Il Quirinale da un’accusa all’altra

In un solo giorno, Giorgio Napolitano si libera di un’accusa ignominiosa, e si carica di un altro gesto forte destinato a esporlo di nuovo come bersaglio.
In mattinata si smonta la famosa anzi famigerata “panzana”. Mentre ancora il Fatto si attarda nel disegno di losche trame intorno al patto leonino Napolitano-Berlusconi che sarebbe all’origine delle larghe intese, è bastato interrogare con un po’ di energia la principale propalatrice della tesi – Daniela Santanchè – perché l’intero teorema si sgonfiasse.
Così il tradimento del capo dello stato viene derubricato (per usare una terminologia comprensibile a Travaglio e Padellaro): da patto segreto per garantire a Berlusconi la protezione della sentenze diventa un più generico e aleatorio «clima di pacificazione», che Napolitano si sarebbe impegnato a instaurare intorno al governo Letta senza però riuscire poi nell’intento, lasciando il Pdl vittima di un’atroce disillusione.
Tutto qui. Poca roba. Con simili testimonianze d’accusa avrebbe archiviato perfino il dottor Ingroia, nei suoi anni ruggenti.
Napolitano però è condannato a rimanere sul filo della polemica. E certo ieri era consapevole del rischio, al momento di convocare sul Colle un inconsueto vertice coi capigruppo di maggioranza al senato più i ministri competenti sulle riforme. Obiettivo: sbloccare a palazzo Madama la trattativa sulla riforma elettorale.
Il metodo è obiettivamente discutibile, e infatti ha fatto non discutere ma addirittura ribellare mezzo parlamento, compresa buona parte del Pd che non si sente più in grado di tornare a trattare coi berlusconiani come stava facendo Anna Finocchiaro prima di essere stoppata da Matteo Renzi.
Occhio al merito, però.
Perché Napolitano sa che nessun Porcellinum può più essere digerito dal Pd, che alla camera ha potere di veto. Dunque è legittimo ipotizzare che il capo dello stato si esponga tanto avendo un obiettivo a breve termine (far approvare un testo al senato e quindi disinnescare la pronunzia della Corte costituzionale, magari fino al punto del rigetto del ricorso), consapevole che un primo testo inevitabilmente brutto non potrà che essere capovolto a Montecitorio.
Insomma, un modo per abrogare comunque intanto il Porcellum e sbloccare un iter che fino all’altroieri era impantanato. Vedremo. Certo il prezzo da pagare, per il capo dello stato, è alto.

Stefano Menichini

Giornalista e scrittore, romano classe 1960, ha diretto fino al 2014 il quotidiano Europa, poi fino al 2020 l’ufficio stampa della Camera dei deputati. Su Twitter è @smenichini.