Anatomia di una esultanza

Quel mondiale lo avevo seguito, come tutti, come sempre, dall’inizio. Forse non eravamo i più forti. Avevamo una buona squadra, non eccezionale, però con almeno tre elementi, come si dice, in stato di grazia. Eravamo stati fortunati e non avevamo incontrato avversari irresistibili. La semifinale con la Germania, però, era stata una partita da incorniciare. Una di quelle che restano sempre addosso. Con quel gol di Grosso, bellissimo e forse un po’ fortuito. E con quella esultanza, uguale e opposta a quella che fu di Tardelli (sempre contro la Germania, ma in una finale, quella dell’ottantadue): «Non è vero, non ci credo!» gridava candidamente il terzino, mentre Tardelli cavalcava impazzito nelle praterie del Bernabeu con l’urlo più consapevole della storia del calcio. La Nazionale di Bearzot aveva battuto Argentina, Brasile e Germania. Ovvero i campioni in carica e quelli predestinati a prendere il loro posto. Quella di Lippi aveva eliminato l’Australia solo con un rigore dubbio al 95’ e l’Ucraina (dopo essersi ritrovata nel primo turno Ghana, USA e Repubblica Ceca).
Poi arrivò quella finale. Dall’altra parte una Francia altèra che aveva superato le tre fiere, Spagna, Brasile e Portogallo. Fu la partita di un uomo solo, il meno abbagliante, quello che non doveva esserci (entrò nella terza partita dopo l’infortunio di Nesta): Materazzi. Determinò il rigore che portò in vantaggio la Francia con Zidane, segnò il pareggio, provocò lo stesso Zidane fino a subirne il più assurdo e iconico dei falli (che avrebbe causato l’espulsione del capitano francese) e segnò uno dei rigori.
Già, i rigori. Quella finale terminò dal dischetto. Era la seconda volta che accadeva nella storia del calcio. La prima era toccata sempre a noi, nel 1994 contro il Brasile, e il rigore di Baggio, pur entrando nella poesia del calcio, volando verso le stelle aveva consacrato la nostra sconfitta. Ai rigori eravamo usciti anche subito prima, nel 1990 in Italia, e subito dopo, nel 1998 in Francia, proprio contro i padroni di casa (gli stessi che due anni dopo ci avrebbero tolto un titolo, che ormai pensavamo nostro, con il Golden Gol di Trezeguet agli Europei del 2000).
La chiamarono la maledizione dei rigori.  E annientò i sogni della generazione che calcò i prati di quel decennio. Nel ‘90 eravamo belli, nel ‘94 eroici (Pagliuca e Zola espulsi, Baresi infortunato, Tassotti squalificato, Mussi, Benarrivo, Donadoni e molti altri assediati dai crampi), nel ‘98 forti. Non era andata. Mai. E pure in quell’appendice fatidica del 2006 dagli undici metri Buffon non ne parò uno, anzi, fu spiazzato in tutti e cinque i tiri dal dischetto. Ma bastò un errore francese, quello risarcitorio di Trezeguet, per fare di quei giocatori dei campioni del mondo.

