La guerra del calcio

C’è un uomo disarmato che vaga per la foresta. E c’è una ragazza seduta in casa, con una pistola. Il primo è un sopravvissuto ed è la fine della storia. Al suo principio si trova invece la seconda, alla quale la vita sfugge. In mezzo si gioca una partita, anzi tre. Non basta, ci sono un paese troppo stretto, uno troppo incolto, una legge che cambia carte ed equilibri. Senza contare tonnellate di banane. E un mondiale all’orizzonte. Ma a uno dei due estremi, forse, si posa una verità fasulla.

La ragazza si chiama Amelia Bolaños, ha diciotto anni, è seduta sul divano di casa con gli occhi puntati verso il suo televisore. Sopra un tavolo campeggia immobile un cesto di banane. Dentro lo schermo, invece, disturbati dalle frequenze incerte del bianco e del nero, si stanno muovendo senza tregua ventidue uomini in divisa. Sono i giocatori di El Salvador e Honduras.
La storia potrebbe partire da questi ultimi, ma se vogliamo trovare un primo motore immobile dobbiamo iniziare dalle banane. E in particolare da Lorenzo Dow Baker, capitano della goletta Telegraph, l’uomo che nel 1870 – un secolo prima della nostra vicenda – le aveva introdotte negli Stati Uniti: dopo aver acquistato centosessanta caschi in Giamaica, in soli undici giorni era riuscito a venderli a Boston con un profitto del 1000%.

1. United Colors of Bananas
Il nuovo frutto tropicale si era rivelato nutriente ed economico (nel 1913 con venticinque centesimi – equivalenti a poco più di sei dollari – si compravano appena due mele o una dozzina di banane), pertanto spopolò. Fu per questo che nel 1873, per procurare cibo per i loro operai, i magnati della ferrovia Henry Meiggs e Minore C. Keith, zio e nipote, introdussero piantagioni di banane lungo tutta la rete del Costa Rica. Intuito il profitto che avrebbero potuto ottenere, iniziarono ad esportarle negli Stati Uniti sudorientali. Così nacque la Tropical Trading and Transport Company, divenuta poi United Fruit Company e successivamente Chiquita Brands International.
L’introduzione della banana cambiò l’economia dei paesi centroamericani. Importarla da questi era più conveniente che coltivarla negli Stati Uniti. Approfittando della loro arretratezza economica e di un vuoto di potere coloniale, le multinazionali americane riuscirono a prendere il controllo di quei piccoli Stati. Alla fine del XIX° secolo, iniziarono a costruire strade, porti e ferrovie in cambio di concessioni sulla terra. Basando l’intera economia dell’America centrale su una monocultura, trasformarono così la banana e quello che c’era dietro (la coltivazione, la raccolta e l’esportazione) nell’arbitro unico della fortuna delle vite locali. La United Fruit tra gli honduregni era conosciuta come El Pulpo (“La Piovra”), perché la sua influenza penetrava nelle viscere della loro vita manipolando talvolta anche la politica nazionale. Negli anni Trenta la società possedeva tre milioni e mezzo di acri di terra in America centrale e nei Caraibi ed era in assoluto il più grande proprietario terriero del Guatemala. Patrimoni che le conferivano un grande potere sui governi dei piccoli paesi. Perché grazie a questi avrebbe favorito solo quelle fazioni che si sarebbero dimostrate pronte ad assecondare i suoi interessi. Le banane dunque dettavano legge. E l’etichetta Banana Republics fu per l’appunto coniata allora (nel 1904 da Williams Sydney Porter all’interno di uno dei racconti del suo libro Kings and Cabbages, “Re e cavoli”).
Il 13 dicembre 1960 El Salvador, Honduras, Guatemala e Nicaragua (due anni dopo si aggiunse la Costa Rica), per facilitare il loro sviluppo economico e attrarre capitali industriali, ratificarono il Central American Common Market trasformando le loro terre in un’area di libero scambio. Il progetto permise notevoli progressi nell’espansione commerciale dei paesi coinvolti grazie alla riduzione delle barriere commerciali: tra il 1961 e il 1968 il commercio tra i cinque paesi fu sette volte superiore rispetto al passato.

