Le due corone di Massimiliano

Kolbe era quasi perfetto nel ruolo: si trattava soltanto di minimizzare la propaganda antisemita che aveva contribuito a diffondere sulle sue riviste nella Polonia anteguerra. Far notare viceversa l’abnegazione con cui aveva soccorso vittime di ogni religione ed etnia, ebrei compresi, durante l’occupazione tedesca. Deportato ad Auschwitz a fine maggio 1944, Kolbe, con un polmone già devastato dalla tbc, vi sarebbe sopravvissuto poco più di due mesi. A fine luglio la fuga di tre prigionieri del suo blocco, durante una trasferta per la mietitura, dà l’occasione al comandante tedesco di procedere a una decimazione sommaria: mette gli uomini in fila e comincia a scegliere: tu, tu, tu. Tra i dieci, il soldato Franciszek è l’unico che si ribella. Implora pietà, strepita che ha moglie e figli. Come se fregasse più qualcosa a qualcuno.

Quando Massimiliano fa un passo oltre la fila e propone al comandante lo scambio, ha scarsissime possibilità che una richiesta del genere sia recepita. Il comandante avrebbe potuto benissimo farli fuori entrambi, probabilmente era il suo “dovere”, e nella cella della morte se c’era posto per dieci ce n’era anche per undici. Quando Massimiliano propone di scambiare la sua vita di instancabile propagatore del messaggio cristiano e mariano, di pubblicista e radioamatore all’avanguardia, fondatore di conventi in Polonia e Giappone, con la vita di un soldato semplice, forse è più stanco di sopravvivere di quanto gli agiografi non vogliano ammettere. Agiografi in cui Massimiliano del resto difficilmente sperava. In una tragedia così spaventosa, un sacrificio così minimo – una vita per un’altra – davanti a un pubblico di nazisti indifferenti e vittime destinate comunque al macello da lì a poco – quante possibilità aveva di essere ricordato?

Questo è Tacconi nel 1982, con testi di Nizzi, il Kolbe della mia infanzia.

Questo è Tacconi nel 1982, con testi di Nizzi per il Giornalino, il Kolbe della mia infanzia.

Ma Franciszek sopravvisse. Fatto prigioniero nel ’39, internato ad Auschwitz nel ’41, ci passò tre anni prima di essere trasferito in un altro campo. In tutto passò cinque anni e mezzo nelle strutture concentrazionarie naziste, e riportò la pelle a casa. Nel frattempo non era più padre di famiglia: i figli erano morti in un bombardamento sovietico nel ’45. Lui tirò avanti fino al 1995, quando morì alla ragguardevole età di 94 anni, metà dei quali passati a ricordare il sacrificio di don Maksymilian. Sopravvisse qualche carceriere nazista, che poté testimoniare dei quindici giorni trascorsi dal prete e dai compagni nella cella della morte senza acqua né cibo, e dei canti che Massimiliano intonava per infondere coraggio – i tipici canti della devozione mariana, Dall’aurora tu sorgi più bella e consimili, magari anche Noi vogliam Dio Mira il tuo popolo, certamente Madonna nera, tutta roba che oggi stroncherebbe un papaboy al secondo ascolto, e invece ebbe l’effetto di prolungare l’agonia a dismisura. Non sono mai riuscito a capire se in quella cella ci fossero anche ebrei: voglio sperare di no (di certo Franciszek era cattolico), morire ad Auschwitz è già penoso senza bisogno dell’accompagnamento musicale di un prete mariano. Sopravvisse anche il tenente nazista che dopo due settimane entrò nella cella per iniettare l’acido fenico a chi si ostinava a non morire. In seguito raccontò che mentre lo finiva, Kolbe gli aveva detto: “Lei non ha capito nulla della vita”. “L’odio non serve a niente. Solo l’amore crea. Ave Maria”.

Qualche mese dopo un B29 americano sganciò una bomba atomica su un sobborgo industriale di Nagasaki, uccidendo quarantamila persone sul colpo. Il convento fondato da Kolbe nel 1930, il giardino dell’Immacolata (Mugenzai no Sono) si trovava dal lato giusto di una collina: resistette all’esplosione e ospitò i feriti durante i primi soccorsi.

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