La natura rivelatrice dell’esultanza
Quando accadde, gli azzurri corsero per il campo intrecciando i loro corpi senza apparente logica ed io mi chiesi più volte dove volessero andare veramente o quali pensieri stessero attraversando le loro teste in quel momento. Non seppi trovare risposte efficaci ma di una cosa fui quasi certo: in quel momento fatidico i loro istinti avevano fatto emergere le loro intenzioni più nascoste.
Una partita di calcio è un groviglio di infinite possibilità. La sua natura esistenziale non può essere lineare. Ogni azione è frutto di un insieme di scelte, casuali o volute. Una totalità di fatti. Come nel mondo di Wittgenstein una partita è tutto ciò che accade. E se ci azzardiamo a cercare l’atomo, il termine comune minimo, dell’organismo multiplo vivente che raccoglie ventidue corpi interagenti tra loro, questo è la scelta. Il superamento del what if nascosto nella testa di ciascun giocatore dentro ogni singolo attimo di partita. La vincitrice di una perpetua finale kierkegaardiana tra un aut e un altro aut.
E se la somma delle scelte – di un movimento, un tocco, un passaggio, una finta, un tiro – rende una partita unica e irricalcabile, la modalità di una esultanza, nella sua essenza istintiva e liberatoria, in teoria dovrebbe sfuggire a qualunque governo di leggi razionali. Ormai, invece, il tripudio di un giocatore ha perso la sua istintiva spontaneità, risponde a una coreografia studiata, lo spettacolo che ne deriva viene spesso deciso a tavolino, talvolta in nome di linee sommerse dettate dal marketing, e serve a rafforzare l’identità (anche di mercato) del protagonista di turno. L’esultanza “scritta” arriva anche a inibire la gioia dei compagni del marcatore, che si trovano costretti a rispettare il protocollo imposto da chi è in scena in quel momento, facendoci perdere la possibilità di assistere a una rappresentazione sentita, passionale, emozionante e autentica. Forse l’archetipo di questo falso movimento, nel calcio moderno, possiamo ricondurlo alla danza – spontanea – dell’attaccante del Camerun Roger Milla intorno alla bandierina durante i mondiali del 1990. Sembra incredibile come una scelta così innocente sia riuscita a strappare l’innocenza delle scelte che sarebbero venute. Eppure da lì in avanti, gradualmente, l’artificiosità si è fatta obbligo.

L’unica esultanza a essere rimasta fuori dalle regole rimane quella collettiva, di squadra, nel momento in cui la partita è compiuta. Al fischio finale la coralità degli esultanti è ancora in grado di svelare momenti di autenticità. E l’altezza della posta, aumentando la drammaticità dei sentimenti, è capace di arrivare a sviscerare totalmente le interiorità dei giocatori.
Per questo l’istante unico in cui il suono definitivo di un fischietto consacra una squadra intera conferendogli il più alto dei titoli trovo che sia sempre uno tra i più affascinanti. Qualunque cosa accada. In qualunque contesto ci si trovi. Perché spesso la reazione è liberatoria, animalesca, bestiale, istintiva. In ogni caso rivelatrice. Mostra il lato più nascosto e rappresentativo di un uomo. Evidenzia la fratellanza (se i giocatori si cercano e si abbracciano), la commozione (se si accasciano in lacrime o rivolgono uno sguardo complice al cielo) o l’egoismo (se esultano rabbiosamente con se stessi). Nell’ultimo fischio del mondiale il Brasile del 1970 non fece in tempo a esultare che fu travolto dalla folla festante. I tedeschi del 1974 andarono ad abbracciare il capitano Beckenbauer dopo che lui si era inginocchiato per terra, gli argentini del 1978 alzarono le braccia al cielo avvolgendosi ai compagni dirimpettai, nel 1982 gli azzurri esultarono stringendosi tra loro e sollevando il ct Enzo Bearzot, i francesi del 1998 si congratularono con i loro avversari, i brasiliani, e il primo gesto di Zidane fu quello di dare la mano all’arbitro, il leggendario doganiere marocchino Said Belqola, l’unico africano ad avere diretto una finale, che sarebbe morto prematuramente quattro anni dopo, mentre si giocavano gli ottavi di finale del mondiale di Corea e Giappone. Quelli che due settimane dopo avrebbero visto festeggiare i giocatori del Brasile volteggiando con le bandiere gialloverdi. Ogni collezione di istanti finali ha la sua storia.

