Il primo tifoso dei New York Knicks
La squadra della sua città è sempre stata centrale nella vita e nei film di Spike Lee, che sta già organizzando i festeggiamenti per queste finali di NBA

Durante la terza partita delle finali di NBA giocata lunedì, il regista Spike Lee si è presentato al Madison Square Garden con un abbigliamento che superava l’asticella del fanatismo. Indossava una canotta dei New York Knicks autografata da un suo amico, Papa Leone XIV, con tanto di nome e numero 14 ricamati sul retro; e portava delle scarpe che Nike ha realizzato appositamente per lui: un paio di Air Jordan blu e arancioni, come i colori della squadra di casa.
Non è una novità per Lee, che è un tifoso sfegatato dei Knicks da moltissimi anni e ha raccontato in più occasioni che il suo umore dipende anche dai risultati della sua squadra del cuore. Segue le partite al Madison Square Garden da quando è un bambino, non ha timore a litigare platealmente con i giocatori delle squadre avversarie ed è stimatissimo dai tifosi, che lo considerano a tutti gli effetti uno di loro. Di più: Lee è diventato una specie di archetipo del tifoso dei Knicks, sfiduciato da anni di pesanti insuccessi ma sempre disposto a sostenere la squadra.
Questa passione ha influenzato profondamente l’estetica e la scrittura dei suoi film, che contengono quasi sempre un qualche riferimento alla pallacanestro o ai Knicks.
Com’è facile intuire, Lee ha vissuto gli ultimi giorni con un coinvolgimento emotivo ancora più profondo del solito: i Knicks non raggiungevano le finali da 27 anni e non vincono un titolo di NBA dal 1973, quando nella lega non era stato ancora introdotto il tiro da 3 punti. In una recente intervista si è detto cautamente ottimista, e ha raccontato di aver già pianificato i festeggiamenti: «Andrò in mezzo alla gente, in mezzo ai miei fratelli e alle mie sorelle. Sarà una notte memorabile, che passerà alla storia di New York». Le finali si giocano al meglio delle 7 partite: al momento i Knicks ne hanno vinte due, i San Antonio Spurs una. Vince chi arriva prima a quattro.

