I fatti superati dalle opinioni
«In quanto “opinionista” sento di dover dire che l’opinione è tanto più criticabile quanto più assertiva, aggressiva, sentenziosa, quanto più travestita da certezza o peggio da dogma»

Quando non so esattamente che cosa penso (mi capita spesso) guardo sulla Treccani. È una vecchia abitudine contratta non ricordo quando e perché. Cerco la parola (una delle parole) che meglio corrisponde al concetto sul quale sto rimuginando; e leggendo la definizione qualcosa si smuove, qualche connessione neuronale si riattiva. È poco più di un trucco. Come quando ti dicono: metti una fetta di patata cruda sulla scottatura. Roba da nonne e zie, da mondo contadino, ma se la scottatura è lieve e superficiale, funziona. E anche la Treccani, con qualche grado di elaborazione intellettuale in più rispetto a una fetta di patata, funziona.
Per esempio. Da qualche giorno sto cercando di capire meglio il mio punto di vista sulle due polemiche, pesantucce, che hanno coinvolto, entrambi nolenti, Francesco De Gregori e Erri De Luca. Sono casi diversi, ma appartengono allo stesso gruppo. I due hanno espresso un’opinione (De Gregori contro l’impegno politico dell’artista, De Luca a favore del diritto degli ebrei ad avere un loro Stato) e in seguito a quella opinione sono diventati bersaglio di critiche che definire “molto accese” (a proposito di scottature) è poco.
A parte le ben note tempeste di merda sui social, che lasciano il tempo che trovano – poche ore e il vento le disperde, la merda quella vera è molto meno volatile – anche da pulpiti più solidi si sono levate voci molto severe, molto ostili. Nel caso di De Luca ci sono state anche conseguenze personali: ha dovuto rinunciare a tenere il discorso di apertura di un festival letterario a Salerno.
Ho dunque cercato sulla Treccani la voce “opinione”. Perché era quella, l’opinione, la pistola fumante che il cantautore e lo scrittore tenevano in pugno. La scena del delitto imputato ai due era fatta di sole parole. Ecco la definizione: «Opinione – Concetto che una o più persone si formano riguardo a particolari fatti, fenomeni, manifestazioni, quando, mancando un criterio di certezza assoluta per giudicare della loro natura (o delle loro cause, delle loro qualità, ecc.), si propone un’interpretazione personale che si ritiene esatta e a cui si dà perciò il proprio assenso, ammettendo tuttavia la possibilità di ingannarsi nel giudicarla tale».
Segue anche altro, la definizione è molto lunga. Ma già in queste righe introduttive si coglie qualcosa di decisivo: l’opinione è tale solo se «manca un criterio di certezza assoluta per giudicare la natura di fatti, fenomeni, manifestazioni». Se dico che Roma è la capitale d’Italia, non sto esprimendo un’opinione. Se dico che la cucina romana è saporita ma greve, sto esprimendo un’opinione. E il fatto che sia un’opinione forse più condivisa che no, non modifica la sua natura di opinione: perché «manca un criterio di certezza assoluta».
Per qualcuno la cucina romana sarà leggera, e se non leggera, così gradita da far diventare un trascurabile dettaglio i suoi tratti di grevità. C’è chi digerisce in un attimo la coda alla vaccinara, chi si sente sullo stomaco il riso in bianco. Io per esempio, quando vado a mangiare da Candido alla Balduina, sono così contento che anche la pajata mi sembrerebbe dietetica. Per dire quanto siano opinabili, le opinioni.
Fin qui, mi pare che ci siamo. Ma Treccani aggiunge, subito dopo, un altro elemento importante. Chi ha un’opinione deve “ammettere la possibilità di ingannarsi”. Perché per quanto sincera o appassionata o intellettualmente ben supportata, l’opinione è un materiale soggettivo. Non oggettivo. E dunque, già nel suo dirsi, l’opinione contiene la sua confutazione. La possibilità di dover fare i conti, o addirittura confliggere, con opinioni diverse. Si chiama dialettica, schematicamente: tesi, antitesi e sintesi. La sintesi accade solo nei casi più fortunati, quando l’alchimia della discussione ha un esito fausto. Ma è già un buon risultato quando tesi e antitesi sanno di essere solamente tali, e dunque di non avere il diritto di spacciarsi per sintesi.