Dura solo un attimo la gloria
Quella del 2006 forse comincia dalla panchina. La sede più lucida nel trepidante sentimento azzurro di quegli istanti. La prima scelta che compie il ct Marcello Lippi da campione del mondo è fredda. Un lampo di lucida concretezza. Recuperare la giacca della tuta abbandonata in panchina. Un’azione insolita, in fuga da pulsioni euforiche. Non struggente come quella di Maestrelli al fischio dello scudetto storico della Lazio del 1974 ma comunque singolare. In realtà la scelta di Lippi ripone il suo segreto in una storia nascosta dietro le spalle di questa sua terza grande finale finita ai rigori. Una l’ha vinta, una l’ha persa. Entrambe con la stessa squadra (la Juventus), entrambe in Champions League.
Quando dieci anni prima a Roma, la notte del 22 maggio del 1996, la coppa dalle grandi orecchie venne assegnata dal dischetto tutti i giocatori intorno a lui lo guardarono fisso negli occhi: «Lo tiro io». Avevano fatto una grande partita, ognuno di loro voleva esserci e vinsero senza dover aspettare l’ultimo rigore. Nel 2003 all’Old Trafford di Manchester c’erano gli stessi Buffon, Ferrara (nel 2006 il vice di Lippi), Camoranesi, Zambrotta e Del Piero che la sera del 9 luglio di tre anni dopo sarebbero stati a Berlino. Anche David Trezeguet era uno dei suoi ragazzi. Non era stata una partita brillante e al momento in cui il ct dovette scegliere i rigoristi nessuno si fece avanti. «Ragazzi – sbraitò – io non posso andare sul dischetto». E Trezeguet disse: «Vabbè, ci vado io». Andò e sbagliò.
Così, nel presente tedesco del 2006, quando vede Trezeguet camminare verso il dischetto dell’Olympiastadion, Lippi pensa: «Tu mi devi qualcosa». Il francese tira e colpisce la traversa (come accadde all’Italia nel ’98, proprio contro la Francia). L’unico rigore sbagliato. L’ultimo debito con il destino. Regolato.
Ma il ct ha ancora un conto in sospeso, con il caso. Quando nel 1996 il rigore decisivo di Jugovic consegnò alla Juventus la Champions League, Lippi correndo istintivamente in campo per abbracciare i suoi giocatori calpestò gli occhiali da vista (incidente simile accadde anche a Bearzot dopo Italia-Brasile del 1982). Da quella vittoria è passato un decennio. La sua vista è peggiorata, ma la voglia di godersi un momento come questo è aumentata. Perciò, dopo il rigore di Grosso che lo investe campione del mondo, prende la giacca, si toglie gli occhiali e li infila nel taschino. Dura solo un attimo la gloria e l’unico modo per poterla rivivere è imprimersela negli occhi.

Ed eccoci qui, dunque, nell’anno di grazia 2006, padroni della terra, del fuoco, dell’acqua. E dell’aria. A volare più celeri degli uccelli. Quarantotto mesi dopo la finale di Yokohama, infatti, quando Grosso, l’uomo dell’ultimo minuto (a lui si deve il rigore contro gli australiani al 95’, il gol contro i padroni di casa al 119’ e, appunto, il rigore decisivo nella finale), spiazza Barthez accade qualcosa di completamente diverso. Se quel tecnico in piedi sul bordo del prato, vestito comodamente nella sua tuta, riesce a governare muscoli, nervi e istinti, i suoi giocatori – sul campo o sul ciglio di questo – stanno per essere travolti dall’euforia più grande di tutta la loro carriera.

Nel momento in cui il pallone gonfia la rete – il portiere è già a terra e Grosso ha già iniziato la sua corsa – l’intera metà campo si mostra ancora splendidamente vuota. È una tela pronta per essere dipinta. Ci sono solo due punti rossi, sono quelli dell’arbitro e del guardialinee.
È in quell’istante che si crea un gioco di correnti. Due gonfie e impetuose e due sottili e solitarie che, come schizzi di smalto, si troveranno a dipingere la tela dell’Olympiastadion di Berlino come in un capolavoro di Jackson Pollock.

