Quando Berta filava

1 Berta. 1270
La regina Bertrada di Laon visse incastrata tra due misure. Suo marito era Pipino il Breve, il re dei Franchi, suo figlio Carlo Magno, primo imperatore del Sacro Romano Impero. Il suo piede sinistro, tra l’altro, era più grande del destro. E il suo tempo, il Medioevo, era quello Alto. Oltrepassato questo, però, fu il suo nome a superare le colonne d’ercole della dimenticanza. Se i suoi più stretti parenti rimasero intrappolati in un sapere enciclopedico, lei si librò leggera nell’aere delle dicerie popolari, raggiungendo così il sapere comune. Intorno al suo nome e alla sua figura fiorirono nei secoli credenze, favole e tradizioni che l’hanno portata a noi, spogliandola del suo manto regale e riducendola a un nome corto, semplice e duro. Berta. Fu con questo diminutivo che venne relegata a soggetto di una frase proverbiale, conquistando così la sua immortalità.
Nel 1270 il menestrello Adenet le Roi, originario del Brabante, trasse ispirazione dalla figura di Bertrada per un poema che intitolò “Il romanzo di Berta dal gran piede”. Nella sua chanson de geste immaginò che, nell’imminenza delle nozze, la principessa, in viaggio verso il promesso sposo, si trovasse vittima di uno scambio di persona, e in seguito trovasse ospitalità presso l’abitazione di un tagliaboschi dove si sarebbe sostenuta lavorando come filatrice. Sulla sua storia esistono anche sfumature di altre credenze, favolistiche o storiche, ma tutte sono sovrastate ormai dal peso di una sola espressione. Quella che ci invita a un tempo remoto, concluso per sempre. “Quando Berta filava”.

2 Il Presidente, 1977
Settecento anni dopo, anche un uomo sta viaggiando verso una unione impossibile. Il suo nome è Aldo Moro. Come Berta ha un titolo. Quello di Presidente, di un partito. E anche lui è incastrato tra pesi e misure. Si dice che per questo abbia inventato perfino un modo di dire capace di sovvertire le leggi della geometria. Nel Paese dove vive le sue “convergenze parallele” hanno fatto scalpore. Quell’ossimoro eloquente in realtà non lo ha mai pronunciato (è stato coniato dal giornalista de L’Espresso Eugenio Scalfari nell’estate del 1960, dopo che lui, il Presidente, pochi giorni prima, aveva parlato di convergenze democratiche), ma si è appropriato del paradosso per caldeggiare l’unione impensabile, sotto un comune governo, della sua Democrazia Cristiana con l’avversario di sempre, il Partito Comunista. La locuzione, comunque, come era accaduto con Bertrada, sarà sempre considerata il suo sigillo epitomico. Quello con il quale, nel suo caso, sarà bollato, nel bene o nel male, per la sua incessante ricerca del compromesso.

3 L’attesa. 23 novembre 1977, ore 10
Una mattina di novembre del 1977 il Presidente Aldo Moro si muove tra le sette stanze del suo studio. Si trova a Roma, al primo piano di uno stabile in via Savoia. Una strada splendida e sinuosa che si muove morbida tra due ali di palazzine liberty, umbertine e Coppedè. Alcune di queste poggiano su piccoli giardini alberati. E proprio su uno di questi affaccia la sua stanza. È qui che si ritira per lavorare alle sue trame, per far lezioni ai suoi studenti o per ricevere i suoi ospiti. Questa volta deve incontrare un parlamentare poco conosciuto e dopo di lui una giovane attivista del movimento femminile. Ma la visita che più attende è l’ultima. Quella con un uomo divenuto, da pochi giorni, enormemente influente.

Il palazzo dello studio di Aldo Moro, in via Savoia a Roma | Piero Trellini

Come Berta, anche il Presidente tesse la sua tela. In direzioni uguali e opposte. Da padre del suo partito si trova compresso tra due stati d’animo che rispecchiano i suoi propositi. Entrambi, per lui, necessari. Uno costruttivo, propositivo e ad ogni modo clamoroso, l’altro protettivo, difensivo, insolitamente rabbioso. Le trame seguono le direzioni dei suoi fermi umori. Da un lato si attende un’apertura, dall’altro si elude uno scandalo. Sa che il suo partito con la prima deve giocarsi tutto e con il secondo rischia di perdere tutto.
Sulle spalle di Moro poggiano anni pesanti come il piombo. L’autunno caldo, la strategia della tensione, la crisi petrolifera, il divorzio. L’anno prima, quando l’economia del suo Paese stava inesorabilmente naufragando e lui aveva iniziato a pensare sempre più alla necessità di un governo di “solidarietà nazionale”, il Partito Socialista, in forte disaccordo con la sua linea, aveva ritirato il suo sostegno. Moro si trovava a capo di quel Governo. E lo perse.
Un mese dopo il suo partito, la Democrazia Cristiana, ne formò uno nuovo e – per la quinta volta – fu ancora lui a presiederlo. Fu in quei giorni che il suo partito fu travolto da uno scandalo che proveniva dall’altra parte dell’oceano.

