I tre passati italiani

L’allegria da lemming suicidi con cui andiamo ad affollare di pubblico e di discussioni da bar le trasmissioni della campagna elettorale rivela ancora una volta come mai non ce l’abbiamo mai fatta finora a cambiare questo paese, e come mai non ce la faremo neanche questa volta. Di fronte a tre candidati premier che sono rispettivamente il responsabile maggiore delle catastrofi degli ultimi vent’anni, un resuscitatore della più grigia Democrazia Cristiana, e un capace funzionario di sinistra che avrebbe fatto un buon lavoro da ministro alla fine degli anni Novanta (76, 69, e 61 anni), stiamo partecipando con l’identico coinvolgimento ed entusiasmo che avremmo se ci trovassimo di fronte a tre ipotesi alternative di cambiamento e visione del presente e del futuro. La nostra pretesa indignazione e pretesa di rinnovamento non è mai durata lo spazio di una stagione, in Italia: arriva la campagna elettorale e saliamo sul carro che ci passa più vicino, anche se per raggiungerlo dobbiamo mettere i piedi nel fango e scansare i coccodrilli e anche se non si sa assolutamente dove vada. Basta che sia carro, e che si possa decidere con chi stare e contro chi stare.

E ora siam qua, a farci ottundere e nutrire da decine di apparizioni televisive e radiofoniche quotidiane, vuote e ripetitive, e anzi con la lingua di fuori ad agognarne gocce, e ci crediamo critici. Ci siamo adattati, ancora una volta. Ci tureremo il naso. Se siamo fortunati individueremo uno che stimiamo nel nostro collegio. Andiamo incontro a quello a cui andiamo incontro da decenni: il nostro passato. Noi.


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