L’opzione San Gennaro

1794

1794

Il Seicento è anche il secolo in cui la devozione a Gennaro assume in letteratura le forme che mantiene ancora oggi: la cerimonia tre volte all’anno, l’ostensione delle ampolline, la liquefazione interpretata come feedback positivo del Santo alla preghiere dei presenti, l’accumulazione di quell’incredibile tesoro che i napoletani vollero sempre tenere separato dal patrimonio della Curia, che pure possedeva il resto della cattedrale: il cancello bronzeo di Cosimo Fanzago è una specie di Checkpoint Charlie, da una parte le proprietà della diocesi, dall’altra quelle della Città. Gennaro sembra apprezzare, dando una mano a mantenere l’attività sismico-vulcanica entro limiti accettabili: nessuna delle eruzioni dell’era moderna è paragonabile per intensità a quelle conosciute in età preistorica, o quella descritta da Plinio. Il vulcano sembra addomesticato, il che non significa che ci si possa fidare: continua a sbuffare, incendiare e occasionalmente uccidere, ma ha la gentilezza di farlo a intervalli regolari, con un ciclo più o meno di quarant’anni. Il che permetteva a ogni generazione di prepararsi, in quella che era la città più popolosa della penisola (Roma non l’avrebbe raggiunta fino a tutto il Novecento; se poi includiamo anche l’hinterland vesuviano, la gara non è affatto chiusa). E la nostra, di generazione? Quand’è che il Vesuvio ha sbuffato o pisciato lava ultimamente, ve lo ricordate?

No.

Non eravate vivi. Forse nemmeno le vostre mamme. Abbiamo le foto, ma in bianco e nero. Un anno già tanto difficile di suo: 1944.

E poi? Cosa sta succedendo?

1944 A COLORI!

1944 A COLORI!

Si è spento? Un vulcano con una storia millenaria, proprio adesso? Difficile – e comunque abbiamo fatto gli scavi, e sappiamo che sotto c’è un mare di magma che arriva fin sotto al mare vero. Quindi, come il professor Nakada ha avuto la bontà di ricordarci, il Vesuvio prima o poi erutterà. Se San Gennaro ci dà un’occhiata, potrebbe risolversi tutto con una sboffata di fumo e la solita colata lavica stile Etna. Qualche quartiere edificato praticamente sotto il cono finirebbe distrutto, Sgarbi ne sarebbe deliziato, ma tutto sommato questo è uno scenario persino auspicabile.

Un’altra possibilità è che la terra cominci a tremare e vada avanti per mesi, come nel 1631. A quel punto avremmo un po’ di tempo per evacuare senza che diventi una Caporetto con i lapilli al posto degli austriaci. E tuttavia un milione di sfollati è una cosa che non abbiamo mai affrontato nella nostra storia: c’è capitato di andare in confusione per molto di meno, anche di recente. Certo, a quel punto si potrà contare sulla solidarietà internazionale, andiamo, è pur sempre la capitale della pizza. A chi non piace la pizza? Anche agli inglesi (gli inglesi hanno votato contro gli aiuti UE ai terremotati emiliani).

È tardi, non mi viene una battuta di dialogo tra Siani e Pitt, se volete provare nei commenti.

È tardi, non mi viene una battuta di dialogo tra Siani e Pitt, se volete provare nei commenti…

La terza possibilità è che le cose vadano veramente male: un’eruzione esplosiva senza molto preavviso. Vie di fuga bloccate da milioni di fuggitivi in preda al panico, eccetera eccetera. Il professor Nakada voleva ricordarci che anche questa ipotesi non si può scartare a priori. Però ha torto se pensa davvero che non abbiamo un piano. Lo abbiamo. Ne abbiamo avuti tanti. Uno si chiamava VesuVia: più esplicito di così c’era solo “Jatavénne”. Un programma di finanziamento alle famiglie che sceglievano di trasferirsi fuori dalla zona rossa. Centinaia di famiglie si sono effettivamente trasferite un po’ più in là, spesso in un’area che successivamente è stata inglobata nella zona rossa. E la vecchia casa? l’hanno affittata. Risultato: aumento della popolazione evacuabile.