4 Lo scandalo. 1976
La mattina del 5 febbraio 1976 il Paese si era svegliato con un titolo che avrebbe cambiato per sempre la percezione di un popolo intero: “Corrotti per far acquistare aerei USA dalla Difesa. Un miliardo e cento milioni ai ministri Gui e Tanassi”. Entrambi erano gli ex capi del dicastero coinvolto. Luigi Gui era stato ministro della Difesa per tre mandati (dal 24 giugno 1968 al 23 marzo 1970 sotto i governi Leone II, Rumor I, Rumor II), Mario Tanassi, segretario del PSDI, prima delfino poi avversario di Saragat, era stato Ministro della Difesa dal giugno 1970 al marzo 1974, sotto i governi Andreotti II e Rumor IV.
Il Governo perduto e le trame rabbiose del Presidente provenivano da qui. Dalla diffusione del rapporto di una sottocommissione del Congresso statunitense, nata sulla scia delle indagini sul Watergate, nel quale il presidente della industria aeronautica Lockheed ammetteva di aver corrotto politici e funzionari di diversi paesi per spingerli a concederle importanti commesse. Tra questi paesi c’era anche l’Italia che, in cambio di due milioni e ventimila dollari di tangenti, aveva acquistato 14 aerei Hercules C-130 (gli stessi velivoli già rifiutati dal governo italiano dieci anni prima perché inadatti alla necessità della Difesa) per trentanove miliardi di lire circa. Il democristiano Gui si dimise dalla carica di Ministro degli Interni, il faccendiere più implicato fuggì all’estero riuscendo però a far avere al giudice un memoriale sui pagamenti che mise nei guai il ministro socialdemocratico Tanassi. Gli atti vennero trasmessi al Presidente della Camera e si successero due Commissioni Parlamentari d’Inchiesta. Ma il cifrario della Lockheed era difficile da interpretare, perché nei documenti i nomi erano sempre in codice. Anche Moro si dimise e le camere si sciolsero. I comunisti erano in ascesa. A quel punto il giornalista Indro Montanelli invitò gli italiani a «turarsi il naso e votare DC», che vinse per un soffio. In un momento di così profonda crisi Enrico Berlinguer, il segretario nazionale del Partito Comunista Italiano, propose un accordo di solidarietà politica fra comunisti e cattolici scegliendo di astenersi. Si optò così per una conduzione monocolore guidata da Giulio Andreotti che, partita con più astensioni che voti favorevoli, fu etichettata come il “governo della non sfiducia”.

5 Il Direttore. 21-22 novembre 1977
Due giorni prima della mattina di via Savoia, Nicola Rana, l’uomo che programmava ora per ora la giornata del Presidente Moro, aveva ricevuto una telefonata. «Il 23 novembre sarò a Roma, possiamo concordare un nuovo incontro con il Presidente?». Dall’altra parte del telefono c’era Franco Di Bella, direttore del Corriere della Sera da una manciata di giorni. «Si ricorda Rana? Avremmo dovuto vederci a Bologna – aveva proseguito Di Bella che fino al 21 ottobre aveva retto le sorti de Il Resto del Carlino – ma poi la mia nomina ha fatto saltare i piani». Rana dopo aver aperto l’agenda aveva risposto garbatamente: «Certamente, risentiamoci il giorno prima per i dettagli». E il 22 novembre Rana stesso ha chiamato la segreteria del direttore a Milano per confermare luogo e ora: l’ufficio privato del Presidente, in via Savoia 88, alle 12:30. Soltanto quattro persone sanno dell’appuntamento: il Presidente, Rana, il Direttore e la sua segretaria.
Si dice che se Di Bella siede sulla poltrona del giornale più importante del suo Paese sia stato grazie a quella foto così famosa. Quella che ritrae il terrorista Giuseppe Memeo mentre impugna a braccia tese la sua P38 a Milano, in via De Amicis. Era il 14 maggio di quell’anno. Sul Carlino Di Bella, come altri, la sbatté in prima pagina, Piero Ottone, al Corriere, la bucò, suscitando le ire dei Rizzoli. Ma i veri motivi risiedono altrove. Le poltrone del potere, si sa, nascondono sempre capitoli oscuri. Le loro storie sono piene di pagine strappate. Assenze che lasciano aperte mille domande. L’impossibilità di chiuderle genera fiumi di nuove storie che, come formiche smarrite, corrono confuse da tutte le parti senza arrivare da nessuna.

6 L’arrivo, 23 novembre 1977
La mattina del 23 novembre Di Bella arriva a Roma in vagone letto, trova ad attenderlo alla stazione una Fiat 125 blu del Corriere con il suo autista Eugenio Di Cori e una 127 nocciola della Questura di Roma con Marcello Cipollone e Giovanni Nieddu, le due guardie di pubblica sicurezza che gli faranno da scorta. Si reca subito in via del Parlamento e lavora lì tutta la mattinata senza confidare neppure a Gaetano Scardocchia, il capo della sua redazione romana, l’appuntamento con Moro. Poco prima di mezzogiorno esce. Le due Fiat si affacciano decise sul Lungotevere, lo percorrono fino a Belle Arti, poi raggiungono viale Regina Margherita e alle 12.25 imboccano via Savoia.