2. This seal outside means the best inside
Fu grazie al mercato comune centroamericano che il governo statunitense estese ulteriormente il suo regime commerciale privilegiato a tutti e cinque i Paesi, permettendo così alla United Fruit e ad altre multinazionali americane di trovare ampie distese di terre da coltivare, di installarvi grandi piantagioni e di avvalersi di una manodopera a basso costo. Ma quegli investimenti permisero anche ai cinque Stati centroamericani di uscire dalla cronica arretratezza agricola nella quale versavano.
Gli investitori, però, scelsero di installare le piantagioni solo dove già era presente un certo grado di sviluppo tecnologico. El Salvador si rivelò il paese più avanzato, l’Honduras il più arretrato. Lo scarto tra i due cambiò tutto: gli investimenti nel primo permisero una crescita economica, questa portò migliori condizioni di vita che quindi provocarono un calo della mortalità e un conseguente aumento della popolazione. L’incremento demografico portò El Salvador a diventare, dopo il Messico, il Paese più popolato dell’America centrale. Ma l’esigua superficie salvadoregna provocò a sua volta una forte disoccupazione. L’economia interna, infatti, si poggiava interamente sull’agricoltura, la coltivazione ruotava quasi esclusivamente attorno alle banane e queste ultime erano in mano alla United Fruit e ad una ristretta classe latifondista (mille grandi proprietari terrieri riuniti sotto l’egida di quattordici famiglie) che affidava le proprie terre ai braccianti locali, i campesiños.
Chi era disoccupato, pertanto, non aveva alcuna possibilità di rivolgersi ad altri né di avviare la coltivazione di piccoli appezzamenti di terreno. Il governo salvadoregno, temendo una rivolta contadina che avrebbe seriamente pregiudicato il già precario equilibrio politico-economico interno, decise quindi di rivolgersi al vicino Honduras, sei volte più grande, dove le condizioni erano opposte. Se l’arretratezza agricola era dirompente, le terre incolte invece non mancavano. Così nel 1967 i due Stati firmarono una convenzione bilaterale sull’immigrazione, secondo la quale i cittadini salvadoregni, qualora avessero deciso di espatriare in Honduras, avrebbero goduto di libertà di transito, possibilità di residenza e diritto al lavoro. Oltre trecentomila salvadoregni varcarono il confine e avviarono la coltivazione di terre fino ad allora rimaste inutilizzate.
La United Fruit aveva appena iniziato il più grande programma di branding mai intrapreso da un produttore di merci, accompagnato da una dispendiosissima campagna pubblicitaria che includeva l’apposizione di un marchio blu adesivo sulle banane: “This seal outside means the best inside”. Nell’anno di quell’accordo bilaterale l’etichetta “Chiquita” (il nome era nato nel 1944 ed era stato registrato come marchio nel 1955) scavalcò l’Atlantico per essere introdotta in Europa.
Ai campesiños centroamericani poco importava di tutto questo. I cambiamenti avevano creato ulteriori malcontenti e presto la situazione si ribaltò. Furono i contadini dell’Honduras a chiedere terra. A conti fatti il paese era in mano alla United Fruit e a Oswaldo López Arellano, il dittatore appoggiato dai latifondisti. Il suo governo dipendeva dagli Stati Uniti e lui non avrebbe mai toccato le terre di chi lo sosteneva (multinazionali da una parte e latifondisti dall’altra). Per evitare una sollevazione popolare, dunque, puntò il dito sui più deboli.
E così nella primavera del 1969 l’Instituto Nacional Agrario emise un provvedimento che decretava la confisca delle terre e l’espulsione di tutti coloro che avessero nel Paese proprietà terriere senza possedere la natività in terra honduregna. I salvadoregni giunti in Honduras due anni prima furono pertanto privati delle proprie case, dei propri campi, del proprio lavoro e rispediti a El Salvador, dove non avevano più nulla. Il governo salvadoregno, temendo anch’esso una rivoluzione contadina, rifiutò di accoglierli e tentò in ogni modo di convincere il governo honduregno a tornare sulla propria decisione. L’Honduras era consapevole che, contravvenendo agli impegni presi due anni prima con la Convenzione bilaterale sull’immigrazione, stava commettendo un grave illecito internazionale. Ma fu irremovibile. La frontiera, così, divenne bollente. I giornali iniziarono a promuovere campagne d’odio. Le relazioni diplomatiche tra i due Stati, già tese per questioni di sovranità sul golfo di Fonseca (El Salvador non aveva uno sbocco sull’Oceano Atlantico e per la propria fascia costiera sul Pacifico, doveva piegarsi all’Honduras), si fecero critiche. E fu in questo clima che le due nazionali di calcio si trovarono di fronte per un posto ai Mondiali di calcio.

3. La prima partita
I campionati del mondo del 1970 sarebbero stati organizzati per la prima volta dal Messico. In qualità di padrona di casa la sua nazionale era iscritta d’ufficio. L’assenza messicana dai gironi di qualificazione rappresentava una occasione storica per gli altri dodici paesi centroamericani. Questi vennero distribuiti in quattro gironi, da tre squadre ciascuno, dai quali uscirono Honduras, Haiti, El Salvador e Stati Uniti. Le semifinali prevedevano un doppio confronto di andata e ritorno. Se il primo vide fronteggiarsi Haiti e Stati Uniti, il secondo fece incontrare Honduras ed El Salvador.
La gara di andata tra Honduras ed El Salvador era in programma domenica 8 giugno 1969 all’Estadio Nacional di Tegucigalpa. La notte precedente centinaia di persone si erano assiepate sotto l’hotel dove alloggiavano i calciatori salvadoregni, cercando di disturbarne il sonno con clacson, pentole e sassi lanciati contro le finestre.
Quando l’arbitro peruviano, naturalizzato messicano, Arturo Yamasaki Maldonado posò il pallone sul centro del campo, Amelia, la figlia diciottenne del generale Bolaños, si sedette davanti al televisore nel salotto di casa sua. In quel momento il primo non poteva immaginare che, un anno dopo allo Stadio Azteca di Città del Messico, avrebbe legato per sempre il suo nome alla “Partita del secolo” (Italia-Germania Ovest 4-3). La seconda, invece, non poteva sapere che il suo sarebbe stato associato per sempre alla partita che si apprestava a vedere.
Si giocò in un clima teso, senza che nessuna delle due squadre riuscisse a sbloccare il risultato. Lo zero a zero sembrava ormai scontato, ma a un minuto dal fischio finale il difensore Leonard Wells regalò all’Honduras la rete dell’incontro. Fu allora che a El Salvador – come raccontò il reporter polacco Ryszard Kapuściński – Amelia Bolaños aprì il cassetto della scrivania del padre, afferrò la pistola e si sparò un colpo di pistola al cuore: «La giovane – scrisse l’indomani il quotidiano del Salvador El Nacional – non ha retto al dolore di vedere la sua patria messa in ginocchio». Alla ragazza elevata al rango di martire ed eroina nazionale – raccontò Kapuściński – vennero tributati funerali di Stato. Trasmessi in diretta televisiva, vi partecipò l’intera capitale. A seguire quella bara coperta dalla bandiera nazionale il picchetto d’onore dell’esercito, il Presidente della Repubblica, i ministri del governo e gli undici calciatori del Salvador rientrati in patria con un aereo speciale. I salvadoregni erano pronti a vendicarsi nella gara di ritorno a San Salvador una settimana dopo.

Andata
Domenica 8 giugno 1969
Estadio Nacional, Tegucigalpa
Honduras – El Salvador
1 – 0
Honduras: Varela; Metamoros, Dick, Bulnes, Wells; Mendoza, Marshall (Mejía), Rosales (García), Cardona; Gómez, Bran. Allenatore: Griffin.
El Salvador: Fernández; Rivas, Castro, Vásquez, Mariona; Osorio, Quintanilla, Rodríguez, Martínez; Barraza (Cabezas), Estrada (Méndez). Allenatore: Carrasco.
Arbitro: Yamasaki (Messico Messico)
Marcatori: 89′ Wells.
Spettatori: 17.827