Spike Lee e l’attore Denzel Washington durante una partita tra Los Angeles Lakers e New York Knicks, nel 2005 (Kevin Reece/WireImage)
Gli aneddoti sulla fissazione di Lee per i Knicks sono tantissimi. Nel 2020, intervistato dal programma First Take, raccontò di aver speso in media 300mila dollari a stagione per assicurarsi il suo consueto (e costosissimo) posto in prima fila al Madison Square Garden. Ai tempi era al suo 28esimo anno di abbonamento, e stimò di aver speso circa 10 milioni di dollari solo per assistere alle partite dei Knicks. «Sembro uno stupido, lo so», disse ridendo.
Nella stessa stagione litigò con un addetto alla sicurezza dei Knicks che gli vietò di entrare al Madison Square Garden dall’ingresso che usava abitualmente: quello sulla 33esima strada, riservato ad addetti stampa, dipendenti e vip. «Mi sono messo le mani dietro la schiena e gli ho detto di arrestarmi, come hanno fatto con mio fratello Charles Oakley», raccontò Lee citando una vecchia gloria dei Knicks che nel 2017 fu portato via dal palazzetto dopo una discussione finita a spintoni.
È uno dei tanti esempi dell’esuberanza di Lee, che quando si trova al Madison Square Garden per guardare una partita dei Knicks sa essere tutto meno che diplomatico. Negli anni è stato protagonista di diversi episodi di trash talking, come viene chiamato in inglese un tipo di comunicazione che nello sport mira a far innervosire o intimorire l’avversario.
Il caso più famoso accadde il 1° giugno del 1994, durante la quinta gara delle finali di East Conference tra Knicks e Indiana Pacers. Lee era seduto come sempre tra le prime file e rimase tutto sommato tranquillo fino alla fine del terzo quarto, che si chiuse con i Knicks in vantaggio per 70 a 58. Le cose cambiarono nella successiva e ultima frazione di gioco, quando la guardia avversaria Reggie Miller segnò 25 punti e portò i Pacers alla vittoria.
Lee insultò Miller per tutto il tempo, rivolgendogli improperi pesantissimi e tirando in ballo anche sua sorella, la cestista Cheryl Miller. Il giocatore reagì mimando il gesto dello strozzamento e lasciandogli intendere che “si sarebbero visti dopo”. Oggi Miller e Lee sono buoni amici.
Se l’amore di Lee per i Knicks è risaputo, lo è altrettanto il suo profondo disprezzo per i Boston Celtics. Lee dice senza troppi problemi di «odiarli», e negli anni ha avuto battibecchi molto accesi con alcuni tra i giocatori più rappresentativi della squadra, come Paul Pierce e Kevin Garnett, che quando segnavano al Garden non perdevano occasione per provocarlo esultandogli in faccia.
Una volta litigò anche con Kobe Bryant, mentre negli anni Novanta ebbe molti scontri verbali con Michael Jordan, il giocatore di pallacanestro più forte di tutti i tempi: a volte con toni scherzosi e complici, altre con più agonismo. Nella vita di tutti i giorni Lee e Jordan erano buoni amici (tra gli anni Ottanta e Novanta collaborarono in una serie di spot pubblicitari di enorme successo), ma quando i Knicks giocavano contro i Chicago Bulls cambiava tutto. «Ogni volta che venivano a New York, io e Mike litigavamo. A un certo punto mi disse “Metti a sedere il tuo secco culo nero”», ha raccontato.
Nei suoi film Lee racconta spesso e volentieri storie che hanno a che fare con la pallacanestro, che in molti casi è stata lo spunto per parlare di questioni più universali e importanti, dal razzismo sistemico agli aspetti meno conosciuti della storia della comunità afroamericana.
Il caso più famoso è quello di He Got Game (1998): il protagonista del film – interpretato dal giocatore Ray Allen – si chiama Jesus Shuttlesworth, un omaggio al playmaker Earl Monroe, noto anche col soprannome di “Black Jesus”. Monroe faceva parte della formazione con cui i Knicks vinsero per l’ultima volta l’NBA, 53 anni fa.
Una citazione ai Knicks compare anche in Lola Darling (1986), il primo vero film diretto da Lee. È incentrato sugli intrecci sentimentali della protagonista, un’artista afroamericana che lavora nella pubblicità; è girato interamente in bianco e nero, fatta eccezione per una singola scena a colori, ed è prodotto dalla sua società: la 40 Acres & A Mule Filmworks, nome che ricorda quanto fu promesso e non dato agli schiavi neri dopo la Guerra civile americana. Nel film Lee (che è anche un bravo attore) interpreta Mars Blackmon, un giovane immaturo, disoccupato e appassionatissimo dei Knicks.

Spike Lee al Madison Square Garden nel 1994 (Linda Cataffo/Getty)
Nel 2014 diresse anche un documentario dedicato a Phil Jackson, che prima di vincere da allenatore sei titoli NBA con i Chicago Bulls e cinque con i Los Angeles Lakers era stato per 8 anni un giocatore dei Knicks (anche lui, come Monroe, faceva parte della formazione del 1973). Jackson era da poco diventato presidente dei Knicks, incarico che avrebbe svolto fino al 2017.
L’intento del documentario, intitolato What Is the Triangle Offense: A Spike Lee Orange and Blue Skies Joint, era spiegare ai tifosi lo schema di gioco per cui Jackson e il suo collaboratore Tex Winter diventarono famosi, il cosiddetto “triangolo offensivo”.
In un recente articolo scritto per il New York Times, Lee ha raccontato che la passione per i Knicks gli fu trasmessa dal padre, il jazzista Bill Lee. Da bambino riuscì spesso a intrufolarsi nel Madison Square Garden senza biglietto, ma l’8 maggio 1970 non ne ebbe bisogno.
Quella sera i Knicks giocarono la gara 7 delle finali NBA contro i Los Angeles Lakers, e Lee ricevette un biglietto in regalo da Peter Eikenberry, l’avvocato del padre. La squadra gli regalò un’altra gioia tre anni dopo, battendo nuovamente i Lakers.
Lee era in prima fila al Madison Square Garden anche durante la quinta e ultima partita delle finali del 1999, che i Knicks persero contro gli Spurs: uscì in lacrime. «Non credo che gli dei del basket ci lasceranno vincere la partita decisiva a San Antonio», ha scritto Lee, che si è sbilanciato pronosticando la data della partita decisiva. «Per decreto di Dio, Geova, Allah, Black Jesus o come lo si voglia chiamare, il 16 giugno dell’anno del Signore 2026, i New York Knicks sconfiggeranno i San Antonio Spurs in Gara 6 nell’arena più famosa del mondo».
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