Il Presidente e il Direttore siedono forse sulle due poltrone più importanti del Paese. Il primo partito, il primo quotidiano. Stanno vivendo entrambi la loro fase di massima ascesa. Il primo dicono sia destinato a diventare Capo dello Stato. Il secondo ha di fronte la possibilità di incidere in modo determinante sulle menti degli italiani. Insieme, pensano, faranno la storia che verrà. Quel Presidente e quel Direttore che stanno per incontrarsi non possono saperlo ma in una manciata di mesi tutte le loro speranze saranno spazzate via per sempre. Entrambi, infatti, sono destinati a conclusioni inaspettate, precoci e drammatiche. Il primo, nel modo più tragico, non potrà portare a termine la sua tela, il secondo sarà travolto da uno scandalo che cambierà ogni cosa del suo Paese. Prima tra tutte la sua vita. Non faranno la storia. Ma diventeranno prigionieri di questa. E le sue maglie aggrovigliate condurranno nel bene o nel male a loro.

7 Il menestrello crotonese
Che le trame fossero intricate forse se ne è accorto anche un giovane menestrello che abita il loro presente e che sta portando avanti la tradizione iniziata da Adenet le Roi. Come lui infatti canta del suo tempo. Anche quando non sembra. Anche quando usa cifrari oscuri e bizantini. Anche quando tira fuori la stessa storia del trovatore. Quella di Berta che filava. E anche intorno alle sue canzoni si attorcigliano dicerie e credenze popolari. Una di queste si intreccia con i fili degli eventi. L’ha chiamata semplicemente “E Berta filava”. E racconta delle dissolute vicende amorose di una donna che genera un figlio dalla oscura paternità. Lui si chiama Rino Gaetano.

E Berta filava
E filava con Mario
E filava con Gino
E nasceva il bambino
Che non era di Mario
Che non era di Gino

Ma nel groviglio insignificante delle dicerie del suo tempo qualcuno può anche aver pensato che quella Berta si riferisca ad altro. Anche alla Lockheed, fondata dall’imprenditore Bert Gross. E all’affare bambino che non era del ministro Mario (Tanassi) né tantomeno del ministro Gino (Guy). Perché l’accordo lo aveva stabilito qualcuno al di sopra di loro. Ma la sua era solo una verità “altra”, buona solo a ingarbugliarsi nei filamenti oscuri delle chiacchiere popolari.

8 L’uomo più potente del Paese
È aggrovigliato in ben altri orditi anche quel Direttore Di Bella che è appena arrivato a Roma. L’intreccio più fitto però è alle sue spalle. Lui ne è consapevole, in parte forse complice. Suo comunque è solo l’ultimo strato di trama.
Sul Corriere di Ottone gravava il sospetto di avere agevolato i successi del Partito Comunista. E fu allora che entrarono in scena un nuovo attore e un nuovo regista. Il venerabile Licio Gelli e l’imprenditore Eugenio Cefis. La loro fu la trama più fitta. Riuscì ad arrivare ovunque. Persino alle banche, imponendo loro di chiudere i rubinetti di via Solferino, in modo da costringere il giornale verso una nuova proprietà. Un nuovo orientamento. Perché quello fu l’inizio di un inesorabile cambio di rotta. Gelli voleva arrivare a controllare l’opinione pubblica del Paese (perché “il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei mass media”). E c’era un solo modo per riuscirci: prendersi il quotidiano più grande d’Italia e asservirlo ai suoi oscuri disegni. Quelli di una società. Massonica. La loggia P2. Voluta da Cefis e a lui consegnata. Cefis era un dio allora. Era stato il sovrano dell’Eni ed era passato alla testa della Montedison. Sapeva condizionare l’informazione e trattare con i servizi segreti. Aveva filato una rete a doppio giro con la quale proteggeva i politici che lo proteggevano. Era forse l’uomo più potente del Paese.

9 La proprietà occulta. 1974-1977
Lui e Gelli individuarono le loro vittime sacrificali nei Rizzoli. Finanziati da Cefis, nel 1974 i nuovi editori vennero convinti all’acquisto, ma presto (in realtà tardi) si resero conto che l’operazione li avrebbe rovinati. Angelo Rizzoli si mise alla ricerca di fondi, inconsapevole del fatto che le banche italiane erano presiedute o dirette da affiliati della P2 e che quindi la decisione di concedergli nuovi liquidi era condizionata dal parere di Gelli. I miliardi di lire che gli occorrevano arrivarono dal cielo, dal presidente del Banco Ambrosiano, Roberto Calvi, “il banchiere di Dio”, e dal finanziere Umberto Ortolani, entrambi molto vicini al mondo cattolico e alla Democrazia cristiana. Nessuno, però, individuò i tessitori della trama che stava avvolgendo il gruppo editoriale. In pegno Rizzoli cedette a Calvi l’80% delle quote, ma in pratica gli consegnò la sua creatura, permettendo la penetrazione della proprietà occulta in tutti i centri editoriali e finanziari del Corriere. Sotto la reggenza occulta di Cefis-Gelli-Calvi-Ortolani si ripopolò la cabina di comando. Gelli raggiunse così il suo primo obiettivo: inserire nei posti chiave della Rizzoli i suoi uomini. Ne mancava uno, quello del direttore del Corriere. E lo trovò.
Di Bella diceva di stare bene al Carlino. E temporeggiava. Finché un giovane imprenditore, da poco anche editore del Giornale, Silvio Berlusconi, lo andò a trovare. Pranzarono al Pappagallo di Bologna: «Io dovrei sperare in un tuo rifiuto perché un Corriere tutto a sinistra fa il nostro gioco, ma nell’interesse di tutti è necessario prendere una strada meno radicale”. Il Direttore scese a Roma, si recò in via Veneto, salì nell’appartamento di Angelo Rizzoli e scrisse il suo nome in fondo al contratto.
Sapeva già che avrebbe diretto l’orchestra su uno spartito scritto da altri. Note e direttive, rette da linee (guida) e piani (di rinascita), provenivano da trame filate altrove. In base a queste era necessario allontanare definitivamente la sinistra per portare, al suo posto, il partito dei socialisti a collaborare con la Democrazia Cristiana. Chiunque si fosse dimostrato in qualche modo subalterno al PCI andava estromesso dal gioco. Per questo, all’interno del gruppo editoriale, Giovanni Russo venne censurato, Giangiacomo Foà trasferito o Enzo Biagi avvisato, mentre, nel contesto politico, il segretario socialista De Martino venne messo sotto accusa per la sua subalternità al Pci e al suo posto venne eletto il capo della corrente autonomista, Bettino Craxi.