4. La seconda partita
Per giocare la gara di ritorno l’Honduras raggiunse il Salvador il più tardi possibile. Gli honduregni arrivarono ​​di venerdì, accolti da un paese inferocito. Sconvolti dal clima d’odio che li circondava preferirono rinunciare all’allenamento per rifugiarsi in albergo. Ma l’Hotel Intercontinental di San Salvador sarebbe diventato la loro prigione. La notte i tifosi salvadoregni presero di mira l’edificio dando luogo ad una fitta sassaiola contro le finestre, che in breve finirono frantumate. L’accompagnatore della nazionale honduregna fu ucciso a sassate dalla folla, non appena lasciò l’hotel. Poco dopo un razzo frantumò il vetro della stanza che Tonín Mendoza, il ventunenne centrocampista e capitano dell’Honduras, divideva con altri tre compagni, e iniziarono a essere lanciate anche bombe artigianali. A quel punto tutti i giocatori iniziarono a temere per le loro vite. La delegazione decise così di rifugiarsi sul tetto. All’alba i giocatori, stremati, si divisero in gruppi di tre e, sotto una pioggia di pietre, riuscirono a eludere la folla nascondendosi nelle case dei residenti honduregni. Nel pomeriggio i giocatori ospiti – come raccontò Kapuściński – «furono portati allo stadio dentro i carri armati della Prima divisione corazzata del Salvador per proteggerli da quella folla che, assetata di vendetta e di sangue, si era ammassata lungo il percorso e sventolava la fotografia dell’eroina nazionale Amelia Bolaños». Vennero fatti scendere solo davanti agli spogliatoi. L’Estadio de la Flor Blanca di San Salvador era circondato dall’esercito e intorno al campo i soldati del corpo scelto della Guardia Nazionale puntavano gli sguardi verso il pubblico con i mitra spianati. L’inno nazionale honduregno fu accolto da bordate di fischi, la bandiera nazionale strappata e i pochi coraggiosi che dall’Honduras si erano recati a San Salvador per sostenere i propri giocatori furono aggrediti e malmenati. Solo intorno allo stadio si contarono due morti, decine di feriti e un centinaio di automobili bruciate.
Gli honduregni scesero in campo distrutti, impauriti e desiderosi solo di riportare a casa la pelle. La partita non ebbe storia: i salvadoregni passarono in vantaggio al 27’ su rigore con Martínez, raddoppiarono tre minuti dopo con Acevedo e chiusero la partita al 41′ ancora con Martínez. Di reti potevano farne anche dodici, non sarebbe cambiato nulla. Il regolamento non contemplava il computo del numero di gol segnati. La loro sconfitta venne accolta con gioia dagli honduregni. «Siamo terribilmente fortunati a perdere – disse Mario Griffin, il loro allenatore durante l’intervallo – facciamo questi quarantacinque minuti e torniamocene sani e salvi a casa. Comunque andrà ce la giocheremo in un’altra partita». Senza la differenza reti e con una vittoria per parte il destino delle due squadre sarebbe stato, infatti, deciso da una terza definitiva gara di spareggio in campo neutro.

Ritorno
Domenica 15 giugno 1969
Estadio de la Flor Blanca, San Salvador
El Salvador – Honduras 3 – 0
El Salvador: Fernández; Rivas, Manzano (Osorio), Vásquez, Mariona; Cabezas, Quintanilla, Rodríguez, Martínez; Monge, Acevedo. Allenatore: Carrasco.
Honduras: Varela; Metamoros, Dick, Bulnes, Wells; Mendoza, Marshall, Urquia, Cardona; Gómez, Bran. Allenatore: Griffin.
Arbitro: Van Rosberg (Antille Olandesi Antille Olandesi)
Marcatori: 27′ rig. Martínez, 30′ Acevedo, 41′ Martínez.
Spettatori: 36.470

5. La terza partita
Le squadre si affrontarono venerdì 27 giugno in campo neutro, all’Estadio Azteca di Città del Messico, dinanzi a cinquemila agenti di polizia. La partita fu incerta fino all’ultimo. Segnò Martínez per il Salvador, pareggiò Cardona. Ancora Martínez portò avanti i suoi. E ancora l’Honduras, con Gómez, riportò il risultato in parità. Il 2-2 rimase scolpito fino al novantesimo e si imposero così i supplementari. Finché al 101’ Rodríguez regalò al Salvador la definitiva vittoria. Al fischio finale, ambedue le schiere scatenarono una guerriglia e la sera stessa si sciolsero le relazioni diplomatiche tra i due stati. La guerra era ormai alle porte.

Spareggio
Venerdì 26 giugno 1969
Estadio Azteca, Città del Messico
El Salvador – Honduras 3 – 2 (d.t.s.)
El Salvador: Fernández (Suarez); Rivas, Manzano, Vásquez, Mariona; Cabezas, Quintanilla, Rodríguez, Martínez; Monge, Acevedo (Bucaro). Allenatore: Carrasco.
Honduras: Varela; Deras, Dick, Bulnes, Wells; Mendoza, García, Rosales (Mejía), Cardona (Lagos); Gómez, Bran. Allenatore: Griffin.
Arbitro: Aguilar (Messico Messico)
Marcatori: 10′ Martínez, 19′ Cardona, 29′ Martínez, 50′ Gómez, 101′ Rodríguez.
Spettatori: 15.326

6. La guerra del calcio
Da quella sera gli scontri sul ciglio della frontiera si fecero più gravi. Il 14 luglio a El Poy, tra Ocotepeque (Honduras) e San Ignacio (El Salvador), i bollori avversi vennero freddati vicendevolmente con spari da arma da fuoco. A partire da quel momento la battaglia seguì i ritmi drammaturgici di una partita di calcio, con continui ribaltamenti e colpi di scena. Il contrasto tra i due Paesi raggiunse l’apice alle 18.10, quando gli aerei salvadoregni si alzarono in volo sferrando un attacco su Tegucigalpa e su altre otto città honduregne. Contemporaneamente, dodicimila uomini della fanteria salvadoregna iniziarono l’offensiva via terra. Provati dai bombardamenti aerei, gli honduregni tentarono una disperata difesa. In quel momento il reporter polacco Ryszard Kapuściński, inviato di guerra per il quotidiano Polityka e per l’agenzia di stampa Polska Agencja Prasowa (PAP), era l’unico corrispondente a trovarsi in Honduras e poteva anche essere il primo a trasmettere al mondo la notizia dello scoppio di una guerra in America Centrale. Uscì dalla sua camera con il testo di un telegramma, rintracciò il padrone dell’albergo e lo pregò di accompagnarlo a un ufficio postale di Tegucigalpa. In tutto l’Honduras c’era un solo telex e in quel momento lo stava occupando il Presidente della Repubblica. Parlava con l’ambasciata honduregna a Washington per incaricarla di chiedere aiuti armati al governo degli Stati Uniti. A mezzanotte riuscì a collegarsi con la Polonia, la macchina picchiettò il numero “TL 813480 PAP Varsavia”.

