In Perù lo spoglio delle presidenziali è arrivato al 95 per cento, e fra i due candidati c’è meno di un punto di scarto

Un edicolante della capitale peruviana Lima con una copia di un giornale che titola «La battaglia è voto a voto», in mezzo alle foto dei candidati al ballottaggio, 8 giugno (AP Photo/Rodrigo Abd)
Un edicolante della capitale peruviana Lima con una copia di un giornale che titola «La battaglia è voto a voto», in mezzo alle foto dei candidati al ballottaggio, 8 giugno (AP Photo/Rodrigo Abd)

In Perù lo spoglio del ballottaggio per le presidenziali che si è tenuto domenica 8 giugno è arrivato a poco più del 95 per cento e non è ancora chiaro chi abbia vinto: i due candidati sono Keiko Fujimori, del partito di destra Forza Popolare, alla sua quarta candidatura e figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori, e Roberto Sánchez, del partito di sinistra Insieme per il Perù. Per ora Sánchez è poco al di sopra del 50 per cento, con un vantaggio di alcune migliaia di voti rispetto a Fujimori. Per il risultato potrebbero essere determinanti i voti dei peruviani all’estero, che sono il 4,4 per cento dell’intero corpo elettorale.

Il primo turno si era svolto il 12 aprile e per avere i risultati definitivi c’era voluto quasi un mese: i molti ritardi nel conteggio avevano portato alle dimissioni del capo dell’ufficio elettorale nazionale. In quel caso lo spoglio era però molto più complicato, dato che i candidati erano 35, e il risultato era stato molto frammentato: alla fine Fujimori era risultata la più votata con il 17,2 per cento, Sánchez il secondo con il 12 per cento.

In Perù votare è obbligatorio per i cittadini fra i 18 e i 70 anni, e gli elettori registrati sono circa 27 milioni. Il presidente è sia capo di stato che di governo, e viene eletto in modo diretto ogni cinque anni. Gli ultimi tre però sono tutti arrivati alla carica tramite successione costituzionale per la rimozione dei loro predecessori: quello uscente è José Maria Balcázar, in carica da febbraio. Da anni nel paese c’è enorme instabilità politica: chi vince sarà la decima o il decimo presidente del paese in dieci anni, e dovrà gestire la diffusa sfiducia nelle istituzioni e la crescente preoccupazione per l’insicurezza e le violenze della criminalità organizzata.

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