10 L’Antelope Cobbler
“Tieniti forte alla sedia perché quello che sto per dire sarà un colpo per te. Non ci saranno più trattative a quattr’occhi tra un rappresentante di un partito e quelli della Lockheed. Lo diranno a un intermediario, possibilmente tramite Antelope Cobbler, quanto vuole esattamente questo partito. A parte il calzolaio c’è da avere paura anche di Pun e di altri funzionari più o meno altolocati”. Così scriveva Roger Bixty Smigh, agente per le operazioni della Lockheed in Europa, ai suoi superiori della multinazionale americana nel 1969.
Il cifrario era difficile da interpretare. In tutti i documenti i nomi erano in codice. Due di questi rappresentavano il fulcro del processo di corruzione: Pun e Antelope Cobbler. Al primo si giunse subito: il Capo di Stato Maggiore dell’aereonautica Duilio Fanali, consulente tecnico nella trattativa. Il secondo, l’Antilope Ciabattina, riconosciuto come un capo di governo, avrebbe potuto essere uno fra Mariano Rumor, Giovanni Leone, Aldo Moro o Giulio Andreotti.

11 L’ombra del sospetto. 29 gennaio – 10 marzo 1977
L’ombra del sospetto ricoprì il partito democristiano. Tra le mani delle Camere riunite non ci sarebbero stati solo i destini di Gui e Tanassi, ma anche la credibilità di trent’anni di governo. Tutti quelli che aveva avuto l’Italia dalla nascita della Repubblica. Il partito del Presidente era stato al centro della vita politica italiana, e Moro sapeva bene che la posta in gioco era assai più alta delle sorti degli indagati. Questo gli impose di non mostrare alcun cedimento.
Al di fuori delle istituzioni il paese era sconvolto da violente manifestazioni studentesche. Il dibattito si aprì con un ammonimento involontariamente infelice del senatore comunista Francescopaolo D’Angelosante «Badate bene che tutti gli aerei possono cadere». E mentre si discuteva sulla necessità di rinnovare quei velivoli ormai obsoleti, alle 15.05 precipitò, nei dintorni di Pisa, proprio uno degli Hercules C-130, acquistati sei anni prima, causando la morte di trentotto cadetti, tra i diciotto e i ventidue anni, oltre a sei ufficiali. Nessun monito poteva essere più tragicamente tempista. “Siamo giunti sull’orlo dell’abisso” scrisse Antonio Ghirelli sul Corriere della Sera, “Basta un passo, un passo solo, per distruggere tutto il progresso, tutta la democrazia, tutta la libertà che siamo riusciti a costruirci, bene o male, in questi trent’anni”. La discussione proseguì e andò avanti per giorni. Ormai era sempre più chiaro che si trattasse di un processo alla DC.
Alla settima giornata, martedì 9 marzo, il dibattito andava verso il suo epilogo in un’aula che, gremita, attendeva il discorso di Moro. Per il suo intervento aveva preparato quarantatré cartelle dure come la pietra. Leggendole pubblicamente, per la prima volta abbandonò il ruolo di mediatore usando parole inedite e decise pur di difendere il partito e i suoi uomini: «Onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare. Se avete un minimo di saggezza, della quale, talvolta, si sarebbe indotti a dubitare, vi diciamo fermamente di non sottovalutare la grande forza dell’opinione pubblica che, da più di tre decenni, trova nella Democrazia Cristiana la sua espressione e la sua difesa». Non fu così convincente. La sera del giorno dopo il Presidente della Camera Pietro Ingrao annunciò l’esito della votazione: i due ex ministri Gui e Tanassi sarebbero stati giudicati dalla Corte Costituzionale. Era la prima volta che accadeva nella storia della Repubblica. Il processo si prevedeva lungo. Il Presidente Moro non avrebbe mai conosciuto l’esito.