Il gioco di correnti
La prima corrente parte della linea del centrocampo e si biforcherà. La seconda, lateralmente, dalla panchina. Anch’essa sarà destinata a dividersi in due. La terza dal fondo e porta avanti Buffon. L’ultima è quella di Grosso. È la più esile ma sarà quella che andrà più lontano.
La corsa di Grosso inizia con una intenzione. Abbracciare il suo portiere, Buffon, che, come da prassi, ha osservato il rigore dal fondo laterale. Pertanto, in nome di questa volontà di ricerca, il suo primo movimento lo spinge verso la bandierina del calcio d’angolo, alla sinistra di Barthez.
Gli occhi di Buffon, però, che ha ruotato lo sguardo di novanta gradi, in quel momento si trovano improvvisamente macchiati da un grappolo di sagome azzurre. Sono le due correnti più ampie, quelle che provengono dalla panchina e dal centrocampo. E sembra stiano puntando proprio verso la sua direzione. Tra il Grosso, alla sua destra, e il “grosso” della squadra di fronte a lui il portiere sceglie quest’ultimo. Punta perciò dritto davanti a sé.
Grosso percepisce il proposito di Buffon, lo indica per un istante, quasi a dedicargli l’intenzione, fa quindi una inversione a “U” e si riallinea al suo portiere. Si trovano così uno al fianco dell’altro in direzione dei compagni provenienti dal centro del campo. Ma solo per pochi passi.
A metà strada tra l’area di rigore e il centro del campo, infatti, Buffon rallenta. Mentre Grosso continua a correre. Per capire perché dobbiamo vedere cosa è accaduto dall’altra parte negli stessi istanti.

Dentro il cerchio del centrocampo la rosa allargata dei rigoristi (in realtà la metà di loro non lo sono) – Toni, Pirlo, Cannavaro, De Rossi, Iaquinta, Zambrotta, Del Piero – che ha assistito ai tiri dal dischetto è appena sbocciata.
Un secondo prima, un Pirlo tremebondo si trovava avvinghiato a un Cannavaro freddo, fiero e impassibile. Se dieci anni prima Lippi si ritrovò campione dopo i rigori contro l’Ajax, una settimana dopo quel trionfo si decise, di nuovo dal dischetto, un altro torneo continentale: i Campionati Europei Under 21, in Spagna. E nel rigore che avrebbe regolato definitivamente le sorti tra gli azzurri e i padroni di casa (in favore dei primi), un ventiduenne napoletano che non aveva il coraggio di guardare rimase abbracciato al compagno Panucci dando le spalle alla porta. Era Cannavaro.
Lo stesso-diverso Cannavaro di ora. Anche qui esiste un perché. Risale a un venerdì 3 luglio di due mondiali prima, alle sette della sera, lungo la linea del centrocampo di un altro prato, quello dello Stade de France di Saint-Denis. Lui era lì, abbracciato ai suoi compagni durante i tiri dal dischetto che significavano semifinali, dopo una partita infinita e il più famoso “quasi-gol” della storia azzurra, quello di Baggio. Non servì a nulla. Una traversa li mandò a casa e permise alla Francia di andare avanti, verso un titolo che poteva essere nostro. Non si scherza con i ricorsi.  Il capitano si fa una statua. Con un pensiero unico: «Statemi lontano». Al punto che quando Pirlo lo cinge da dietro pensa: «È finita». E solo quando il compagno da dietro gli chiede: «Sei sicuro che se Fabio segna abbiamo vinto il mondiale?», il capitano azzurro capisce che se lo sta abbracciando è solo perché si è perso.

La partenza sul colpo di pistola di Grosso fa scattare il plotone azzurro. Toni sembra il più svantaggiato, è un passo indietro rispetto agli altri. Ma nell’istante dell’urlo collettivo usa Pirlo per darsi la spinta, lo afferra per il braccio sinistro e si slancia in avanti lasciandolo dietro le sue spalle.
Sono loro che vanno incontro a Buffon. E Buffon è per loro che arresta la sua corsa. Per cogliere il loro abbraccio sarà il primo a spegnere la sua corrente.
Nel frattempo dalla panchina sono partiti riserve e sostituti: gli altri due portieri – Amelia con Peruzzi – insieme a Inzaghi, Gilardino, Perrotta, Oddo, Zaccardo, Barzagli e Barone. Si crea così una nuova corrente, laterale, che alla vista di Buffon si biforca. Un gruppo sceglie di stringersi al portiere. Un altro segue la scia di Grosso. L’incrocio delle correnti è  una immagine di grande suggestione.

