervento artificiale sulla natura, una modifica di questa, magari anche una violenza. Qualcosa di profondamente innaturale, dunque; e la consapevolezza dell’intrinseca artificialità dell’agricoltura è costante nella cultura occidentale. […] Questo non vuol dire, naturalmente, che siccome ogni attività agricola è ‘innaturale’ ognuna è lecita: significa però che la ‘naturalità’ non può rappresentare il discrimine tra ciò che in agricoltura si può e non si può fare, proprio perché la naturalità, in agricoltura, non esiste. Viceversa, per Slow Food l’agricoltura sarebbe divenuta “innaturale” sono in tempi assai recenti: precisamente con la green revolution, cioè col trionfo della chimica (fertilizzanti, pesticidi) e degli “input estranei agli ecosistemi millenari”, e con la rinuncia a coltivare e allevare solo le “varietà e le razze autoctone”, che, in quanto “inserite nell’ecosistema che le ha viste nascere ed evolvere, sono la garanzia di mantenimento di quell’ecosistema”. La verità è che non esistono prodotti agricoli “ben inseriti negli ecosistemi originali”, per la semplice ragione che non esistono “ecosistemi agricoli originali”.

Antonio Pascale ne trae una conclusione precisa.

Aggiungerei solo una chiosa: il mondo muta, per fortuna. E non esistono prodotti e tradizioni immutabili. A noi piace credere nei prodotti tipici, come risultati di antichissime tradizioni. Ma sono mitologie. Di stampo creazioniste. E fatte proprie dalla Lega. Che ha inventato, lo sappiamo, un territorio che mai è esistito solo per ragioni di marketing politico. La tristezza è che su molti aspetti la sinistra ha preparato questa tendenza, inventando una tradizione alimentare –e i mores conseguenti – che non esisteva. Andando sul pratico, il pomodoro Pachino è un prodotto tipico, da tempo immemorabile coltivato sulla costa siciliana da bravi contadini arcaici e incorrotti, oppure è un’ottima cultivar ottenuta da un incrocio ottenuto in Israele e arrivato in Sicilia negli anni ’80?

La seconda che ho detto. E il pomodoro Pachino ha sconvolto le tradizioni locali, i mores, ecc, o ha creato nuove opportunità e dunque dobbiamo ringraziare anche i genetisti che in laboratorio hanno realizzato quella cultivar? Non è che questo discorso sulle tradizioni alle fine riguarda pure i nostri migranti? Loro, arrivando in Italia, sconvolgono o non sconvolgono i mores? Tra l’altro sono i principali consumatori di fast food o di kebab. E ci credo, costano poco. Che si fa in questi casi? Si mettono barriere? Si grida al barbaro consumista e omologato? Insomma, l’ideologia di Slow Food non sembra diversa dalle tante che ci circondano, e che si basano tutte su un trucco: contestare la modernità e i prodotti da questa ottenuti e nello stesso tempo sfruttarne i vantaggi.

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