12 Il concerto. 25 luglio 1977
Pochi mesi dopo il menestrello si trovava a San Cassiano di Lecce, a dieci chilometri da Maglie, dove sessant’anni prima era nato Moro. A metà della sua esibizione prese il microfono:

«A questo punto vorrei ricordare un grosso personaggio che è nato a Maglie, è uno dei più grossi calzaturieri, è uno che ha fatto le scarpe a tutta Italia. Io so benissimo che lui usa dei linguaggi chiarissimi, lui ha inventato diversi termini, infatti è un grosso filologo, ha inventato le convergenze parallele, la congiuntura… Una volta gli ho sentito fare dei discorsi stranissimi, tipo: “Questi fermenti di dissoluzione non dico iconoclastici ma proiettati verso nuove tentazioni ipertrofiche che mi riportano parimenti in un nuovo pragmatico universale e in nuove dimensioni tutt’ancora da scoprire…” e ci sono tutte queste cose qui che appunto tengono a non far chiarire assolutamente niente. È una cosa molto dispersiva e io ho scritto l’anno scorso un testo ancora più dispersivo proprio dedicandolo a questi grossi personaggi enigmatici del mondo politico e di altri mondi anche. Comunque questa sera lo voglio dedicare a questo personaggio che ha fatto le scarpe a tutta Italia».

E attaccò: “E Berta filava”.

13 Le prove generali (L’incontro). 23  novembre 1977, ore 12.25
Quella mattina del 23 novembre 1977 lo scandalo Lockheed era nel pieno della bufera. L’incontro tra quel Direttore e quel Presidente avrebbe potuto dire molto. Alle Fiat 125 e 127 che avevano imboccato via Savoia si affiancò improvvisamente un motociclista a cavallo di una Kawasaki. La 125 del Corriere accostò sulla destra rallentando per fermarsi all’altezza del civico 88. Il Direttore si tolse il cappello, si voltò per posarlo sul sedile posteriore, apri lo sportello del passeggero e scese.
Lo sguardo seguì il rumore. E un istante dopo i suoi occhi si posarono sulla moto. L’uomo che la guidava infilò le mani in un borsello. Il Direttore distinse solo un luccichio metallico. All’interno di quello stesso istante Cipollone e Nieddu non si accorsero di nulla, tantomeno Otello Riccioni e Ferdinando Pallante, gli agenti di pubblica sicurezza addetti alla scorta del Presidente, fermi sul portone del palazzo. A vedere bene la pistola furono l’autista del Corriere e il capo della scorta di Moro, il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, che gridò «Ferma! Ferma!». A quel punto tutti capirono. Anche il Presidente che, attirato dalle urla, si affacciò alla finestra. Il Direttore e l’uomo della Kawasaki si guardarono negli occhi a meno di tre metri di distanza. Leonardì urlò alla scorta: «Prendetelo!». Il motociclista diede gas e si gettò in avanti verso via Salaria. Gli agenti risalirono in macchina e lo rincorsero ma l’uomo della Kawasaki insieme a un complice che lo seguiva da dietro, superò via Mantova e imboccò la vicina traversa via Brescia in senso vietato. Quando si trovò le auto provenienti dalla parte opposta l’autista della 127 capì che aveva perso. E si arrese.
Leonardi intanto aveva trascinato il Direttore nell’androne. Quando il giornalista salì si imbatté in un Presidente agitatissimo. Quell’incontro, così atteso, li trovò entrambi sconvolti. Il Direttore impaurito, il Presidente smarrito. Lui, sempre così ordinato aveva persino i lacci delle scarpe sciolti: «Viviamo momenti terribili – disse – siamo come nelle catacombe».
Subito dopo il Presidente tornò a casa con la testa immersa in un bosco di pensieri funesti. Trovò ad attenderlo la moglie Eleonora. La guardò negli occhi allargando le braccia: «Oggi hanno fatto le prove generali».

La relazione di servizio di Cipollone e Nieddu del 23 novembre 1978.

14 L’ultimo discorso. 28 febbraio 1978
Pochi giorni dopo il 1978 vide la luce. Il governo di “solidarietà nazionale” era ancora una impresa possibile. Nonostante tutto. Nonostante l’ennesima crisi di governo. Eppure Moro continuò, come Berta, a tessere la sua tela senza apparire, lavorando, giorno dopo giorno, su quel complicato incrocio di correnti, nelle maglie del reticolo che teneva in piedi lo Stato (e a Maglie, per una singolare coincidenza, era nato).
Il 28 febbraio Moro tenne il suo ultimo discorso pubblico. Davanti all’intera DC. I due partiti nemici pari erano, ormai. E potevano paralizzarsi a vicenda. Comprese che, a causa dell’ascesa dei socialisti, si stava preparando una trasformazione nel panorama politico italiano e che era vicino il tramonto della centralità democristiana.
Dieci giorni prima, ricevendo nel suo ufficio privato di via Savoia, dopo dieci anni di silenzio, il direttore di Repubblica Eugenio Scalfari, gli aveva confidato: «Non è affatto un bene che il mio partito sia il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana. Noi governiamo da trent’anni questo paese. Lo governiamo in stato di necessità, perché non c’è mai stata la possibilità reale di un ricambio». E poi aggiunse: «La nostra democrazia è zoppa fino a quando lo stato di necessità durerà. Fino a quando la Democrazia Cristiana sarà inchiodata al suo ruolo di unico partito di governo. Questo è il mio punto di partenza: dobbiamo operare in modo che ci siano alternative reali di governo alla DC».
Non voleva andare alle elezioni e voleva i comunisti nella maggioranza. Ma finse come sempre nel suo stile di ragionare a voce alta, di porsi dei dubbi. Di attendere di “essere illuminato”. E Moro filava. Filava con garbo. Filava con tutte le prudenze e le accortezze che gli erano proprie (cospargendo le sue frasi di “credo”, “mi pare”, “sembra”, etc.). Esortava mediando. Con uno stile oscuro e bizantino. Ma ricucendo le frasi si poteva arrivare al suo vero pensiero:

«Siamo dinanzi a interrogativi angosciosi, tra i più gravi, che ci siano stati proposti nel corso della nostra storia trentennale. Le elezioni politiche hanno avuto due vincitori Siamo davanti ad una situazione difficile, una situazione nuova, inconsueta, di fronte alla quale gli strumenti adoperati in passato per risolvere le crisi non servono più».