La medesima scelta attraversa anche i destini del gruppo del centrocampo. Il naso di Iaquinta sembra un proiettile sparato contro Buffon. L’euforia cieca che lo attraversa socchiudendogli gli occhi e spalancandogli le braccia lo trasforma in una maschera da commedia dell’arte. Sulla sua scia volano Del Piero da una parte e Cannavaro dall’altra. Mentre per gli altri compagni di linea la vita è altrove.
Intanto, nel momento esatto in cui Buffon ha di fronte le braccia aperte di Iaquinta, Pirlo, primo dei rigoristi ma ultimo della fila degli esultanti partiti da centrocampo (a causa della spinta all’indietro di Toni), quasi si scontra con la corrente dei panchinari proveniente dalla sua destra. La sua è la corsa più pura. E quindi casuale, quasi mistica. Partito con occhi chiusi e pugni stretti, Pirlo disegna sul prato una curva perfetta la cui estetica viene turbata dai sobbalzi degli accorsi Barzagli e Zaccardo che, volando dalla panchina, sfiorano – risvegliandola – l’estasi solitaria del centrocampista azzurro. Pochi istanti dopo infatti Pirlo abbandona la scia (dei seguaci di Grosso), si ferma come smarrito e, ritrovato se stesso, decide di raggiungere dalla parta opposta il gruppo che sta creandosi attorno a Buffon.
Le quattro correnti per un attimo sembrano convergere in un unico punto centrale immaginario. È in quel momento magico e perfetto che gli azzurri hanno tutti le braccia tese e sembrano uno splendido stormo di uccelli. Ma come uno stormo seguono movenze improvvise che li portano a spostarsi in blocchi autonomi secondo logiche misteriose.

Partiti come gli altri dalla linea del centrocampo, Zambrotta e De Rossi, anziché puntare verso un abbraccio destinato ormai al sovrannumero, scelgono di rincorrere Grosso. Li seguono Barzagli e Zaccardo che hanno appena evitato l’urto con Pirlo. Fuori dal giro delle grandi correnti in quel momento ci sono Totti, Camoranesi, Materazzi e Gattuso, che corre solitario contro corrente al bordo del campo per inginocchiarsi poco dopo.

La corsa di Toni, invece, è un subbuglio di intenzioni impetuose. Partito per primo in direzione di Buffon, l’attaccante decide, come i compagni Zambrotta e De Rossi, di lasciare andare avanti il gruppo per ruotare alla sua sinistra. Anche questa volta la sua decisione viene innescata da una spinta. La indirizza al suo capitano Cannavaro (che sta puntando dritto verso il portiere) e dichiara l’intenzione di una scelta definitiva, quella di seguire Grosso. La sua scia viene assecondata a sua volta da Oddo che sfila pericolosamente tra i due portieri di riserva e il grappolo nascente attorno a Buffon.
Ma è in quel mentre che Grosso, diretto a scavalcare la metà del campo, devia verso la sua destra. Si trova sul fianco De Rossi che, avendo corso sul cateto, è ormai a un passo da lui. Grosso lo schiva. Poi si sente strattonato dal compagno, prima che la velocità lo porti a scavalcarlo.

In quell’istante feroce e folle De Rossi si fa rapace. La testa in avanti, lo sguardo famelico, la bocca spalancata, le braccia aperte in diagonale, le gambe sollevate. È in volo. E ha fame. È un istante sospeso come il suo corpo azzurro.
Alle sue spalle tutto sta per compiersi. Come attorno a un tavolo immaginario Buffon, il suo dirimpettaio Iaquinta e i due commensali Del Piero e Cannavaro hanno appena puntato i piedi e flesso le gambe per accomodarsi nell’abbraccio che li consacra campioni. Dietro di loro sopraggiungono dalla scia della panchina Inzaghi e Gilardino, con il fratino svolazzante. Dietro ancora stanno per arrivare Perrotta, con la maglia rovesciata, e Nesta.
Sull’altro fronte lo strattone di De Rossi fa ruotare Grosso che per un momento volge così lo sguardo dietro di lui. Trova Zambrotta che punta ancora verso la sua corrente. I loro sguardi si incrociano e i due si lanciano la loro gioia. È solo un istante, appunto. Ma c’è.

