La favorita: brutto, bellissimo

Negli ultimi anni abbiamo visto una serie notevole di rappresentazioni della vita di corte o del ménage quotidiano di una casata nobiliare. È un genere molto frequentato in particolare nel Regno Unito, dove i nobili di tutte le epoche hanno uno statuto a cavallo tra identità nazionale e gossip, protagonisti di pettegolezzi da star system che vanno bene anche per i libri di storia.

Il racconto in costume di questo tipo segue una serie di schemi narrativi che nel tempo si sono succeduti, e che cercano di maneggiare gli elementi in gioco nel modo più originale e interessante. Gli elementi sono fatalmente quelli, perché parliamo di epoche e contesti non troppo lontani nel tempo, documentati meticolosamente da qualsiasi punto di vista, coi diari, le cronache, gli atti parlamentari. Le combinazioni non sono infinite.

Tra gli impianti più frequentati c’è il rapporto tra sopra e sotto, tra i piani alti dei signori e i piani bassi della servitù. Questo è il filone di Upstairs, Downstairs, serie televisiva britannica dei primi anni Settanta focalizzata sui rapporti tra le due “famiglie” e sul loro modo di intendere libertà, società, dovere e aspirazioni (il trailer è molto chiaro a proposito). La prima sequenza della prima puntata mostra un’aspirante cameriera che si presenta alla porta d’ingresso della casa per proporsi, e con uno sguardo del maggiordomo viene indirizzata verso le scale di servizio. Il film Gosford Park di Robert Altman ha la stessa impostazione, soprattutto per merito dello sceneggiatore Julian Fellowes (Julian Alexander Kitchener-Fellowes, Barone Fellowes del West Stafford). Qualche anno dopo lo schema torna con Downton Abbey, sempre di Fellowes, dove le relazioni tra la famiglia del conte di Grantham, i suoi dipendenti e la storia del Novecento costituiscono un meccanismo infallibile (almeno fino a quell’assurdo incidente d’auto). La prossima produzione di Fellowes si intitolerà Belgravia, come un suo libro del 2016 e il quartiere forse più inavvicinabile di Londra.

Se nel racconto dei nobili si è fatta strada una linea – diciamo così – socialista, quando si parla di re e regine nella maggioranza dei casi si parla di ruoli. Ci possono essere la valletta o il maggiordomo confidenti, ma non è quello il punto. La distanza tra le aspirazioni del re o della regina di turno e ciò che protocollo e storia richiedono sono quasi è il pilastro del racconto, da quel film sul re che tartaglia fino a The Crown. C’è quindi un mondo cui i protagonisti aspirano, che sono costretti a dirigere solo da lontano, e c’è una architettura che li tiene ingabbiati e in palmo di mano allo stesso tempo (aristocrazia, nobiltà, corona). A segnare la distanza tra il mondo cui anelano gli aristoi e la struttura che li incorpora ci sono sempre scenografie, costumi e regia. Scenografie sontuosissime, stanzoni enormi, fregi dorati, costumi perfetti che invadono lo sguardo, tende, arazzi e broccati: in genere la regia si perde placida nelle stanze, carrelli lenti e solenni che seguono le stole delle regine, e si appoggiano sui dettagli minuziosi degli oggetti esclusivi dei ricchi (come la tavola imbandita de L’età dell’innocenza di Scorsese o le scarpe di Manolo Blahník per Marie Antoinette di Sofia Coppola).

La favorita, il nuovo film di Yorgos Lanthimos (The Lobster, Il Sacrificio del Cervo Sacro), racconta una storia di corte sfuggendo a questi schemi, e lo fa nella più violenta e programmatica delle maniere. Lanthimos è noto per il suo senso dell’inquadratura, per la sua capacità di costruire delle immagini che hanno una forza pittorica, diciamo fotografica, che spicca anche in sé fuori del racconto. Non è un valore assoluto, ovviamente. Esistono registi capaci di inquadrature icastiche, fortissime, di cui potresti appendere in salotto un fotogramma, che poi non sono capaci di tenere insieme un film e rimanere vicini al pubblico, caldi ed emotivi (il canadese Panos Cosmatos, per citarne uno).

Lanthimos avrebbe insomma potuto fare un film come è capace, con tanti primi piani stupendi che ricordano i dipinti di corte, pieni di figure in posa e gruppi di corpi imbellettati che occupano lo spazio. E lo avrebbe fatto con una composizione precisa che non si annulla nel formalismo estremo, e insieme con la capacità di dirigere gli attori con empatia vera, che è completamente diversa da quella intensità pubblicitaria a narici dilatate di alcuni suoi colleghi. Il bel film gli sarebbe senza dubbio venuto bene, insomma. E il pubblico sarebbe uscito dalla sala beandosi dei lacci dei corsetti e delle froge fumanti dei cavalli.

Ma Yorgos Lanthimos non è un regista classico e nemmeno decorativo. E allora ha girato il film intero stando lontano dal ballo di corte (ne esiste uno ma è assurdo), dalle riverenze, dalle geometrie e dai decori di cui sono ammantati i reali e i film che li mostrano nelle loro stanze. La favorita è un film di corte diverso. È una specie di tragicommedia buffa alla corte della regina, ma è anche una storia di donne, d’amore e di lesbiche come se ne vedono pochissime (soprattutto in questi anni di film di donne tutti “politici” e menosi, tipo Widows di Steve McQueen). Poi è in costume, alla corte di Anna di Gran Bretagna (Olivia Colman), con la Duchessa di Marlborough (Rachel Weisz), Abigail (Emma Stone) e trame amorose e politiche che si annodano magistralmente. A mio parere il film non ha niente che non funzioni, ma quello che funziona di più è la regia brutale che stravolge la prevedibilità del genere.

Sono rare le inquadrature frontali, ortogonali. Ci sono delle panoramiche a schiaffo con fish eye piazzati in un angolo sul soffitto, che in parola povere significa che due nobili del Settecento percorrono un corridoio, e li seguiamo con una specie di telecamera a circuito chiuso nevrotica. Non ci sono banchetti e dettagli minuziosi delle portate, dei vestiti, dei valletti schierati al lavoro, belli o brutti che siano. Lanthimos ha detto di aver preso come riferimento I misteri del giardino di Compton House di Peter Greenaway, un film del 1982 che ha cercato di affrontare lo stesso contesto con altrettanta originalità formale, ma immergendo tutto in una griglia di simboli e sezioni auree che qui non c’è. Questo è un film che riesce a far dimenticare l’ambientazione storica mentre la vive completamente, ma non è mai nemmeno per un momento una cartolina. Ecco, a costo di essere a tratti brutto, La favorita non è mai grazioso. E non è nemmeno un film naturalista, che rende più accessibili i saloni della reggia mostrandoli struccati e polverosi. Perché là in mezzo, tra i putti dorati e le stalle, tra il suonatore di spinetta con le maniche a sbuffo e le anfore di ottone piene di vomito, c’è uno spazio apparentemente piccolo dove Lanthimos è riuscito a far stare un film che ha stile da vendere.

 

Matteo Bordone

Matteo Bordone è nato a Varese negli anni della crisi petrolifera. Vive a Milano con due gatti e molti ciclidi. Lavora da anni a Radio2 Rai e a volte in televisione. Scrive in alcuni posti, tra cui questo, di cultura popolare, tecnologia, videogiochi, musica e cinema.