Tra Trump e Netanyahu le cose non vanno benissimo
Gli ultimi attacchi hanno ribadito che tra i due alleati ci sono grandi differenze su chi decide cosa nella guerra in Medio Oriente

Dopo che domenica l’Iran aveva lanciato alcuni missili balistici contro Israele, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dato un’intervista al Financial Times. Nell’intervista, tra le altre cose, Trump chiedeva al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di non rispondere alle provocazioni iraniane, per timore di mettere a repentaglio il cessate il fuoco in vigore tra Stati Uniti e Iran, e si diceva convinto che Netanyahu gli avrebbe obbedito: sulla guerra in Medio Oriente «sono io che decido, non lui».
Netanyahu però ha attaccato ugualmente l’Iran, ignorando le richieste di Trump. Le cose sono poi rientrate nelle ore successive, ma hanno mostrato quanto la guerra in Medio Oriente abbia generato differenze e tensioni tra Trump e Netanyahu.
Queste differenze esistono fin dall’inizio, soprattutto negli obiettivi: è sempre stato chiaro che Trump, attaccando l’Iran, sperava in una guerra che gli consentisse una vittoria rapida sul modello di quella ottenuta in Venezuela a gennaio, quando con una operazione militare mirata gli Stati Uniti avevano catturato l’allora presidente venezuelano Nicolás Maduro. Netanyahu, invece, è sempre stato pronto a una guerra lunga, e a fare di tutto per distruggere o indebolire il più possibile le due minacce che ritiene esistenziali: il regime iraniano e il suo alleato in Libano, Hezbollah.
Queste differenze però si sono amplificate con l’inizio del cessate il fuoco (o meglio dei due cessate il fuoco collegati, quello in Iran e quello in Libano). Dopo mesi di combattimenti piuttosto infruttuosi, Trump ormai vuole porre fine alla guerra nella maniera più rapida possibile senza perdere troppo la faccia, e spinge Netanyahu affinché faccia lo stesso.

Netanyahu e Trump a Mar-a-Lago, Florida, dicembre 2025 (AP Photo/Alex Brandon)
La posizione di Netanyahu è invece più complicata. All’interno di Israele il primo ministro è accusato di non aver ottenuto gli obiettivi di guerra.
Secondo un sondaggio del centro studi israeliano Institute for National Security Studies, il 49 per cento della popolazione ritiene che Israele abbia perso o perderà la campagna militare contro l’Iran, contro il 41 per cento che ritiene che Israele abbia vinto o vincerà. Il 37 per cento della popolazione si ritiene soddisfatto dei risultati militari ottenuti da Netanyahu, e in generale c’è una grande porzione dell’opinione pubblica – soprattutto tra l’elettorato di destra, quello più vicino al primo ministro – secondo cui Israele dovrebbe continuare la guerra.
Netanyahu subisce inoltre la pressione sia degli alleati estremisti del suo governo sia dell’opposizione: in Israele in questo momento l’opposizione al governo è composta soprattutto dalla destra non populista, che anziché essere contraria alla guerra la sostiene. I due principali leader della coalizione di opposizione, Naftali Bennett (destra) e Yair Lapid (centro) hanno entrambi criticato Netanyahu per non aver agito abbastanza risolutamente contro l’Iran.
Netanyahu vorrebbe quanto meno trattare in maniera distinta i due fronti, quello dell’Iran, in cui potrebbe accettare un cessate il fuoco, e quello del Libano, che è più vicino e in cui vorrebbe continuare la guerra. Ma questo è un punto inaccettabile per l’Iran, e anche Trump non sembra disposto ad accontentare il suo alleato, per paura di far saltare un accordo di pace complessivo.
Queste difficoltà interne si traducono in una differenza fondamentale di obiettivi e piani politici con Trump.
Le tensioni sono sempre più frequenti: la settimana scorsa Trump era riuscito – questa volta con successo – a impedire un attacco israeliano contro la capitale libanese Beirut, in una telefonata in cui i due si erano presi a urla e male parole. Trump ha poi confermato ai giornalisti di aver detto a Netanyahu che era «completamente pazzo», che a causa sua tutti odiano Israele e che è soltanto merito di Trump se Netanyahu non è già in prigione. Quest’ultimo riferimento riguarda il fatto che la guerra e il sostegno degli Stati Uniti hanno finora consentito al primo ministro israeliano di posticipare e rallentare i processi per corruzione a suo carico.
È difficile però che queste tensioni portino a una rottura tra Stati Uniti e Israele, o a un peggioramento generale dei rapporti. Da un lato Israele sa di non poter fare a meno degli Stati Uniti dal punto di vista militare, e che non potrebbe proseguire da solo la guerra contro l’Iran. Negli Stati Uniti invece il Partito Repubblicano rimane saldamente filoisraeliano, e l’amministrazione Trump non sembra intenzionata a usare ulteriori metodi di pressione su Israele come potrebbe essere la minaccia di tagliare gli aiuti militari.