Le conseguenze dell’ardore travolgono il terzino furioso che sbanda sferzando le braccia dal petto al cielo in segno di trionfo. La rotazione gli offre novanta gradi di visuale che, per la prima volta, gli raccontano del suo seguito. In quell’attimo scopre infatti la ciurma degli inseguitori e in quella sua occhiata scorge le sembianze mosse di Zambrotta, Toni, Zaccardo e Barzagli.
Dall’altra parte intanto Buffon ha piantato gli scarpini sul prato  per farsi saltare addosso dai suoi compagni. Cannavaro alla sua sinistra, Iaquinta al centro e Inzaghi alla sua destra. Il primo abbraccio azzurro da campioni del mondo è tra Buffon e Iaquinta, un istante prima dell’assalto di Del Piero e Gilardino dalla base della piramide, mentre entra in scena Materazzi che segue Zambrotta che segue De Rossi che segue Grosso.
Buffon diventa il nucleo del primo gruppo che si compatta. Le prime correnti si arrestano. Mentre tutte le altre proseguono la loro corsa spinte da venti istintivi e primordiali.
Per un solo istante si crea una diagonale assoluta dove De Rossi, Grosso, Zambrotta e Materazzi sono in linea perfettamente equidistanti uno dall’altro.
Il grande grappolo si scompone in tre. Del nugolo madre rimangono Iaquinta, Nesta, Perrotta, Inzaghi e Gilardino, che ha perso il fratino sul prato (e per sempre lì rimarrà). In mezzo fanno partita a sé Cannavaro, Del Piero e il redivivo Pirlo. Il terzo è quello di Barone con i portieri Amelia e Peruzzi: partiti tutti e tre dalla panchina per scegliere, alla fine, di abbracciarsi lì, in mezzo al campo.

Nel momento in cui i tre nuclei si scambiano, si fondono e si confondono Grosso scavalca la metà campo e continua la sua corsa infinita. Gli inseguitori non lo mollano. È il cavallo vincente e la gioia va sfogata sul carro del trionfo. Nel deviare verso l’interno Grosso avvantaggia gli esterni sinistri e magicamente Barzagli, l’unico azzurro insaccato nel fratino giallo, si trova primo della fila, seguito a una falcata di distanza da Zaccardo, il difensore punito a vita per l’unico (auto)gol su azione inflitto a Buffon nella sua porta mondiale (contro gli Stati Uniti in quella che, anche se lui non lo sa ancora, è la sua ultima partita della vita da titolare azzurro; dopodiché gli rimarranno tredici minuti con l’Ucraina e due sprazzi di amichevoli, poi sipario), Zambrotta e Toni affiancati e De Rossi che, penalizzato dall’angolo di deviazione, perde terreno per riguadagnarlo sulla fascia esterna. In quel mentre si aggancia Ferrara. Ha appeso le scarpette un anno prima. Lippi lo ha chiamato a gennaio dopo averlo allenato per otto stagioni. Con la nazionale quarantanove presenze, una sola partita di un solo mondiale (la finale di consolazione del 1990), nessun gol. Questa coppa del mondo è il regalo più voluto e inaspettato della sua vita.

Mentre Zambrotta, Toni e Ferrara si guardano, ridono e si strattonano, abbracciandosi in corsa, spinto da energie misteriose, con centoventi minuti di partita sulle spalle, Grosso aumenta la falcata e attraversa l’intero prato fino all’area opposta. Barzagli resiste, accelera pensando a chissà cosa, poi si volta, rallenta e forse abbandona il proposito di una eterna rincorsa. Gli inseguitori iniziano ad avere fame di abbracci. Il derby romano tra Oddo e De Rossi si chiude così in una stretta talmente viva da superare qualunque limite di campanilismo. Un giorno potranno dire di avere abbracciato per primo proprio il rivale di ogni domenica. Non c’è più spazio per le barriere. Toni si aggiunge a loro. E anche la corrente più veloce sente di avere bisogno di calore. Come entra nel rettangolo Grosso sfila le braccia della vittoria lungo la porta vuota, davanti a una curva piena. Finché, sul ciglio dell’angolo d’area, si volta verso la scia dei seguaci, trovando sguardi incendiati e respiri affannosi. Riconosce i volti di Zambrotta, Barzagli, Zaccardo e Ferrara. A quel punto apre le dita delle mani e si ferma ad aspettare il loro abbraccio.