Subito dopo andava più a fondo senza spingere mai i toni:

«Siamo in due vincitori, e due vincitori in una sola battaglia creano certamente dei problemi. E questo io credo debba essere oggetto di rispetto da parte nostra; rispettare e capire le altre forze politiche (…) non abbiamo di fronte un o schieramento di partiti ostili: il fatto nuovo è che fra questi partiti non ostili c’è anche il Partito Comunista. La situazione è dunque questa. (…) Abbiamo cercato di stabilire un certo contatto reciprocamente costruttivo (…) per ricercare se tra queste due forze antitetiche, alternative, della tradizione italiana, vi potesse essere qualche punto di convergenza, per lo meno su alcune cose (…). Ed è in questo quadro di un confronto così intenso che abbiamo potuto inserire – ripeto – con qualche iniziale disagio, ma poi con riconoscimenti positivi, la formula di non sfiducia».

In seguito per attirare a sé i comuni umori del partito si fingeva dubbioso, ragionava a voce alta per portare i suoi colleghi alle sue medesime conclusioni:

«Che cosa dobbiamo fare? (…) per non compromettere la identità della Democrazia Cristiana? (…)».

E dopo essersi dilungato su dubbi angosciosi riprese a cucire. Capì che il cuore del discorso era il cambiamento. Un cambiamento che avrebbe potuto modificare la storia del Paese. Ma il cambiamento spaventava. Così fece della capacità di cambiamento l’identità del suo partito:

«Se non avessimo saputo cambiare la nostra posizione quando era venuto il momento di farlo, noi non avremmo tenuto, malgrado tutto, per più di trent’anni la gestione della vita del Paese. L’abbiamo tenuta perché siamo stati capaci di flessibilità ed insieme capaci di una assoluta coerenza con noi stessi».

Finché finalmente osò dirlo:

«È necessario quindi guardare alla situazione e guardare alle alternative».

15 La fine. 15 e 16 marzo 1978
Il quarto governo Andreotti si costituì l’11 marzo con la complicità dei comunisti. Quattro giorni dopo, la sera del 15 marzo, Spinella telefonò a Di Bella: «Abbiamo accertato senza ombra di dubbio che si trattava di scippatori o di ladri dediti a piccole rapine, volevamo tranquillizzarla». Negli stessi istanti Moro si intratteneva sul marciapiede davanti al suo studio a parlare con Rana. Poco prima in via Savoia era salito il capo della Polizia Giuseppe Parlato per proporgli di rafforzare la sorveglianza davanti al suo ufficio privato.

La mattina dopo Moro uscì di casa alle nove di mattina. Alla Camera stava per giurare il primo governo appoggiato dal Partito Comunista. Il suo capolavoro politico. Il Presidente salì in macchina con le sue borse. Il suo addetto stampa, Corrado Guerzoni, sapeva che aveva raccolto i documenti necessari a difendersi dall’accusa di essere l’Antilope e che con ogni probabilità li avrebbe tenuti in quelle borse. Moro aprì Repubblica. Il titolo era:

“Antelope Cobbler? Semplicissimo. Aldo Moro, presidente della DC”.

Il titolo dell’articolo apparso sul numero del quotidiano “La Repubblica” la mattina del 16 marzo 1978, poi scomparso nell’edizione straordinaria uscita poche ore dopo il sequestro di Aldo Moro.

L’articolo rendeva note le dichiarazioni infondate di Luca Dainelli un diplomatico che aveva appreso questa notizia dall’ex capo della Cia a Roma, Howard Randolph Stone.

Il dispaccio dell’ambasciata americana del 16 marzo 1978

Fu l’ultima cosa che lesse. Una manciata di istanti dopo veniva rapito e gli agenti della sua scorta assassinati. Il primo di questi fu il maresciallo Leonardi, l’ombra di Moro, che riuscì appena a voltarsi per proteggere il corpo del Presidente. Dopo qualche ora quel numero di Repubblica fu soppiantato da una edizione straordinaria: “Moro rapito dalle Brigate Rosse”. E l’articolo sparì.

E Berta filava
e filava la lana
la lana e l’amianto
del vestito del santo
che andava sul rogo
e mentre bruciava
urlava e piangeva
e la gente diceva:
‘Anvedi che santo
vestito d’amianto.

