T​irar pietre alla cultura non passa mai di moda

Il dibattito attorno all’Amaca di Michele Serra sull’episodio di bullismo che ha colpito un professore a Lucca ha evidenziato, casomai ce ne ancora fosse bisogno, quanto in Italia stia diventando sistematico il disprezzo per la cultura. Un colpo per volta, una pietra al giorno, il valore della cultura viene annacquato per renderla sempre più simile a un fango da tirare addosso a chi se ne occupa.

Conquistare, costruire e crearsi una propria cultura originale e indipendente è uno degli strumenti più potenti e democratici a disposizione di chiunque voglia una vita a misura dei propri desideri e bisogni (oltre a una bella dose di fortuna). E chi si evolve attraverso la cultura, migliora de facto la società in cui vive, ma non sembra che tutto ciò sia molto compreso o apprezzato.

Abbiamo infatti passato gli ultimi anni a confutare chi chiedeva a che cosa diavolo servisse la cultura (ricordate: “Con la cultura non si mangia”?) e ora che sono tutti attenti all’innovazione digitale, alla rinascita di Milano capitale creativa dopo Expo, al boom dei consumi culturali (tanto per citare qualche esempio banale) si sta consolidando il disprezzo per chi con la cultura ci lavora. La cultura scientifica è sempre più contestata e i suoi esponenti pure, il caso dei vaccini insegna. In Italia non c’è cultura della cultura e denigrare chi se ne occupa sembra stia diventando una logica conseguenza. Forse questo disprezzo è connaturato al populismo, forse no, ma in ogni caso non è solo pericoloso, ma ingiusto e stupido.

Non che siano mai state rose e fiori, eh; sono sempre stati tantissimi quelli convinti che certe occupazioni siano “sempre meglio che lavorare”, che fare ricerca culturale, scrivere libri e reportage, allestire mostre e spettacoli teatrali, innovare la danza, raccontare il mondo per immagini, inventare nuove forme d’intrattenimento siano tutti espedienti per tirare a campare senza sgobbare veramente. Come se l’unica fatica nobile fosse quella fisica e non quella mentale, come se i calli alle mani valessero più delle spremiture di cervello.

Dopo le fake news e le accuse di elitarismo, ora siamo al bullismo e agli sfottò verso i lavoratori della cultura, come Sordi che sbertucciava invece i manovali nei Vitelloni. Allora ci si “doveva” affrancare dai lavori umili, ora da quelli culturali?

Prima ci sono state le accuse di elitarismo a quelli che sembrano avvantaggiarsene (e di soloni sono pieni i salotti e gli studi televisivi), ora si compatiscono quelli che ci campano (i professori), presto si arriverà a denigrare i tanti giovani che scelgono di generare cultura e che di solito sono costretti a farlo, purtroppo per loro, per quattro soldi.

Già, questo disprezzo ha le sembianze di un’operazione con cui fiaccare le capacità di autodeterminazione degli individui (“Ma che studiate, che tanto non serve a niente, non vedete che fine fanno quelli che studiano?”) sostenuta da chi ha tutto l’interesse a tenere a bada il popolo e più o meno consapevolmente amplificata da tutti quelli che guardano con fastidio ai tentativi altrui di smarcarsi dal solito tran tran.

Forse anche perché mai come ora, in uno spazio tempo digitale che offre tante opportunità (e i famosi quindici minuti di gloria) chiunque può davvero provare a trasformare in lavoro le proprie passioni. Il più delle volte, però, giornalisti, musicisti, professori, addetti museali, ricercatori, editori, attori, startuppers, fotografi, video maker, hanno incarichi sottopagati e precari, quanto se non peggio degli operatori delle logistiche. Non ci sono più differenze di censo tra chi produce cultura e chi ne fruisce.

Chi genera cultura merita di essere pagato meglio? Il valore della cultura passa dal corrispettivo economico riconosciuto al lavoro che la genera? Perché, come diceva Count Basie: “Le due ore sul palco ve le possiamo regalare, ma le dodici ore passate in pullman ce le dovete pagare”.

I poveri non hanno mai pagato per avere cultura: un tempo la finanziavano i ricchi, benefattori soprattutto per piacer proprio e poi per munificenza, oppure lo Stato. Ora dei primi non c’è quasi più traccia e la pubblica amministrazione presta molta attenzione quando sceglie di destinare risorse ai settori culturali anziché all’asfalto per rattoppare le buche nelle strade, pena essere investita dal dissenso dell’opinione pubblica.

Eppure, si parla tanto di economia della conoscenza, di innovazione culturale, di imprese culturali e creative sostenendo che il futuro dell’Europa dovrebbe passare da lì; bisognerebbe dunque chiedersi chi vuole sostenere davvero la cultura, valorizzando per prima cosa i suoi talenti, dagli insegnanti alle guide culturali, dai traduttori agli innovatori, e non sfruttarli per disprezzarli o disprezzarli per sfruttarli.

Quando chiesero a Churchill di tagliare i fondi per l’arte per sostenere lo sforzo bellico, lui rispose: «E allora per cosa combattiamo?». Già, per che cosa combattiamo?

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