Il giro delle correnti comincia a scemare. Ebbri di felicità gli azzurri si muovono caoticamente per cercarsi negli abbracci mancati.
L’eco delle due correnti principali si fonde poco dopo quando, i fuoriusciti dai due grappoli si mescolano tra loro. È qui che si ritrovano Cannavaro e Ferrara, una città in comune, una vita insieme, il capitano con lui ha iniziato (1992-1993 nel Napoli) e Ferrara con lui ha finito (2004-2005 nella Juventus). Si sono trovati alla fine del cerchio che si chiude su questo abbraccio. Ferrara per terra stordito, con le mani nei capelli, che trova la gioia più grande quando tutto era finito e dice qualcosa come «Non posso crederci», Cannavaro sopra di lui che prima lo guarda e poi, desideroso di rubare tutto quello che può di quella notte, torna con lo sguardo sul campo.

Le dinamiche collettive degli stormi
Non so per quale motivo sono sempre stato portato ad associare le evoluzioni di questa esultanza a quelle degli stormi di uccelli. Forse perché entrambe possono rientrare nelle forme associative, nei fenomeni “organizzati”, nelle dinamiche collettive che non prevedono l’intervento di un ordinatore. Come accade alle file di formiche guidate dall’odore, ai banchi di pesci attratti dalla luce, ai nugoli di moscerini fluttuanti nell’aria, o agli ammassi di globuli bianchi dinanzi ai batteri. Nessuna regina, nessun condottiero, nessun generale a coordinare un piano di azione. Non esiste un leader, ognuno regola la propria velocità su quella degli altri mantenendosi a distanza di sicurezza dai compagni. Esattamente vent’anni prima della finale di Berlino, un ricercatore della Sony computer, Craig Reynolds, al di là dei criteri logici che potevano governare i movimenti degli stormi, sottolineò che i singoli elementi dell’insieme potevano anche decidere di modificare la loro traiettoria. E che questa scelta poteva condizionare l’andamento degli altri. In uno stormo di uccelli in volo la decisione di cambiare direzione (secondo uno studio pubblicato nel 2014 su Nature Physics da un gruppo di ricercatori italiani della Sapienza Università di Roma e dell’Istituto dei sistemi complessi del CNR di Roma) viene presa da un piccolo gruppo di uccelli, e nel giro di mezzo secondo l’informazione si propaga a tutti gli altri secondo leggi matematiche. Ma, secondo Malcom Ritter, divulgatore scientifico dell’Associated Press, un volatile segue un altro solo per via della scia d’aria che ciascuno di loro crea e che viene in qualche modo sfruttata da chi segue. Solo che per Daniel Pearce, un ricercatore dell’Università di Warwick (UK) che ha sviluppato una simulazione utilizzando un modello definito “Hybrid Projection”, lo storno solo tendenzialmente fa quello che fa il vicino, ma poi può anche scegliere di non farlo. E può anche sbagliare. Ipotesi che avvicinerebbe la natura dei volatili alla nostra. Non è un caso che Giorgio Parisi, fisico teorico tra i più autorevoli al mondo (fruitore di uno stanziamento europeo per il progetto dedicato agli storni in volo “Starlings in Flight: Understanding Patterns of Animal Group Movements”), stia cercando da tempo di capire se alcune forme associative possano essere paragonabili ai comportamenti dell’uomo.