Le filastrocche sono il luogo nel quale la fantasia riesce a chiudere i cerchi. In un eterno ritorno, per poi riprenderli all’infinito. E solo in una filastrocca quella Berta poteva tessere un vestito d’amianto destinato a un santo. Quelle frasi il menestrello le rubò altrove. Nel gennaio del 1976, un giornalista che era solito usare anche lui un linguaggio allusivo e criptico, destinato ai pochi che lo potevano cogliere, Mino Pecorelli, nelle pagine del suo OP, aveva etichettato Moro come il “Santo del Compromesso” (sulle stesse pagine aveva scritto anche lui di “Berto”, “Mario” e “Gino”). E prima ancora il fittizio Giorgio Steimetz aveva fatto uscire un libro (“Questo è Cefis”, ripreso da Pasolini per il suo “Petrolio”, prima che fosse ritirato dal mercato e da tutte le biblioteche italiane, sparendo per decenni) che conteneva il capitolo “L’uomo vestito d’amianto”. Non era riferito al Presidente della DC ma a Eugenio Cefis, Presidente dell’Eni e della Montedison, che, secondo le informative dei servizi segreti, avrebbe tramato alle spalle dei vertici della P2, Licio Gelli e Umberto Ortolani. E quindi anche del Corriere di Di Bella.

Nelle ore del sequestro tutti i telefoni delle abitazioni di via Fani andarono in black out. Nessuno degli abitanti della strada riuscì ad avvisare tempestivamente la polizia per raccontare i particolari del rapimento. La squadra di tecnici, mandata sul luogo, confermò il guasto ma la Sip smentì per due volte. Il comportamento dell’azienda telefonica, durane il sequestro e la prigionia di Moro, secondo le dichiarazioni dell’allora capo della Digos Domenico Spinella, furono di totale non collaborazione dal momento che mai fu individuata l’origine delle chiamate dei rapitori. Spinella giunse ad affermare che gli sviluppi della vicenda Moro sarebbero stati completamente diversi se non ci fosse stato l’atteggiamento negativo della Sip.

Moro venne ucciso il 9 maggio 1978, dopo cinquantacinque giorni di prigionia e ottantasei lettere scritte su fogli di fortuna. Nell’ultima di queste, indirizzata al deputato Riccardo Misasi e mai recapitata, scrisse: «Quello che io chiedo al partito è uno sforzo di riflessione in spirito di verità. Perché la verità, cari amici, è più grande di qualsiasi tornaconto. Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall’altra parte un atomo di verità, ed io sarò comunque perdente. Lo so che le elezioni pesano in relazione alla limpidità ed obiettività dei giudizi che il politico è chiamato a formulare. Ma la verità è la verità».

16 Epiloghi. 1979-1981
Dopo due anni di lavoro e ventitré giorni di Camera di Consiglio, il 1 marzo 1979 il presidente della Corte Costituzionale lesse finalmente la sentenza Lockheed. Gui assolto, Tanassi colpevole, condannato a due anni e quattro mesi.

La complessa manovra di accusa nei confronti di Moro, si ipotizzò essere partita dagli uffici di Kissinger, per arrivare a quelli dell’ambasciata americana a Roma detenuta da John Volpe. Negli stessi uffici lavoravano Enrico Carnevali, amico e confidente di Rino Gaetano e Howard Randolph Stone, capocentro della Cia a Roma.
Il 20 maggio 1981 venne resa pubblica la lista degli affiliati alla loggia P2. Il nome del Capo di Stato Maggiore dell’aereonautica, Duilio Fanali, consulente tecnico nella trattativa Lockheed, fu trovato nella lista degli iscritti. Nel medesimo elenco figurava anche il nome dell’ex capo della Cia a Roma, quell’Howard Randolph Stone (tessera numero 2183, codice E.1980, gruppo 11, fascicolo 0899, maestro massone di terzo grado) che avrebbe fatto sapere a Dainelli che l’Antelope Cobbler era Moro. Si trovava in buona compagnia. Tra gli affiliati c’erano quarantaquattro parlamentari, due ministri, un segretario di partito, quarantuno generali e otto ammiragli. Oltre a magistrati e funzionari pubblici, imprenditori e giornalisti. Nella lista erano compresi Silvio Berlusconi, Carmine (Mino) Pecorelli e tutti gli uomini del Corriere (Calvi, Ortolani, Tassan Din, Rizzoli). Di Bella, scoperto tra questi, fu costretto alle dimissioni e non lavorò mai più per la grande stampa. Il suo ultimo viaggio, partito da una P38, era terminato con la P2. Stone, invece, terminato il servizio, venne assunto dalla Montedison.

L’ipotesi di un coinvolgimento della P2 nel sequestro Moro venne presa in considerazione a partire dal ritrovamento della lista.
La mattina del 16 marzo, giorno del sequestro di Moro, si era riunito al Viminale un Comitato di crisi. Tra i convocati si erano trovati il generale Giuseppe Santovito (tessera P2 1630), capo del Sismi, il generale Giulio Grassini (tessera P2 1620), capo del Sisde, il generale Raffaele Giudice (tessera P2 1634), capo della Guardia di Finanza, il generale Donato Lo Prete (tessera P2 1600), capo di stato maggiore della Guardia di Finanza, l’ammiraglio Giuseppe Torrisi (tessera P2 1825), capo di stato maggiore della Marina Militare, l’ammiraglio Marcello Celio (tessera P2 815), vicecapo di stato maggiore della Marina Militare.
Nella lista erano presenti anche il colonnello Antonio Cornacchia (tessera P2 871), comandante del nucleo investigativo dell’Arma di Roma, Walter Pelosi (tessera P2 754), segretario generale del Cesis, Elio Cioppa (tessera P2 658), vicecapo della Mobile romana, Federico Umberto D’Amato (tessera P2 554), direttore dell’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno e Giuseppe Siracusano (tessera P2 496) generale dei Carabinieri, cui saranno affidate le prime indagini e che fu responsabile, tra l’altro, dei posti di blocco effettuati durante i giorni del rapimento.

