Rituali sportivi

Il paradosso è che la “giustizia sportiva” è congegnata psicologicamente per non risolvere il problema della violenza nel calcio, anzi per tenerlo in vita ed eludere ogni soluzione. Il meccanismo è noto: succede una cosa intollerabile, come domenica a Genova (o peggio in altri casi), tutti ci indigniamo, scriviamo articoli, protestiamo nelle conversazioni con gli amici, chiediamo interventi e soluzioni. Allora arriva la squalifica del campo. E così voltiamo pagina, fino alla prossima.

La decisione del giudice sportivo è una specie di sanzione, di rimozione del problema: bene, gli abbiamo dato due giornate a porte chiuse, la questione è sistemata. Sappiamo che l’abbiamo solo messa sotto il tappeto, ma intanto sappiamo anche di averla tolta dall’orizzonte, in modo da tornare a guardare le partite senza impacci. La squalifica del campo, e le eventuali punizioni per gli iscritti, sono il modo con cui deleghiamo a un riparagomme un guaio enorme e radicato, lavandocene le mani. La notizia delle decisioni rimpiazza quella sui misfatti, soddisfazioni sostituiscono le indignazioni, tutto torna come prima, compresa la prossima violenza.

Così, per dire, come funzioniamo.


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