Mi sono chiesto quanto questo inquadramento dialettico dell’opinione abbia inciso nelle due recenti vicende De Gregori e De Luca; e nelle tante, tantissime precedenti, quando attorno alle parole di qualcuno si è fatta guerra. Mi dispiace dover dire che (secondo me: è appunto la mia opinione) ha pesato troppo poco. La relatività di ogni opinione non è stata intesa come un’attenuante, una rispettabile differenza, o extravaganza: ma come una provocazione che richiede richiamo all’ordine, ove necessario punizione.
Il sentimento dell’offesa non è a carico solamente delle parole pronunciate apposta per offendere (le opinioni razziste, i discorsi d’odio, gli incitamenti alla violenza). No, l’offesa allarga a dismisura i suoi confini perché offensiva è considerata, in sé, l’opinione diversa dalla propria. E questo accade perché anche la propria opinione non è vissuta come tale, ma come verità oggettiva: così come Roma è la capitale d’Italia, l’impegno politico dell’artista è un dovere non facoltativo e sionismo è sinonimo di genocidio.
In quanto “opinionista” – così è stato spesso definito il genere giornalistico al quale ho dedicato una parte notevole del mio lavoro – sento di dover dire che l’opinione è tanto più criticabile quanto più assertiva, aggressiva, sentenziosa, quanto più travestita da certezza o peggio da dogma (Treccani lo spiega bene, quali sono i limiti che l’opinione non può valicare).
Il tipo che si impanca e dice “adesso vi spiego io come stanno le cose” non è simpatico, e si espone alle critiche, e al dileggio e al pernacchio. Ma il tipo che si rivolge al pubblico spendendo qualcosa di sé, dicendo qualcosa di suo, e lo fa cercando di dosare il grado di sicumera (“deve ammettere la possibilità di ingannarsi”, dice Treccani), va sempre rispettato. Per principio. Al massimo, se dice banalità o stupidaggini, non sarà ascoltato. Si dirà di lui: ha detto banalità, ha detto stupidaggini.
Ma la patente di liceità, di legittimità delle opinioni, nel discorso pubblico non è ammissibile. Ripeto: non è ammissibile. Chi la concede, con quale autorità, con quale diritto, e sulla base di quali esami? Lo Stato? Per carità. Le varie tribù politiche? Per carità. I tribunali del popolo organizzati sui social? Per carità al quadrato, anzi al cubo.
C’è un codice di linguaggio abbastanza condiviso e abbastanza ovvio, tanto è vero che è largamente coincidente con il codice penale: non si insulta, non si diffama, non si spaccia il falso per vero. Per tutto il resto, la vecchia tolleranza è ancora il rimedio più utile, come la fetta di patata sulle bruciature leggere. Adesso cerco “tolleranza” sulla Treccani.
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Breve ma accanita discussione, qualche giorno fa, con un amico di una ventina d’anni più giovane. Siamo stati entrambi poco dialettici – a proposito di opinioni. Per lui Madonna vale il doppio di Taylor Swift, per me l’esatto contrario. Difficile trovare un punto di sintesi. Mi è venuto in mente solo dopo, uscendo dal ristorante, che avrei dovuto dirgli: Madonna è una showgirl, Taylor una musicista e una cantautrice (malgrado il suo ultimo album si chiami The Life of a Showgirl). Si collocano in settori abbastanza diversi del pop.
Avrei dovuto anche aggiungere che Madonna è troppo anni Ottanta per quelli vecchi come me: musicalmente parlando siamo passati dai Settanta direttamente ai Dieci e ai Venti di questo secolo, con un grande buco in mezzo. Dai Pink Floyd a Rosalía. Da Springsteen a Springsteen… Dunque, a conti fatti, dovremmo astenerci dal dire che ne pensiamo di Madonna. In ogni modo non ditelo a Luca Sofri, non voglio che sappia che mi avventuro in queste dispute da fan club, sospetto che mi consideri una persona seria.