TEGUCIGALPA (HONDURAS) PAP 14 LUGLIO VIA TROPICAL RADIO RCA OGGI ALLE ORE DICIOTTO È SCOPPIATA LA GUERRA TRA SALVADOR E HONDURAS STOP L’AVIAZIONE DEL SALVADOR HA BOMBARDATO QUATTRO CITTÀ DELL’ HONDURAS STOP CONTEMPORANEAMENTE L’ ESERCITO DEL SALVADOR HA VARCATO LA FRONTIERA DELL’ HONDURAS CERCANDO DI PENETRARE IN PROFONDITÀ NEL PAESE STOP IN RISPOSTA ALL’ ATTACCO DELL’ AGGRESSORE L’ AVIAZIONE HONDUREGNA HA BOMBARDATO I PRINCIPALI OBIETTIVI INDUSTRIALI STRATEGICI DEL SALVADOR E LE FORZE DI TERRA HANNO INIZIATO AZIONI DIFENSIVE.

Al mattino seguente una nuova incursione aerea salvadoregna fece vacillare la difesa honduregna. Alla sera l’occupazione salvadoregna aveva già guadagnato milleseicento chilometri quadrati del suolo honduregno. Quando ormai la guerra sembrava avesse preso la sua piega conclusiva, l’Honduras rispose con una controffensiva aerea che riuscì a distruggere il venti per cento delle riserve nemiche di combustibile. La sorprendente reazione honduregna spostò le sorti della guerra in cielo.
E proprio al cielo in quel 16 luglio 1969 era rivolti gli occhi del mondo. Alle 13:32 dalla piattaforma di lancio 39A del Kennedy Space Center da un razzo vettore Saturn V era stato lanciato l’Apollo 11 per condurre per la prima volta l’uomo sulla Luna. Circa un milione di spettatori avevano assistito al lancio affollando le autostrade e le spiagge vicine al sito del Kennedy Space Center. Sul posto erano accorsi tremilacinquecento rappresentanti dei media di cinquantacinque Paesi del pianeta. Il lancio era stato trasmesso in diretta televisiva in trentatré paesi, venticinque milioni di statunitensi lo avevano seguito in televisione. Il resto del mondo aveva le orecchie incollate alle trasmissioni radiofoniche.
La mattina del 17 luglio si alzò in volo il resto dell’aviazione salvadoregna agli ordini del capitano Douglas Varela e contemporaneamente decollarono le squadriglie aeree honduregne agli ordini del maggiore Fernando Soto Henríquez. Le due squadriglie si incontrarono a mezzogiorno sui cieli sopra El Amatillo, esattamente sulla linea del confine tra i due Paesi. I salvadoregni iniziarono l’attacco, ma Soto (H) riuscì ad abbattere Varela (ES) riuscendo così a condurre gli aerei honduregni verso l’annientamento della flotta salvadoregna. La morte del capitano produsse uno shock nella forza aerea salvadoregna che, messa alle corde, fu costretta a inviare mercenari e riservisti guidati dai capitani Salvador Cezeña Amaya e Guillermo Reinaldo Cortéz. Soto (H), contravvenendo all’ordine di non sconfinare, entrò nei cieli del Salvador, sopra San José, per inseguire l’aereo di Cezeña (ES). Mitragliato dai colpi del maggiore honduregno, Cezeña (ES), fu costretto a lanciarsi con il paracadute. Per vendicare il compagno, Cortéz (ES) si avventò contro Soto (H). Ma il pilota fu abile a ribaltare la situazione colpendo il comandante salvadoregno. Cortéz (ES) anziché gettarsi con il paracadute preferì portare l’aereo fuori da San José per evitare che precipitasse sulle sue abitazioni. La scelta fu eroica ma fatale e morì schiantandosi sulle campagne fuori città. La mattina del 18 luglio l’aviazione honduregna scatenò un attacco al napalm sopra tre città e più tardi riuscì a respingere i nemici oltre la frontiera. Alle 22.00, l’Organizzazione degli Stati americani impose il cessate il fuoco.
In quel momento i bilanci della statunitense United Fruit cantavano: per la prima volta era stata scavalcata la soglia dei quattro miliardi di sterline. Tradotto in banane: quasi due miliardi di chili spediti in tutto il mondo (la società aveva sviluppato in quel 1969 un brevetto per l’imballaggio in atmosfera modificata, capace di mantenere una bassa quantità di ossigeno per arrestare la maturazione delle banane durante il trasporto). Non era dunque il caso di rovinare tutto per cinque giorni di “tafferugli”.
L’Honduras accettò la proposta, El Salvador la rifiutò. In serata il presidente Sánchez Hernández invitò il popolo salvadoregno ad andare avanti: «Com’è possibile che un uomo possa tranquillamente camminare sulla superficie della Luna, ma non possa, a causa della sua nazionalità, percorrere senza pericolo i marciapiedi dell’Honduras?».
La decisione del Salvador produsse la condanna da parte dell’OSA come Stato aggressore e, più avanti (dal 27 al 29 luglio), una serie di attacchi a sorpresa contro le sue città poste in prossimità della frontiera. Il conflitto a quel punto si arrestò. Finché il 5 agosto le truppe salvadoregne si ritirarono entro i propri confini. La guerra era finita. E con essa la vita di cinquemilasettecento persone.

