De Benedetti e Google e tutti noi

Non ho mai conosciuto Carlo De Benedetti. Per quel che si racconta di lui, tendo a escludere che quando parla di Google e di internet pensi davvero le cose che dice: ci fa, non ci è. Non è pensabile altrimenti di uno con quell’esperienza e attenzione al mondo.
Quindi diciamo che quello che scrivo non è diretto a lui, che lo sa già benissimo, ma a chiunque potesse leggere frettolosamente le sue parole ed essere suggestionato dalla loro apparente efficacia. L’altro giorno De Benedetti è tornato a protestare contro l’uso che Google fa dei contenuti che indicizza e rende disponibili attraverso i suoi motori di ricerca. Già l’isolamento di questa battaglia (intrapresa fuggevolmente da Murdoch mesi fa, e poi rimpiazzata da scelte più concrete) dovrebbe testimoniare di un certo suo provincialismo: guardarsi intorno aiuta, per capire chi va contromano in autostrada. Ma mi concentro sull’argomento dialettico-logico principale della sua esposizione.

De Benedetti ha detto di provare “grande ammirazione e invidia per chi possiede Google. Ma”, ha valutato, “il motore di ricerca non può vivere da parassita. Google”, ha spiegato De Benedetti, “raccoglie 400 milioni di pubblicità senza fornire alcun prodotto, ma veicolando i nostri contenuti”. Insomma, ha proseguito, “non può continuare a trarre un profitto colossale dai nostri contenuti, è assurdo e non esiste”.

“Apple lo ha già fatto con iTunes, e noi siamo disponibili a discutere su un modello di sharing – ha continuato De Benedetti – Il concetto deve essere questo: non si può prendere e utilizzare una cosa e non pagarla”

Bene, allora la mia domanda per De Benedetti è questa: non dovreste, voi che vendete i giornali, dare dei soldi a Google? Non utilizzate Google per promuovere e segnalare i vostri contenuti? Google non manda sui vostri siti una percentuale cospicua dei visitatori che determinano le pagine viste su cui guadagnate? Non state “prendendo e utilizzando Google senza pagarlo”? E “veicolare i contenuti senza fornire alcun prodotto” è un’attività che si chiama servizio, esiste da secoli: lo fanno per esempio le poste, o le società telefoniche, o gli edicolanti. E se invece ritenete perdente e controproducente questo rapporto, perché non sottrarsi all’indicizzazione di Google?

Lo so, lo so, non sono scemissimo nemmeno io: la questione è più complessa. Ma appunto, è così complessa che ridurla a paragoni e battute elementari è un inganno. Carlo De Benedetti lo sa, io lo so, lo sanno quasi tutti: forse è il caso di smettere di dirle, queste cose.


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