Se chiedete a me, un piano ce l’avrei. Si prende l’oro di San Gennaro, non quello nel museo per carità. Si può salvare anche un po’ di bigiotteria da mettere indosso al busto del Santo in processione. Ma i preziosi nel caveau – a che serve tenere per secoli dei gioielli in un caveau? Per quale motivo i napoletani di ogni ceto li hanno ammucchiati lì per anni, se non per un’emergenza come questa? Si prende il tutto, si vende il vendibile, si cartolarizza onde evitare un crollo dei prezzi, e col ricavato si fanno interventi straordinari, per esempio un enorme film catastrofista da subappaltare anche a De Laurentis, se ci avesse le palle, con tutti gli attori più famosi di Napoli d’Italia e del mondo (te lo immagini Siani e Brad Pitt che fuggono assieme dribblando i lapilli). Chi non se lo vedrebbe, un film così. Potremmo persino recuperare l’investimento: e sarebbero altri soldi per la statale e per gli svincoli e per i rifugi a prova di nubi tossiche. Ma soprattutto, dopo aver visto un film così, non avremmo più alibi. Sapremmo che viviamo alla pendici del più grande disastro possibile. Magari sarebbe più facile cambiare abitudini, magari anche cambiare residenza, svolgere esercitazioni, eccetera eccetera. E tutto questo anche grazie a San Gennaro. È il mio piano. Purtroppo, ce n’è uno più semplice ed economico: aspettare e vedere come va.

Non è affatto un piano miope, anzi. Non è basato, come potrebbe sembrare, sull’ignoranza o sull’imprudenza, ma su un semplice calcolo dei costi e dei benefici. Prevenire i disastri naturali costa troppo. Qualcuno potrebbe obiettare che ricostruire dopo un disastro costa ancora di più, ma non è detto che sia così. Mettiamoci dal punto di vista di un politico. Per lui la prevenzione significa tasse: tasse significa perdere le elezioni. Quindi la prevenzione ha un costo inaccettabile. Viceversa il disastro significa solidarietà. Significa gesti incredibili, che solo un’emergenza può suggerire o giustificare. Se io oggi 19 settembre propongo di investire l’oro di San Gennaro in opere di prevenzione, voi mi pigliate per matto. Ma se tra qualche mese esplode tutto sul serio, persino una proposta così diventa all’improvviso ragionevole: cos’è una collezione di gioie in un caveau rispetto al pianto della vedova, ai gemiti dell’orfano? Purtroppo, affinché la solidarietà del mondo si sblocchi, occorre che la vedova diventi vedova, e l’orfano orfano. Meglio se a portata di videocamera. Lasciare che il Vesuvio erutti o esploda può sembrarvi una pazzia, ma a un certo livello di responsabilità diventa un’opzione più praticabile, più conveniente di altre. Nel frattempo continua l’operazione di addomesticamento simbolico, anche attraverso liturgie innovative, per esempio stiamo proponendo il Vesuvio come Patrimonio dell’Umanità. Una bella contraddizione in termini, oltre che una incredibile dichiarazione di immodestia: quella montagna eruttava già venticinquemila anni fa, e continuerà anche quando ci saremo estinti – a meno che non ci evolviamo in una specie un po’ meno fatalista.

La liquefazione del sangue di San Gennaro, per quanto prodigiosa, non è un evento così eccezionale. Soltanto a Napoli sono custodite ampolline di altri quattro santi (Giovanni Battista, Patrizia, Stefano Protomartire, Luigi Gonzaga), tutte in grado di sciogliersi se invocate in un certo modo. In giro per l’Italia ce ne sono tante altre, a un certo punto probabilmente era diventato un trucco artigianale e prevedibile quanto il coniglio nel cappello. Tra le varie teorie scientifiche, la più suggestiva è quella secondo cui si tratterebbe in tutti i casi di sangue autentico, anche se non necessariamente di questo o quel santo. Quello che accade al sangue delle ampolline di San Gennaro succederebbe al sangue di chiunque di noi, se avessimo l’accortezza di custodirne magari per secoli un piccolo quantitativo in un ampolla, e poi agitarlo in un certo modo. Siamo tutti San Gennaro, insomma. Possiamo scioglierci e combinare qualcosa, o seccarci e aspettare che qualcosa ci succeda comunque. Non dipende solo da noi, ovviamente: la pressione, la temperatura, la farfalla in Brasile, le infinite variabili che possono farci esplodere o regalare alla nostra progenie una terra fertile e felice. Sarebbe molto immodesto attribuirsi tutte queste responsabilità. Ma almeno qualcuna.

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