7. L’uomo che fuggì dal mondo
L’OSA impose all’Honduras la reintegrazione dei salvadoregni ingiustamente espulsi. Alcuni di loro fecero ritorno in Honduras, ma altri non ebbero il coraggio di tornare.
Tra questi ci fu un bracciante salvadoregno di nome Salomon Vides. Salomon, che aveva quarant’anni, sentì alla radio gli annunciatori che esortavano gli honduregni a uccidere i salvadoregni. Ed ebbe paura. Talmente tanta da non pensare più nemmeno ai suoi fratelli, a sua moglie e ai suoi quattro figli. Cercò solo la via più rapida per uscire dal Paese, oltre il confine con il Guatemala. Le autorità guatemalteche lo trattennero a Puerto Barrios, vicino al confine. Lo scambiarono per un guerrigliero, gli chiesero cose che non conosceva, volevano sapere dove fossero i suoi compagni. Salomon ebbe timore che lo rimandassero in Honduras ad affrontare una morte certa. Pochi giorni dopo, mentre le guardie erano impegnate a interrogare un altro detenuto, fuggì, verso la zona paludosa che si estendeva nell’entroterra, Machacas Viejo. Non si sentì tranquillo nemmeno lì. Temeva che la gente del posto lo potesse tradire. L’unica idea che aveva nella testa era allontanarsi dal pericolo. Andare dove non sarebbe mai stato trovato. Si diresse così verso l’interno. E lì c’era solo la giungla. Si ritrovò a El Petén, a 500 km a nord del Guatemala. Era una delle aree più isolate del paese, non toccata dall’umanità, ignorata anche dai gruppi di guerriglieri che nella giungla guatemalteca preferivano nascondersi altrove. Solomon non si accorse che era cessato il fuoco, pensò solo che la cosa più saggia fosse quella di allontanarsi dalla guerra.
Per alcuni giorni inseguì le scimmie, ma presto si rese conto che un apporto calorico regolare poteva essergli garantito solo se avesse cacciato animali meno agili di lui. Rivolse così la sua attenzione alle piante e alle tartarughe, che abbondavano nelle paludi della giungla. Trovò un paio di occhiali e concentrando i raggi del sole fu in grado di accendere fuochi.
Vestito con una tunica di pelle di scimmia, Salomon iniziò a raccogliere le sue razioni quotidiane ogni mattina – cinque piccole tartarughe, cinquanta semi e una radice di palma; mai una banana – accendeva un fuoco, bolliva il cibo, mangiava e poi la notte tentava di riposare. Viveva nel terrore di essere trovato anche mentre stava dormendo. Dai soldati, dai giaguari, dalle zanzare.
Pur vivendo fuori dal mondo Salomon si impose il controllo del tempo. Aveva bisogno di sapere quando fosse domenica. Il giorno prima, avrebbe raccolto il doppio delle razioni di cibo per non lavorare nel dì del Signore, come insegna la Bibbia. E tenne il tempo guardando la luna, senza sapere che in quei giorni due uomini ci stavano camminando sopra. Passarono i mesi e mentre Salomon combatteva contro le zanzare il suo Salvador si trovò alle prese con una sanguinosa guerra civile. Lui non ne sapeva nulla. Nemmeno di quella condotta dai ribelli del Frente sandinista de liberación nacional in Nicaragua, o da quelli del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional in Guatemala. Ogni tanto ne vedeva i segni nei cieli. Una volta una pattuglia di aerei volò sopra la sua testa. Poco dopo sentì le bombe esplodere. Udì spesso spari di fucile. Pensava ai soldati invece erano cacciatori.
Un giorno uno di loro sorprese Vides. «Amico, cosa stai facendo?», gli chiese. «Sto cercando piccole tartarughe. Come questa», disse, tirandone fuori una dalla tasca. Fu il suo primo incontro verbale con un essere umano da quando era entrato nella giungla. Non raccontò nulla, ma quando l’uomo si allontanò Vides non poté resistere:
«Scusami, che giorno è oggi?».
«Mercoledì», rispose quello.
«Di quale data?»
«È il sedici»
«Di che mese?»
«Maggio»
«Oh, pensavo fosse settembre».
Salomon si sentì perso. Era fuori di quattro mesi e tre giorni. Avrebbe dovuto sorprenderlo di più il resto. Era il 1995. Si trovava nella giungla da ventisei anni.
Più tardi, era il 1997, Salomon si trovò di fronte una squadra di uomini armati. Terrorizzato pensò che fosse arrivata la sua fine e alzò le mani: «Sono qui, se dovete uccidermi fatelo subito, non ce la faccio più!». «Non siamo militari – risposero gli uomini – stiamo cacciando ma ci siamo persi».
Tra i cacciatori iniziò così a spargersi la voce di uno strano uomo che viveva nella giungla. La notizia arrivò a un tassista radioamatore con la passione per la caccia, Rene Donavo. Andò nella foresta per conoscere Salomon. Quando se lo trovò davanti vide un vecchio pallido, basso, seminudo e coperto di foglie. Aveva settantadue anni, gli ultimi trentadue li aveva passati nascosto per scampare a una guerra durata appena un centinaio di ore.
Donavo riuscì a stabilire un contatto con lui e prese a cuore la sua storia. Contattò un altro radioamatore salvadoregno, che fece un annuncio su una stazione radio popolare. Un amico della famiglia di Salomon lo ascoltò, e il 15 settembre 2001 la sorella di Vides e due dei suoi sette fratelli sopravvissuti arrivarono in Guatemala. Accompagnati da Donavo e dai lavoratori della Croce Rossa spagnola, camminarono per due ore attraverso l’entroterra paludoso fino a che trovarono Salomon seduto a terra, immobilizzato dai dolori alle gambe. Era ormai uno scheletro ambulante, avvolto in un groviglio di capelli, che viveva come un animale selvatico.  Suo fratello più giovane, Fidel, cinquantotto anni, lo vide lì come quando era un ragazzo che raccoglieva le banane. «È lui», pensò. Salomon non lo riconobbe, finché lui disse: «Sono il tuo fratellino». A quel punto gridò: «Fidel!». E si abbracciarono.  Salomon uscì per sempre dalla giungla e il giorno seguente fu condotto verso El Salvador e la celebrità. Una radio lo aveva fatto fuggire, una radio lo aveva riportato a casa.
Si ricongiunse con una parte della famiglia a Garita Palmera, nella provincia salvadoregna di Chalatenango, a circa centoventi km a sud-ovest di San Salvador. Quando se ne era andato, suo figlio Salomon Jr aveva dodici anni, ora era un uomo di quarantaquattro anni. Salomon non ebbe il coraggio di cercare gli altri suoi figli e la moglie che aveva abbandonato lasciandoli in miseria e preferì stare con i suoi fratelli.
Quando i cronisti lo andarono a cercare lo trovarono a bere latte freddo e a mangiare fast food, a meravigliarsi dei telefoni cellulari e dei televisori a colori. Gli chiesero a cosa avesse pensato in tutti quegli anni: «A niente in particolare. Mi sentivo libero dalle preoccupazioni: ero solo contento di essere vivo. Non pensavo nemmeno alla mia famiglia, mi sentivo come se fossero tutti morti». Stava imparando a usare i dollari. «Ora tutti vivono in modo così diverso, le case sono fatte in un altro modo, ognuno ha una macchina e guida. È davvero cambiato tutto da quando sono stato qui l’ultima volta». Appena quattro giorni prima che si riunisse con la sua famiglia erano avvenuti gli attacchi terroristici di New York. Lui non ne è stato turbato: «Non credo che questo sarà un problema per me». Gli “altri”, d’altronde, erano spariti dalla sua vita trent’anni prima. Li aveva persi con la conquista della Luna, li aveva ritrovati con la distruzione delle Torri gemelle. «Non sono mai stato trattato così bene come ora dalla mia famiglia. Sono totalmente felice».

