Il complesso dei giornalisti

Partiamo dalla fine del “paradigma Marchionne”. Per dimostrare quanto sia fragile, preoccupante, insostenibile. Partiamo dal prodotto auto, cioè.
Da diversi mesi sui giornali campeggia la pubblicità di due cavalli di battaglia del parco veicoli Volkswagen quali la Golf e la Polo. Lo slogan relativo alla prima è lapidario: “Semplicemente Golf”. Quello per la Polo, altrettanto: “Inconfondibilmente Volkswagen”.
A quali vetture Fiat sarebbe mutuabile una simile pubblicità? Verosimilmente a nessuna. Perché, a differenza della Volkswagen, la Fiat non ha una identità industriale altrettanto forte, inequivocabile, evocativa di solidità ed eccellenza del manufatto.

Per Volkswagen parlano essenzialmente le auto, belle e durevoli. E basta. Per Fiat, invece, a turno, parlano in tanti: la famiglia Agnelli e i suoi periodici contrasti interni; la conflittualità sindacale; le intricate logiche finanziarie a monte (per il controllo societario) e a valle (nel rapporto con le banche, per gli aiuti di Stato, eccetera); ma soprattutto, negli ultimi tempi, parla con i suoi ultimatum l’ubiquo e plenipotenziario amministratore delegato Sergio Marchionne. Che ha una concezione, a mio avviso, profondamente sbagliata di come si fa impresa, di come si governa la globalizzazione, di come si intrattengono le relazioni industriali, di come si comunica. E poiché ci sono robuste argomentazioni per confutarla su ciascuno di questi e altri punti, sarebbe stato auspicabile alimentare un bel dibattito. In televisione, innanzitutto.

Invece, come di solito accade nel nostro Paese alla ricerca perenne di “leader”, invece di discutere nel merito ci si è messi ad inseguire, ingigantire e mitizzare ogni cosa che Marchionne dice. Lo hanno fatto quasi tutti i politici di entrambi gli schieramenti, che una volta di più hanno rivelato la loro imperdonabile ignoranza sui temi economici (quando pronunciano, poi, la famigerata parola “competitività” rasentano il ridicolo, tanto è evidente come non sanno assolutamente nulla cosa davvero significhi e quali implicazioni sociali ed economiche abbia). E lo hanno fatto, naturalmente, i media, dove pigrizia intellettuale, incompetenza e una diffusa propensione al servilismo di grossa fetta del giornalismo economico creano un “combinato disposto” esplosivo. Condivido, in proposito, quanto scrive Paolo Madron nel suo libro “Il lato debole dei poteri forti” quando definisce «gli immancabili giornalisti una categoria che sembra trovare nella contiguità col potere un parziale lenimento al complesso d’inferiorità che l’affligge. In fondo, dare del tu a un potente può funzionare come giusto compenso al fatto di averne magnificato le gesta per anni, seduti a un grigio tavolo di redazione».

Se solo certi giornalisti, soprattutto televisivi, studiassero un po’ e non soffrissero di timore reverenziale verso il potente di turno, sarebbe molto utile oltre che suggestivo rendere comprensibile ai più l’economia e le sue dinamiche e sbugiardare le panzane. Invece non succede. Mai che fossero o dessero perlomeno l’impressione di “essere in pensiero”, per riprendere una felice espressione dedicata al ricordo di Elvira Sellerio.
Si mettono di solito dirimpetto alcuni vanagloriosi di varia estrazione che dicono gli uni tutto il contrario degli altri, il giornalista conduttore non ha alcuna cultura economica per intervenire, capacità di moderare il dibattito, volontà di ricondurlo alla sua giusta traccia (anzi se si “deraglia” e si fa un po’di baldoria è meglio così magari salgono gli ascolti) e tutto finisce con il trionfo del “paradigma Marchionne”. Ossia del paradigma di come un “uomo forte”, in questo caso un manager che mostra di non aver paura di osare (benché a mio avviso, ripeto, incamminato su una strada profondamente errata perché sbaglia sempre chi pensa di poter andare avanti a lungo con gli aut aut), stia squarciando l’ultimo velo, ormai, sulla mediocrità della nostra classe dirigente.

Francesco Maggio

Economista e giornalista, già ricercatore a Nomisma e a lungo collaboratore de Il Sole24Ore, da molti anni si occupa dei rapporti tra etica, economia e società civile. Tra i suoi libri: I soldi buoni, Nonprofit (con G.P. Barbetta), Economia inceppata, La bella economia, Bluff economy. Email: f.maggio.fm@gmail.com