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  • Martedì 9 giugno 2026

L’Ungheria vuole indietro i fondi pubblici spesi da Orbán per favorire la sua cerchia

L'agenzia anticorruzione stima siano 160 miliardi di euro e per rintracciarli utilizzerà anche l'intelligenza artificiale

Viktor Orbán durante il discorso in cui ha riconosciuto la sconfitta alle elezioni, il 12 aprile a Budapest
Viktor Orbán durante il discorso in cui ha riconosciuto la sconfitta alle elezioni, il 12 aprile a Budapest (AP Photo/Petr David Josek)
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In questi giorni Ferenc Biró, il capo di un ente ungherese di sorveglianza sulla corruzione, ha diffuso una stima sui fondi pubblici spesi impropriamente nei 16 anni in cui è stato primo ministro Viktor Orbán. La stima è di 168 miliardi di euro, tantissimi: per dare un’idea, il Prodotto interno lordo ungherese è intorno ai 200 miliardi di euro.

Orbán ha governato in modo semi-autoritario dal 2010 allo scorso maggio, quando ha perso le elezioni contro il leader dell’opposizione Péter Magyar. Aveva infiltrato in profondità lo stato e l’economia, stabilendo un sistema clientelare che distorceva le risorse dello stato per ricompensare alleati e amici. Varie importanti aziende sono finite sotto il controllo di persone vicine a Orbán ed è stata favorita la concentrazione di grossi conglomerati per condizionare il mercato. Orbán ha usato i fondi pubblici per consolidare questo sistema, favorendo chi faceva parte della sua cerchia e penalizzando chi rifiutava le sue condizioni.

Uno dei principali obiettivi di Magyar è smantellare questo sistema, anche rimuovendo le tante persone piazzate da Orbán nelle istituzioni e nelle aziende pubbliche: ha promesso di farlo con metodi drastici, se non se ne andranno spontaneamente.

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La stima di Biró è coerente con quella di precedenti inchieste giornalistiche sull’arricchimento di persone vicine a Orbán attraverso vari sistemi, tra cui appalti pilotati. Oltreché per la cifra enorme, se ne sta parlando perché Biró ha detto al Financial Times che verrà usata l’intelligenza artificiale per scoprire dove sono finiti i soldi e per impostare le indagini. Biró ritiene che la maggior parte dei soldi sia all’estero e che i trasferimenti siano aumentati nel 2025 per via del timore, fondato, di una sconfitta di Orbán alle elezioni.

Péter Magyar porta alcuni giornalisti a visitare l'interno dei palazzi governativi allestiti da Orbán, il 16 maggio a Budapest

Péter Magyar porta alcuni giornalisti a visitare l’interno dei palazzi governativi allestiti da Orbán, il 16 maggio a Budapest (Janos Kummer/Getty Images)

L’ente anticorruzione, che si chiama Autorità ungherese per l’Integrità, è indipendente dal governo, che ha cercato di ostacolare le sue attività negli anni di Orbán. Per esempio, quando nel 2025 Biró fece un rapporto critico sulla centralizzazione degli appalti, vennero perquisiti gli uffici dell’Autorità, secondo Biró nel tentativo di intimidirlo. Oppure ha raccontato che a sua moglie era stato offerto un incarico molto remunerativo, in quel caso per ammansirlo.

L’Autorità era stata istituita nel 2022, dunque quando c’era Orbán, come parte delle riforme – spesso cosmetiche – con cui il primo ministro cercava di farsi trasferire i fondi europei bloccati per la scarsa trasparenza con cui venivano spesi e per le violazioni dello stato di diritto messe in atto dai suoi governi.

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Poco dopo essere entrato in carica Magyar si è accordato con l’Unione Europea per sbloccare 16 miliardi di euro di fondi congelati, vincolati a un piano di riforme. Tra queste c’è l’impegno a collaborare con l’Autorità e l’adesione dell’Ungheria alla Procura europea (EPPO), che può indagare sui casi di corruzione o utilizzo improprio dei fondi europei (come sta avvenendo per esempio in Grecia). Infine Magyar ha promesso di creare un nuovo ente finalizzato proprio al recupero dei fondi distorti da Orbán.

Il risanamento dell’economia è una delle priorità di Magyar, insieme alla lotta alla corruzione. Tra le principali ragioni della sconfitta di Orbán c’erano la stagnazione dell’economia e le condizioni di vita, che non hanno tenuto il passo della crescita di altri paesi che, quand’erano entrati nell’Unione Europea, erano messi come o peggio dell’Ungheria, come Polonia, Cechia e Slovacchia.

Per dare un segnale, in questi giorni il parlamento ungherese (dove il partito di Magyar ha una maggioranza di due terzi) ha votato all’unanimità per decurtare del 40 per cento lo stipendio dei parlamentari.