8. La vera storia di Amelia B.
Ryszard Kapuściński fu praticamente l’unico corrispondente a scrivere ampiamente del conflitto del 1969. Eppure il suo resoconto, racchiuso poi in un saggio uscito nel 1978, contiene imprecisioni ed errori che sono stati ripetuti fino ad oggi all’interno della quasi totalità dei testi dedicati a quella piccola sanguinosa guerra. L’episodio che illuminò maggiormente l’immaginario dei suoi lettori rimase quello legato ad Amelia Bolaños. Così, nel corso del tempo, alcuni reporter sentirono il desiderio di saperne di più sull’identità della giovane suicida.
Quarant’anni dopo la guerra ci provò il giornalista tedesco Klaus Ehringfeld, ma non riuscì a trovare notizie che confermassero i fatti raccontati da Kapuściński. Bollò pertanto come una fantasia l’esistenza e quindi la morte di Amelia Bolaños. Fu una goccia nell’oceano: quella stessa estate, in pieno anniversario, la stampa di tutto il mondo ricordò la ragazza suicida, compresi El País e la Gazzetta dello Sport (allora e ora).
Rodrigo Arias, periodista di Telemundo ed ex giornalista de La Prensa Gráfica, dedicò due anni della sua vita a trovare quella di Amelia. Intervistò potenziali familiari, giocatori e politici, analizzò gli archivi di tutti e quattro i quotidiani che furono pubblicati a El Salvador in quel periodo ed esaminò, negli uffici comunali di San Salvador, tutti i certificati di morte da giugno ad agosto del 1969. Non riuscì a trovare nulla che riguardasse Amelia Bolaños.
Nel 2014 anche Szymon Opryszek e Maria Hawranek, due reporter indipendenti polacchi, si recarono a San Salvador per provare a incontrare qualcuno della famiglia Bolaños. Iniziarono dai materiali raccolti nella biblioteca dell’UCA, l’università di San Salvador, leggendo le vecchie edizioni di El Prensa Grafica e Dario de Hoy del 1969. Scoprirono molte storie sulla partita, ma nessuna informazione sulla morte della giovane donna. Interpellarono poi persone di tutte le età senza trovare qualcuno che potesse confermare l’esistenza della ragazza. Quando passarono a fonti più autorevoli i dubbi si fecero certezze. Fu proprio Rodrigo Arias a confidare loro le sue convinzioni: «Sono giunto alla conclusione che Kapuściński abbia inventato questa storia per vendere meglio il suo libro. Non ho il minimo dubbio al riguardo. Penso che lei non sia mai esistita». Ipotesi confermata dallo storico salvadoregno Carlos Canas-Dinarte: «La storia di Amelia Bolaños è falsa. Non esistono documenti capaci di provare il suo suicidio».
«Ai funerali di Amelia Bolanos trasmessi in televisione – scriveva il giornalista polacco – partecipò l’intera capitale. In testa al corteo, il picchetto d’onore dell’esercito con il vessillo. Dietro la bara, coperta dalla bandiera nazionale, il presidente della repubblica e i ministri. Dietro di loro, c’erano gli undici calciatori della squadra nazionale del Salvador tornati la mattina con un aereo speciale…». Opryszek e Hawranek incontrarono allora Salvador Mariona, il settantunenne capitano della squadra nazionale del Salvador nel 1969: «Noi al funerale? Mai accaduto». In tutto il Salvador nessun giocatore e nessun altro testimone di quel tempo ricorda questo evento. Ma allora la notizia del Nacional? Kapuścińśki aveva scritto: «La giovane non ha retto al dolore di vedere la sua patria messa in ginocchio» riportò l’indomani il quotidiano del Salvador El Nacional». I due reporter polacchi setacciarono ogni archivio dell’emeroteca universitaria. Non trovarono però un giornale chiamato El Nacional. Chiesero allora a Rodrigo Arias: «Non c’è mai stato un giornale del genere in El Salvador». Il dato venne confermato anche da Ehringfeld.
A El Salvador, dunque, durante il periodo in questione non sembra essere morta nessuna persona di nome Amelia Bolaños, non sembra esserci stato alcun funerale di stato e il giornale El Nacional sembra non essere mai esistito.
La sensazione a questo punto è quella alla quale ci hanno abituato certi film dai “finali shock” (probabilmente da I soliti sospetti in poi). Quell’effetto straniante che ci fa sentire un po’ presi in giro. Perché ci si accorge di avere assistito alla dimostrazione di un teorema per assurdo: se l’ipotesi è falsa, allora la tesi non vale nulla. Non è sempre così. Oppure non è così per tutti. Secondo il filosofo francese Tristan Garcia creare una finzione non significa mentire, né dire la verità. «Significa cercare di costruire un’altra verità possibile».
Artur Domosławski nella sua biografia “Kapuścińśki. Non-fiction” fornisce molti esempi di ambigue descrizioni di Kapuściński. Cita anche un dialogo tra il giornalista e Wojciech Giełżyński. Il secondo chiede al primo:
«È lecito se cambio i fatti per ottenere un risultato artistico o giornalistico migliore?».
«Sì, puoi farlo – risponde Kapuściński – puoi incrementare la realtà usando gli elementi che sono effettivamente parte di essa».

9. La storia tradita
La storia è così. Non è mai assoluta. Traduce i fatti in parole. Pertanto già così li tradisce. Per quanto ci si sforzi, non è possibile cogliere la realtà nella sua forma più incontaminata. Nel momento in cui è storia non è più autentica. La purezza si perde già nei singoli disfacimenti del presente. Perché la storia è frutto di un’azione umana.  E l’uomo non può concepire nulla senza l’ausilio dell’immaginazione (ci era arrivato già Tommaso d’Aquino: “Nihil potest homo intelligere sine phantasmate”). Ed essendo la storia stessa invenzione dell’uomo, può essere anche incerta, fallace, parziale, scorretta, lacunosa, forzata, dilatata, ridotta, faziosa, ingigantita, imprecisa. In ogni caso soggettiva (vale anche per il giornalismo: qui lo storico e il giornalista si identificano: l’oggetto delle due rispettive attività è il medesimo e la loro distinzione è solo di tipo temporale. Tra l’altro, riguardo alla Guerra del Calcio, Kapuściński è stato l’uno e l’altro: ha vissuto in prima linea i fatti quando ha scritto i suoi reportage nel 1969 e ha avuto modo di analizzarli a distanza nel 1978, scrivendo il libro, nel momento in cui avrebbe potuto verificare la fondatezza delle sue fonti o rivedere la correttezza delle sue ricostruzioni).