I fili delle matasse oscure si andarono a intrecciare con quelli del telefono. Tra quei nomi, infatti, figurava anche quello del direttore generale della Sip, Michele Principe (tessera P2 829). A condurre l’operazione al centralino dell’azienda telefonica fu invece il commissario Antonio Esposito (tessera 251), che, quel 16 marzo 1978, prestava servizio alla centrale operativa della Questura di Roma. Il suo numero di telefono fu trovato in una agendina di Valerio Morucci, uno dei capi della colonna romana delle Brigate Rosse. L’uomo che, proprio con una telefonata, il 9 maggio 1978 annunciò la morte di Moro.

Dodici anni dopo il sequestro e la morte di Moro, durante i lavori di ristrutturazione dell’appartamento di via Monte Nevoso 8, una delle basi più importanti delle Brigate Rosse, venne alla luce l’intero memoriale di Moro. La sua lettura aprì un nuovo filone di indagine. Fu accertato, ad esempio, che Mino Pecorelli aveva riportato sulla rivista OP alcune frasi contenute in quelle carte inedite. Il pm Giovanni Salvi individuò le fonti di Pecorelli in Antonio Labruna, Antonio Viezzer e Gianadelio Maletti, tutti iscritti alla Loggia P2.

Con l’affare Lockheed e la scoperta della lista della P2 la classe politica e l’organo di stampa più autorevole del Paese persero per la prima volta la propria “verginità” divenendo il prototipo di una realtà corrotta che permeò da lì in poi tutta la politica italiana. Furono due storie drammatiche, mai comprese con sufficiente lucidità, rimosse poi dalla memoria collettiva. Storie delle quali è possibile anche che entrambi – Moro e Di Bella – non conoscessero tutti gli orditi ma che avrebbero travolto le due entità più solide che il Paese aveva avuto fino a quel momento: il partito Democrazia Cristiana e il quotidiano Corriere della Sera. I cantori sibillini di quelle vicende, sia reali sia presunti, si trovarono a partecipare a quella intricata orditura. Venti giorni dopo la sentenza Lockheed il giornalista Mino Pecorelli fu assassinato nella sua auto da un sicario in via Orazio a Roma, nelle vicinanze della redazione del giornale. Nel mondo politico la notizia fu accolta da molti con sollievo: “Hanno ammazzato il cantante”. Due settimane dopo la diffusione della lista degli affiliati alla P2, un altro cantante, Rino Gaetano, morì in un incidente stradale (stessa sorte toccò tre anni dopo al suo confidente, Enrico Carnevali). I tre enigmatici tessitori di queste storie – Moro, Pecorelli, Gaetano – morirono dentro una macchina.

Travolto dallo scandalo P2, il governo istituì una commissione parlamentare d’inchiesta affidata alla guida di Tina Anselmi. Su uno dei settecentosettantatré foglietti in cui annotò ciò che più la colpiva durante le centoquarantasette sedute della commissione, scrisse: “Mi pare che BR e P2 si siano mosse in parallelo e abbiano fatto coincidere i loro obiettivi sul rapimento e sulla morte di Moro”. Il pm Vincenzo Calia, in base agli appunti del Sismi e del Sisde da lui scoperti, confermò l’ipotesi che la Loggia P2 sarebbe stata fondata da Cefis e da lui diretta sino a quando fu presidente della Montedison, dopodiché l’avrebbe affidata al duo Umberto Ortolani-Licio Gelli.
Ma il danno ormai era fatto. Le trame di Moro rimasero interrotte. Quel Corriere aveva omesso le atrocità argentine, esaltato i generali, riabilitato quella Difesa ferita dalla Lockheed ma soprattutto preparato il terreno a un nuovo mondo. Quel governo della “non sfiducia”, quell’appoggio esterno assicurato dal PCI al governo monocolore di Solidarietà Nazionale, si sarebbe rivelato, con l’ascesa di Bettino Craxi, il compromesso minimo raggiunto. E quel “nuovo” Corriere ne aveva accompagnato la svolta.

L’incontro di via Savoia – strada nella quale ho vissuto, per una ironica coincidenza, proprio di fronte a uno dei più autorevoli direttori del Corriere della sera – rimase quello tra i due protagonisti degli eventi più travolgenti del loro tempo. Tra due figure che si trovarono a capo di un partito e di un giornale travolti da due scandali senza precedenti che nel tempo avrebbero generato fiumi di ipotesi, riletture, revisioni, controversie, illazioni, congetture, depistaggi, identificazioni, miraggi, favole, supposizioni e ricostruzioni. Come nelle variazioni della chanson del menestrello francese o di quello crotonese si sono intrecciate nelle maglie delle dicerie e delle leggende.

E forse chi lo sa, quei due, guardandosi con occhi sconvolti sull’uscio di quello studio di via Savoia, uno con i capelli scompigliati, l’altro con i lacci sciolti, probabilmente lo capirono che quello era l’inizio della fine di un’epoca. La loro. Un’era che oggi sembra inesorabilmente lontana. Perché appartiene ormai ai tempi in cui Berta filava.

 

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