Le sfiorite rose del Lungoparma

Ho visto sulla tv online della Gazzetta di Parma le proteste dei cittadini fuori dal Comune dopo gli arresti e le rivelazioni sui numerosi casi di corruzione che hanno travolto impiegati e dirigenti del Comune e imprenditori parmigiani. C’era, tra le molte persone che urlavano “dimissioni, dimissioni” e “vergogna, vergogna”, una signora che con espressione fiera e soddisfatta, persino divertita, sollevava le braccia incrociando i polsi come se fossero ammanettati, augurandoli ai suoi amministratori.

Una scena deprimente, ennesima concretizzazione – non sono mancate in questi vent’anni – della macchietta di Bracardi che voleva tutti “In galera!”. Non so come possa portare contentezza a qualcuno – a quella signora, a molti altri – lo sperare, tornando a casa, che delle persone vadano in carcere, e che questa sia la priorità in un sistema culturale devastato e alla cui devastazione si sommano questi approcci a volte animaleschi e spontanei e altre coltivati per costruirci sopra fortune politiche o editoriali. Ma pur non traendo nessuna soddisfazione nel saperli stanotte in carcere, condivido anche con quella signora un deluso disprezzo per gli scellerati avidi che si sono fregati i soldi pubblici raccontando che le rose del Lungoparma costavano 180 mila euro. Non per i 180 mila euro, ma per quello che ci fanno diventare, loro e quelli che sono venuti prima di loro, e quelli che verranno dopo. Stronzi.


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