Kapuściński era stato il cantore unico di una guerra tra poveri. Un conflitto che sarebbe importato a pochi. Forse abusò di una condizione privilegiata e senza confronti. Forse diede per buone fonti orali non verificate. Forse fu sedotto da una possibilità di potere. Forse nel farlo si avvalse dell’inventiva. Ma per quanto biasimevole fosse stato servirsi del suo espediente (o, nella migliore delle ipotesi, per quanto sia tutto sommato comprensibile essere convinti di raccogliere e riportare particolari ritenuti veritieri ma poi rivelatisi inesatti o infondati) questo ha permesso di forzare la ricettività dei lettori, riuscendo a far penetrare quella guerra, destinata inevitabilmente a essere ignorata, nell’immaginario e quindi permettendo ad essa di essere conosciuta e ricordata. E se ci pensiamo bene, se acconsentiamo ad accettare eccezionalmente entrambe le facce di questa moneta, la storia, pur nella sua nuda innata incompletezza, serve proprio a questo. Se Amelia Bolaños non è esistita la sua falsa esistenza è stata il passe-partout di Kapuściński. Il particolare che ha svelato l’universale. Lo straordinario che ha mostrato un ordinario al quale sicuramente avremmo voltato le spalle. La stessa guerra del football forse non ha fondamento. È stata la storia di una coincidenza, di una decisione sbagliata (quella politica dell’Honduras) nel momento sbagliato (quello dello spareggio calcistico). Due episodi che si sono sovrapposti. Ma che un giornalista ha colto, ha preso, ha confezionato e ha offerto al mondo. Trovando anche un marchio, esattamente come aveva fatto Chiquita con il suo bollino per le banane. E così è stato venduto.

Era stata chiamata guerra de legítima defensa o guerra delle cento ore. Ma lui aveva trovato l’etichetta perfetta per poterla offrire al mondo meglio di una banana. La guerra del calcio (Wojna futbolowa, quindi Soccer War). Probabilmente non la inventò nemmeno lui (i giornali la definirono subito così, sia quelli centroamericani che la chiamarono “Guerra futbolistica”, sia gli altri, su tutti basti la prima pagina del Pittsburgh Press del 28 giugno 1969 che titolava «“Soccer War” won by El Salvador 3-2»). Ma fu abile a brevettarla. E questa storia senza il packaging di Kapuściński non l’avremmo mai conosciuta.
Era la ricetta perfetta. Due squadre, tre partite, un posto nella storia. E una guerra. Mancava una martire.  Per dare un volto a un’emotività collettiva che altrimenti sarebbe stata sbiadita e quindi ignorata.
Per venderla al mondo poi mancava un marchio. Quando lo trovò (o lo prelevò) ci cascarono scrittori, ricercatori, giornalisti, testate, voci enciclopediche. Tutti.

10. La natura ambigua della memoria
In fondo è sempre stato così. La fonte scritta più antica in assoluto della battaglia di Maratona è rappresentata dai resoconti di Erodoto. In essi lo storico descrive in modo inesatto le gerarchie militari ateniesi, tratteggia malamente lo schieramento dei due eserciti, dimentica la cavalleria persiana durante la battaglia, ingigantisce la carica greca, ma soprattutto narra in modo inverosimile il tragitto compiuto dal messaggero Filippide verso Sparta. Eppure quella leggendaria corsa, accorciata, riveduta, corretta, confusa e veicolata da Eraclide Pontico, Plutarco, Pausania il Periegeta e Luciano di Samosata, divenne poi quel tragitto mitico Maratona-Atene sul quale Pierre de Coubertin ricalcò la distanza della più nota gara olimpica. Ancora oggi se chiedete a qualcuno da dove viene la maratona o chi è Filippide la risposta è legata a quei quarantadue chilometri e centonovantacinque metri (mai) percorsi dall’emerodromo in questione per dire “Nenikèkamen” (Abbiamo vinto) prima di stramazzare al suolo. Filippide è Amelia Bolaños. Lui sta a Maratona come lei alla Guerra del calcio. Grazie alla forza del loro (falso) episodio ricordiamo entrambi gli eventi.

È quello che massivamente si diffonde e non quello che esiste che fa accadere la storia. Secondo Friedrich Wilhelm Nietzsche la verità è ciò che funziona, che serve per vivere, che crea accadimenti storici, che produce effetti sulla realtà. Se per alcuni la risurrezione di Cristo può essere una di quelle che oggi chiamiamo bufale o fake news, è anche vero che da questa è nato il cristianesimo. Quindi il suo stesso effetto storico rende una “notizia che non lo era” ormai vera. È il criterio dell’efficacia che determina la verità. Basta che funzioni, recitava un impeccabile film di Woody Allen (e crea uno splendido cerchio il fatto che lo stesso regista negli anni della guerra del calcio abbia concepito il film Bananas).

C’è da dire che il giornalismo narrativo per raccontare storie vere si avvale per sua natura di elementi legati alla finzione. Lo fa per restituire il peso delle emozioni provate dal reporter, le quali, senza scene e dialoghi, difficilmente potranno essere sentite dal lettore allo stesso modo. Per il giornalista messicano Juan Villoro si utilizzano queste tecniche con il fine di «creare un’illusione di vita per collocare il lettore al centro dei fatti».  Tom Wolfe nel suo libro The New Journalism affermava che «L’unità fondamentale del lavoro non è il dato, la singola informazione, ma la scena». La coordinata cruciale diventa così quella temporale. La lunghezza del tempo trascorso sul palco degli eventi può rivelarsi direttamente proporzionale alla possibilità di cogliere i fatti “sulla scena”. Secondo Wolfe, un reporter deve restare «per il tempo sufficiente affinché le scene si svolgano davanti ai suoi occhi». Ma «un giornalista che si definisca tale – mette in guardia la giornalista argentina Leila Guerriero – non adatta i fatti a propria convenienza, non crea pezzi di un puzzle solo perché quelli che ha non si incastrano e non scrive le cose come avrebbe voluto che accadessero». Kapuściński quel tempo non lo aveva avuto. Aveva avuto il merito di trovarsi sulla scena ma non aveva trovato nel tempo in cui vi sostò la sua storia. E poi a San Salvador non c’era mai stato. Può essere che Amelia fosse una tipizzazione. La condensazione di una serie di individui autentici e fatti reali nei quali Kapuściński si era realmente imbattuto. Intorno alla sua vicenda, quindi, non si nascondeva una storia vera ma una narrazione verosimile che ha generato un evidente e discutibile paradosso. Per quanto ci rifiutiamo di accettarlo, sforzandoci (compreso chi scrive) di dimostrare il contrario, quella ragazza suicida e quella guerra provocata da una partita ormai esistono e fanno parte di una storia. Questa, però, a mezzo secolo di distanza, può essere finalmente vista da lontano e può quindi dirci molte altre cose. Una di queste è che Kapuściński è entrato a sua volta in una storia più grande di lui. Con il suo racconto è diventato parte di un evento. Non è più la voce di quella vicenda, ma uno dei suoi tanti personaggi. Insieme a comandanti, giocatori, soldati e contadini. E interpreta un ruolo ambiguo e affascinante, uno di quelli che hanno vestito l’Oskar Schindler spielberghiano o il Jay Gatsby fitzgeraldiano, personaggi nei quali la linea che separa l’eroismo dal lato oscuro – come per i campesiños salvadoregni – rimane in bilico tra i due lati del confine.

