Intervista col Pulitzer

Questa intervista con Sheri Fink è pubblicata sul numero in edicola di Wired.

Tu facevi altro. Come sei finita a lavorare a ProPublica?
Già. Al primo colloquio mi hanno chiesto “Facci capire, hai una laurea in medicina, un dottorato, e vuoi fare la giornalista?”. Proprio, gli ho detto. Adoro la medicina e ho sempre pensato di fare il medico. Ma poi ho fatto uno stage estivo in un gironale dell’Oregon per occuparmi di scienza, e ho scoperto che mi piaceva. Dopo la laurea sono stata nei Balcani, e ho scritto un libro sulla pratica medica durante la guerra di Bosnia. E ho lavorato con le organizzazioni umanitarie. Ma alla fine, quello che volevo fare è scrivere.
E come hai fatto?
Nel 2007 ho letto che stava nascendo ProPublica, una redazione non-profit dedicata al giornalismo investigativo di interesse pubblico e gli ho mandato il mio curriculum.
Mi spieghi come funziona?
Nella redazione di New York, al 23mo piano di un palazzo sullo Hudson, lavorano tre dozzine tra giornalisti, web editors e impiegati. I principi di etica e correttezza giornalistica sono quelli dei maggiori quotidiani americani. Le cose in cui ProPublica è speciale sono il modo in cui si paga, il genere di storie che produce e il modo in cui raggiungono i lettori.
Che sono ben tre cose…
Legalmente ProPublica è un’organizzazione non-profit e il suo lavoro è pagato con i contributi di fondazioni e le donazioni volontarie. Molte storie sono prodotte in collaborazione con grandi gruppi di informazione e sono pubblicate sia sul sito di ProPublica che sui giornali (o siti web, o programmi radio o tv) partner. Possono essere lette gratuitamente e quasi tutto il lavoro di ProPublica può essere usato e riprodotto allo stesso modo, con una licenza creative commons.
E perché dici che sono storie particolari?
Perché le nostre inchieste sono dedicate ad abusi di potere e violazioni della fiducia del pubblico. Spesso i giornalisti lavorano per mesi o anni seguendo diversi aspetti di una storia e scrivendone per diversi media. Tra queste inchieste c’è stata quella sulla mancanza di controlli sulle garanzie professionali degli infermieri in California, quella sugli abusi dei vigilantes contro gli afroamericani dopo Katrina, quella sui pericoli per le falde acquifere degli impianti di trivellazione del gas naturale.
La storia che ha vinto il Pulitzer come è nata?
Circa un anno dopo Katrina, un medico e due infermieri sono stati arrestati a New Orleans e accusati di omicidio per le morti di diversi pazienti durante l’emergenza. Volevo capire cosa fosse davvero successo e perché, e ho cominciato a lavorarci nel 2007 quando ero ancora una freelance. Più tardi ho ricevuto il contributo di una fondazione.
Il Pulitzer è stato presentato dai media internazionali come un premio al giornalismo online. Ma sbaglio se noto che si trattava di un’inchiesta tradizionale, pubblicata sul magazine del New York Times?
L’articolo era sotto molti aspetti una lunga inchiesta tradizionale da magazine. La sua peculiarità è che ProPublica si è potuta permettere ampie risorse in un momento in cui altri media avrebbero avuto difficoltà a finanziare un simile progetto. Quanto a internet, l’articolo è stato un successo su internet, piuttosto che di internet. In molti lo hanno letto in rete, smentendo la tesi per cui la gente non leggerebbe pezzi lunghi online. Il team di ProPublica poi ha creato una serie di elementi grafici e accessori che aiutano i lettori a capire meglio la storia.
Quali altri articoli avevi ammirato quest’anno e avrebbero meritato il Pulitzer?
Sono stata molto fortunata, ce n’erano molte di notevoli. Mi ha colpito tantissimo la serie di puntate di David Rhode sulla sua prigionia e la sua fuga dai talebani. Ha avuto la presenza di spirito di scrivere un racconto dettagliato e profondo di una cosa che lo aveva coinvolto a lungo personalmente e in modo terrificante. E lo ha fatto immediatamente, in pochissimo tempo, aiutando i lettori a capire i pensieri e le vite di uomini sconosciuti agli americani benché così coinvolti nelle loro vite.
Secondo te ProPublica è un isolato successo attentamente costruito, o un modello replicabile?
Un modello di giornalismo finanziabile anche in questi tempi difficili, direi. Il giornalismo è tra le fondamenta della democrazia, e la scomparsa di molti giornali è pericolosa: c’è bisogno di modelli innovativi di business alternativi alla pubblicità.
Adesso a cosa stai lavorando?
Collaboro occasionalmente con ProPublica e sto scrivendo un libro.
Secondo te il giornalismo scientifico rischia di più in termini di affidabilità nel passaggio al caos di informazioni della rete?
C’erano problemi di affidabilità, sensazionalismo e accuratezza nel giornalismo scientifico già molto prima di internet. Però un tempo ne i lettori erano selezionati e temporanei, e poi gli errori sparivano nell’oblio: adesso una storia falsa potenzialmente può rimbalzare per la rete e anche amplificarsi col tempo. Bisogna che i lettori imparano a guardare con scetticismo a ogni cosa e a controllare le fonti: un’abitudine che ovrebbe essere diffusa presto da genitori e insegnanti.
Quali sono le tue fonti preferite di informazione? Cosa hai letto per seguire il disastro del Golfo del Messico?
Le fonti più ricche e interessanti sono di solito quelle che danno voce alle persone coinvolte nelle conseguenze degli eventi. Anche se, avendo poc tempo, mi affido di solito ai giornalisti per la selezione delle notizie. Sul disastro del petrolio sono stata in Louisiana, e leggevo la Plaquemines Gazette, un giornale locale di una zona molto colpita, il Times-Picayune di New Orleans, e ascoltavo le radio locali.
E su internet?
Il sito di BP e delle agenzie governative impegnate nell’emergenza. Anche ProPublica, che ha fatto un gran lavoro di raccolta e organizzazione delle notizie. E in generale Google News è un buon punto di partenza. Poi, naturalmente, lasciamelo dire: per fare il giornalista non c’è niente di meglio che esserci e capire le cose con i tuoi sensi.