Se tutti questi studi aiutano a capire come facciano gli storni a creare quei disegni misteriosi il problema cruciale rimane però comprendere quale sia la natura di tali comportamenti. Questione per la quale nessuno studioso è mai riuscito a trovare una risposta definitiva.
Nel tentativo un po’ insensato di ricostruire la storia di un istante in ventidue teste (solo Paolo Samarelli sarebbe riuscito a trasformare una storia effimera come questa in un capolavoro), sommando i pezzi di queste supposizioni, ho provato a cercare spesso i perché di quella corsa folle, di quei cambi repentini, di quelle deviazioni improvvise. E di tutte quelle scelte. Quei corpi azzurri avevano regolato la propria velocità su quella dei loro pari, cercando di non scontrarsi con le sagome che incrociavano, come negli stormi la maggior parte di loro avevano avuto un compagno negli occhi, c’era chi aveva deciso di modificare la propria traiettoria, condizionando l’andamento degli altri,  chi imitava i vicini, chi seguiva le scie dei più veloci, chi si era smarrito. Inseguendo una logica in questo insieme aggrovigliato di fermezze irrazionali, mi sono aggrappato a ipotesi di ogni tipo: casuali, storiche, psicologiche, fisiche, scientifiche.
Sapevo che ogni falcata aveva risposto a una decisione. E ogni decisione era stata mossa dal desiderio più istintivo, brutale e profondo di ciascuno degli esultanti. C’era chi forse cercava l’abbraccio degli amici di sempre. Chi aveva bisogno di sfogare la gioia. Chi voleva sentirsi a casa. Ma se a spingere quelle correnti c’erano stati desideri emersi da antri di una intimità così profonda, allora la loro intenzione – anche se parzialmente svelata o tradita da un gesto – sarebbe dovuta rimanere segreta. Nessuno avrebbe avuto il diritto di entrare in quelle spelonche di vita passata e la provenienza degli istinti che avevano mosso le gambe di quegli uomini sarebbe dovuta rimanere avvolta per sempre nel mistero delle correnti azzurre.
Così, come quei ricercatori, se ero forse riuscito a ricostruire le dinamiche della corsa non potevo arrivare a spiegarmi le sue cause. Ed anche per questo quei cervelli in fuga in terra tedesca sono rimasti per me il più fascinoso mistero di una partita che, tra le altre cose, ci vide campioni del mondo.

Postilla
Dieci anni dopo quel rigore, Grosso ripensò a voce alta (nel libro “La nostra bambina”) a quegli istanti. «Avessi la bacchetta magica o il telecomando della macchina del tempo, muterei la mia ultima corsa, proprio dopo quel rigore decisivo in finale. La farei più breve, andrei da Buffon (in quegli istanti ci siamo quasi incrociati e poi separati) e lo abbraccerei, in attesa di tutti gli altri compagni. Nessuno, all’esterno, deve commettere l’errore di pensare che il mondiale l’abbia vinto un solo calciatore: è stato il trionfo del “tutti insieme”».
Erano parole giuste, dettate da ragione e sentimento. Ma quella fuga non era fatta di parole. Perché se è la forma a raccontare come siamo diventati, l’istinto dice chi siamo.
Se Buffon fosse andato incontro a Grosso o se quest’ultimo avesse deciso di seguirlo non sarebbe accaduto tutto quello che poi è seguito dopo. Il loro abbraccio, calamitando i corpi del resto della squadra, sarebbe diventato l’epicentro della gioia collettiva e l’immagine del trionfo del 2006 forse sarebbe stata, come nel rimpianto tardivo di Grosso, una montagna azzurra. Invece, ragioni a noi imperscrutabili condussero portiere e rigorista – che pure si vennero a trovare a pochi centimetri – altrove, lontanissimi l’uno dall’altro. E quel loro istinto è stato il vero motore immobile dell’esultanza italiana. Un’esultanza che ha bisogno di conservare il suo mistero.
In quei venticinque secondi di corsa folle da un’area all’altra Grosso disegnò sul prato una S rovesciata. Poi si fermò, fece un passo e si unì nell’abbraccio con i suoi compagni. A pensarci bene quel disegno è proprio un punto interrogativo.

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