L’Arcangelo è il mio coach

Io invidio molto Santa Francesca Romana, per via di questo Arcangelo che da quel momento in poi non si separò più da lei, assistendola nei ripetuti combattimenti col demonio, posizionandosi per lo più ai margini della visuale periferica. Di rado interveniva personalmente, tirando alla santa qualche buffetto bonario; per lo più se ne stava lì ai bordi e brillava, consentendo a Francesca di leggere il salterio di notte senza candele. Nei momenti di massima calma, la luce si concentrava negli occhi e Francesca riusciva a guardarlo in volto – il volto di un bambino di nove anni, ma più grande, formato Arcangelo. Durante il giorno però il fulgore cresceva e variava, a seconda del livello di santità che in quel momento Francesca stava esprimendo. Nei periodi di incertezza, di stallo, di pigrizia, la luce calava sensibilmente. Nei soprassalti di zelo, quando la giornata era buona, le preghiere filavano lisce e i malati si lasciavano curare, l’angelo riprendeva a brillare come un faro. In pratica Francesca aveva sempre un feedback immediato del bene che stava facendo: senza chiedere in giro, senza proporre questionari sulla qualità del servizio che gli utenti trasteverini avrebbero avuto qualche difficoltà a compilare, né guglarsi il nome ogni mezza giornata, che non è cosa che si addica ai santi.

Mai arrivato alla fine.

Magari se fossi un neurologo a questo punto avrei già una mezza idea della sindrome che le era capitata, ma non ho studiato niente di così serio nella vita. In compenso ho giocato a qualche videogioco, e l’angelo che brilla al margine del campo visivo mi ricorda gli indicatori che una volta stavano ai bordi del monitor in certi picchiatutto da bar, in pratica mentre affrontavi un ninja o un lottatore di sumo la colonnina di luce ti diceva esattamente quanta energia avevi, quanta te n’era rimasta, e se stavi vincendo o perdendo. Ecco, i veri lottatori quella colonnina non ce l’hanno, e lo sa Dio cosa non darebbero per averla; per sapere quanta benzina ci resta nelle ginocchia dobbiamo affidarci all’esperienza ma l’esperienza ci frega sempre – specie quando il tuo mestiere è prenderti delle botte in testa, insomma, sei lì che pensi Dai che ce la faccio e un attimo dopo sei al tappeto e un tizio che non ti ricordi bene sta contando cinque-sei, come sarebbe a dire cinque-sei…-sette? Sette? Ma i primi quattro non li ho sentiti, perdio, eppure ero qui, e questo ronzio tra le orecchie cosa diavolo – DONG! Game over. Francesca questi problemi non li aveva, l’Arcangelo la ragguagliava sempre in tempo reale sul kharma a disposizione, e nei casi estremi poteva anche appiopparle un ceffone, ma senza cattiveria, come un coach paterno al pugile suonato.

 

Uno dei giochi che ho amato di più si chiama Civilization, in pratica sei un autocrate con un impero da mandare avanti dall’età della pietra fino alla bomba atomica. Puoi anche fare delle rivoluzioni, collettivizzare i granai e smantellare le caserme, cambiare la tua denominazione da Cesare a Kaiser a Caro Leader – purché nulla in fondo cambi. È un gioco molto complicato; puoi passare giornate intere nel tuo angolino di mondo a cercare di imbastire una società come si deve e magari non hai ancora scoperto la polvere da sparo e dall’altra parte dell’Oceano stanno già fabbricando carri armati, chi lo sa? Nella prima versione del gioco l’unico modo di saperlo era morire. Morendo, avevi la possibilità di gettare uno sguardo retrospettivo sul mondo, e scoprire che eri stato bravissimo, o al contrario scarsissimo – te ne accorgevi soltanto in quel momento. Nelle versioni successive non c’è stato più bisogno di morire, ma io continuo a pensare che la vita somigli alla prima versione di Civilization. Sei lì in mezzo a infinite variabili, cerchi di farle quadrare al meglio; forse stai andando bene, forse stai fallendo miseramente, nessuno viene mai a dirtelo, nessun Arcangelo passa a mollarti uno schiaffone
– Leonardo cosa cazzo fai, lo senti il gong, lo senti, lo senti? Va bene fin qui hai sbagliato tutto, ma fai ancora in tempo a recuperare, capito? Devi lavorarlo ai fianchi, oppure non lavorarlo affatto. Hai capito?

– No.

– Vai.

– Non ho capito, cos’è che devo fare? Devo lavorarlo ai fianchi oppure? Angelo? Angelo? Dove sei? Dove diavolo sei? Angelo? Non ho capito…

– Sei, sette, otto, nove…

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