11. La fine del mercato comune
El Salvador, si aggiudicò poi (ancora dopo uno spareggio, contro Haiti: 2-1, 0-3, 1-0), il fatidico posto ai Mondiali del Messico, dove rimediò tre sconfitte e dieci reti (0-3 con il Belgio, 0-4 con il Messico e 0-2 con l’Urss). I due piloti Soto e Cortéz furono proclamati, in Honduras e a El Salvador, eroi nazionali. Il progetto del libero scambio centroamericano fu abbandonato dopo la “Guerra del calcio” e i progressi dei Paesi coinvolti si fermarono. L’Honduras si ritirò dal CACM all’inizio del 1971 imponendo tariffe agli altri paesi del mercato comune. Le barriere commerciali degli altri stati membri vennero gradualmente ripristinate. A causa dell’instabilità politica, del crescente debito e delle violenze interne il CACM decise di sospendere le sue attività. I rapporti tra i due Paesi rimasero difficili fino alla firma di un trattato di pace avvenuta il 30 ottobre 1980. Un anno dopo le due nazionali conquistarono entrambe la qualificazione a un Campionato del Mondo, quello disputato in Spagna nel 1982. Lì l’Honduras sfiorò l’impresa di arrivare alla seconda fase, il Salvador conquistò invece il peggior primato della storia dei mondiali perdendo 10-1 contro l’Ungheria (il medesimo numero di reti che aveva subito nelle tre partite del 1970). Per quanto si affannarono in un verso o nell’altro entrambe interpretarono il ruolo di comparse.
Chi conquistò il mondo fu invece la United Fruit. Cambiò subito (nel 1970) nome in United Brands Company, che divenne poi Chiquita Brands International, Inc., nel 1990, per meglio sfruttare il riconoscimento del marchio. A partire da quell’anno Chiquita iniziò a investire in Costa Rica dove costruì il più grande stabilimento del mondo per la lavorazione delle banane. Più tardi aggiornò il proprio codice di condotta arrivando a firmare uno storico accordo sui diritti del lavoro con i raccoglitori di banane. Grazie alle sue iniziative nell’ambito della protezione ambientale e della responsabilità sociale d’impresa le furono conferiti il “Corporate Conscience Award” e il “Circle of Excellence Award dalla Distribution Business Management Association”.

12. Vincitori e vinti
Se comunque Kapuściński era riuscito nel suo intento, ciò era stato possibile anche perché in quei giorni gli occhi del mondo erano rivolti tutti al cielo e nessuno poteva fare caso al piccolo conflitto che stava infiammando quel lembo di terrà che salda le due Americhe. Eppure, in quella folle estate americana del 1969, le Chiquita che avevano accompagnato la guerra erano sui tavoli di tutta l’America. Le aveva in casa Sharon Tate, nella villa al 10050 di Cielo Drive di Los Angeles, prima di essere uccisa dalla setta di Charles Manson il 9 agosto, vennero distribuite tra le migliaia di giovani accorsi sulla collina di Bethel per il Festival di Woodstock, iniziato quattro giorni dopo, e le mangiarono nello spazio – sotto forma di budino disidratato – i tre astronauti della missione Apollo 11. Nei giorni in cui un pugno di raccoglitori di banane si scannavano nel fango per un pezzo di terra, la poltiglia di quel frutto giallo smarcava l’atmosfera per volteggiare intorno alla Luna.
Era stata dunque necessaria una guerra per far parlare di due Paesi poveri e disperati come l’Honduras e El Salvador, era stata necessaria una bugia per creare un mito attorno a loro, era stata necessaria la fame per rendere felice un uomo come Vides. Senza la storia (probabilmente) falsa di Amelia Bolaños (forse) non avremmo conosciuto la guerra – detta – del calcio e senza questa non avremmo saputo la storia vera di Salomon Vides. Pertanto una storia presumibilmente falsa ha (verosimilmente) permesso di conoscere una storia sicuramente vera.
Alla fine di questi fatti, comunque, il Centroamerica ha perso l’occasione di rinascere. I due Paesi hanno perduto molte vite. Vides, non vivendo la sua, ha perso decenni di storia. Kapuściński, amplificandola, ha perso parte della sua credibilità. A guardare bene la guerra del football, diversamente da quanto può accadere in una partita, l’hanno perduta tutti.

Il bollino blu delle banane Chiquita recitava: “L’etichetta fuori garantisce il meglio dentro”. Quel meglio era tutto questo.

Honduras – El Salvador
14-18 luglio 1969

Honduras
Comandante: Oswaldo López Arellano
Soldati: 12.000
3 battaglioni di fanteria, 6 battaglioni di zona, 1 battaglione di genieri, 2 batterie di obici, 50 piloti, 150 marinai

El Salvador
Comandante: Fidel Sánchez Hernández
Soldati: 20.000
3 brigate di fanteria, 1 brigata di artiglieria, 1 squadrone di cavalleria motorizzata, 1 compagnia di trasmissioni, 1 compagnia di genieri, 1 compagnia medica, 1 battaglione di addestramento reclute, 25 piloti, 1 squadra di paracadutisti, 400 marinai.

Perdite:
2.000 soldati e 3.000 civili (Honduras)
100 soldati e 600 civili (El Salvador).

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