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Apro le Zanzare con un omaggio fresco fresco all’ineguagliabile titolo della Notte (“Zanzare mostruose assediano Milano”) che dà spunto a questa rubrica. Lo segnala, dal Tirreno, Luca:
PISA, INVASIONE DI VESPE MAMMUT IN CENTRO:
ARRIVANO I VIGILI DEL FUOCO
A Luca, che lavora all’Orto Botanico, preme aggiungere che questi imenotteri, pure se di notevoli dimensioni, “sono innocui se non molestati”. Notevole è anche il cartello fotografato da Marco in una imprecisata località balneare:
ACCESSO CONSENTITO AI SOLI CLIENTI DELLO STABILIMENTO
OGNI DIVIETO SARÀ PUNITO A NORMA DI LEGGE
Nemmeno il giurista più ferrato saprebbe raccapezzarsi. Torna alla mente il concetto sessantottino/dadaista “è vietato vietare”. Invece Paola ha trovato sul Piccolo un titolo che, nel generoso tentativo di riassumere due fattacci di cronaca, li fa sembrare connessi, come in un film catastrofista (a me viene in mente il finale di Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis):
POLA, MOTOSCAFO SBATTE SULLA DIGA
E UN AEREO CADE: VITTIME 5 AUSTRIACI
Finiamo con la pagina sportiva. Segnala Massimiliano, dal Corriere dello Sport:
FERRARI RINNOVA L’ACCORDO CON LA FERRARI
ACCORDO PLURIENNALE: “È LA MIA SQUADRA DEL CUORE”
Si trattava di Leclerc. Non muta il felice esito della trattativa.
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Si seguono con inevitabile distacco, e scetticismo, le voci quotidiane sui cosiddetti “incontri di pace” tra paesi in guerra. Per la serie “questa l’avevo già sentita”, che si tratti di una minaccia di cancellazione dalla carta geografica o di una telefonata interlocutoria, di un summit per fissare la data di un altro summit, dell’annullamento di un terzo summit (a proposito, summit vuol dire “vetta, vertice”, è un termine inglese ma viene dal francese sommet: sempre la Treccani), di un post di Trump che sembra scritto da un influencer dodicenne, di un post di Dmitrij Medvedev che sembra scritto proprio da Dmitrij Medvedev, o di tutta la sbobba indigesta di parole senza alcun nesso con i fatti…
L’impressione è che lassù sulla vetta non sappiano più che pesci pigliare, e nel frattempo, per non sembrare nullafacenti, bombardano, deportano, invadono, forse è l’unica cosa che gli riesce bene. Fatto sta che titoli di telegiornale che ancora un paio d’anni fa ci avrebbero fatto sobbalzare ormai nemmeno li sentiamo, sono appena un rumore di fondo, un sobbollire della stessa zuppa infetta. Dunque, mentre ronza la voce del telegiornale, non vale la pena sollevare lo sguardo dalla zuppa di casa. Ci si mantiene sani e operosi in attesa di notizie meno orribilmente identiche l’una all’altra.
Affetto le zucchine fresche di orto, i fiori di zucca, le cipolle, le carote («How ‘bout them transparent dangling carrots?», Alanis Morissette). No, non mi sento in colpa. Impotente sì, ma in colpa no.
Quest’anno le ciliegie selvatiche sono meno copiose dell’anno scorso, ma buonissime. Le amarene più rosse che mai, il rosso lucido delle amarene non è imitabile neppure dai più raffinati smalti per unghie, prima o poi cercherò, in uno di quegli espositori di smalti negli aeroporti, lo stesso rosso delle amarene, ma dubito di trovarlo. Le serpi fanno all’amore, beate loro, non hanno la minima idea di cosa sia un telegiornale. Sono in arrivo nuove piogge, il caldo quello che abbacchia per adesso non è ancora alle porte. Dunque, come sempre, in alto i cuori.




