• Mondo
  • Domenica 24 maggio 2026

L’uomo che ha trasformato Lubiana

Dopo vent'anni da sindaco della capitale slovena, Zoran Janković ha pochi eguali nella storia contemporanea europea

Zoran Janković nel 2012 (AP Photo/Matej Leskovsek)
Zoran Janković nel 2012 (AP Photo/Matej Leskovsek)
Caricamento player

Quando si chiede a Zoran Janković cosa succederà a Lubiana quando non sarà più sindaco, lui spesso risponde con una battuta che faceva anche Tito, il presidente della Jugoslavia, negli ultimi anni di vita: «Chiedetemelo l’anno prossimo». Janković ha 73 anni, e da venti governa la più importante città slovena: nessuno è in carica da più tempo di lui come sindaco di una capitale europea, e nella storia contemporanea è superato soltanto da Michael Häupl, sindaco di Vienna tra il 1994 e il 2018.

Dal 2006 ha vinto le elezioni cinque volte, sempre con una maggioranza schiacciante. La volta che è andato peggio, nel 2014, ottenne il 57 per cento delle preferenze al primo turno. Le prossime elezioni sono questo autunno, e pochi giorni fa ha annunciato che intende ricandidarsi, anche perché in Slovenia non esistono limiti al numero di mandati di un sindaco.

Questa stabilità, e il fatto di aver sempre ottenuto una solida maggioranza in consiglio comunale, hanno permesso a Janković di trasformare completamente la città. La sua amministrazione è fiera di quello che è riuscita a fare fino a oggi: «Io a Lubiana ci sono nato, ed è sempre stata una città carina, ma storicamente era davvero noiosa», dice al Post Dejan Crnek, vicesindaco dal 2014. «Dal 2006 nessuno può negare che la qualità della vita sia nettamente migliorata: il centro è completamente pedonale, le aree verdi abbondano, le strade sono pulite. La gente non se ne vuole più andare».

Una delle passerelle pedonali costruite sulla Ljubljanica (Viola Stefanello/il Post)

Janković è uno dei politici più noti e popolari in Slovenia, e anche uno dei più controversi. La sua carriera è stata segnata da scandali mai del tutto risolti: negli ultimi vent’anni è stato accusato ripetutamente di nepotismo, opacità nella gestione degli appalti, abuso di potere e corruzione. Ha affrontato diversi procedimenti giudiziari — comprese alcune perquisizioni domiciliari — ma non è mai stato condannato. Janković ha anche più volte criticato pubblicamente i giornalisti che avevano lavorato a inchieste su di lui o sulla sua famiglia.

A gennaio di quest’anno, poi, è stato al centro di una grossa polemica a livello nazionale per aver espresso sostegno nei confronti del presidente serbo Aleksandar Vučić, un politico nazionalista e che governa in modo autoritario, durante le proteste studentesche contro il suo governo. Che i due andassero d’accordo era già noto: Janković è nato in territorio serbo quando faceva ancora parte della Jugoslavia, e ha mantenuto nel tempo forti legami con la regione.

– Leggi anche: Il più vecchio cinema di Belgrado è un posto unico

Il rapporto con Vučić si era consolidato nel tempo su basi sia personali che di affari, al punto che già nel 2022 il presidente serbo aveva detto che gli sarebbe piaciuto avere Janković come candidato sindaco di Belgrado. Da un punto di vista puramente legale sarebbe stato possibile, dato che Janković è per metà serbo da parte di padre ed è nato in un piccolo villaggio della Serbia, ai tempi della Jugoslavia. Nell’aprile del 2025, poi, Vučić disse pubblicamente di avergli offerto la carica di primo ministro della Serbia. Janković smentì che fosse vero, ma ha continuato a collaborare con Vučić, per esempio nell’organizzazione dell’Esposizione internazionale di Belgrado del 2027.

Una mappa di Lubiana, nel centro storico (Viola Stefanello/il Post)

Janković si è sempre presentato come un uomo di sinistra. Prima di diventare sindaco si era già fatto un nome come CEO di Mercator, la più grande catena di supermercati della Slovenia, di proprietà del governo fin dai tempi della Jugoslavia. Sotto la sua guida l’azienda uscì da un lungo periodo di crisi e crebbe notevolmente, acquisendo decine di concorrenti e diventando una delle più importanti catene dei Balcani.

«Era considerato un “direttore rosso”», ricorda Aljaž Pengov Bitenc, uno dei più noti commentatori politici sloveni, collaboratore regolare del quotidiano Siol e di vari podcast e programmi radio di attualità. «Tuttora, se gli chiedi quali sono i suoi valori, non metterà al primo posto le libertà civili: metterà i valori socialdemocratici, la sanità, il lavoro. Rivendica le radici antifasciste di Lubiana, parla con affetto di Tito. Spunta tutte le caselle del politico di centrosinistra sloveno mainstream, ma non è in alcun modo un progressista». Il suo stile, aggiunge Pengov Bitenc, è quello di «un uomo forte, in un modo a tratti molto tossico».

Janković fu rimosso dalla guida di Mercator, ufficialmente senza particolari colpe o ragioni, nel 2005, poco dopo l’elezione a primo ministro di Janez Janša. Molti osservatori diedero ragione alla versione di Janković, secondo cui Janša aveva orchestrato la sua rimozione dal ruolo di direttore di Mercator come parte di un più ampio accordo politico. «A quel punto, con un sacco di soldi e di tempo tra le mani, decise di entrare in politica», riassume Pengov Bitenc.

A Lubiana le elezioni erano l’anno dopo. Come per molte altre città dell’ex blocco sovietico, la transizione al capitalismo negli anni Novanta aveva portato a uno sviluppo edilizio frammentato e a un certo degrado del centro storico: il piano urbanistico della città, ovvero il documento che stabilisce cosa si può costruire e dove, era scaduto nel 2000 e non era più stato aggiornato, e le decisioni in merito venivano quindi spesso prese in base a favoritismi e clientelismo. In questo contesto, Janković si candidò a sindaco promettendo che avrebbe trasformato la città come aveva già fatto con Mercator.

Il centro storico di Lubiana, nel marzo del 2026 (Viola Stefanello/il Post)

«Tantissime persone lo votarono per via delle sue promesse, naturalmente», dice Pengov Bitenc. «Ma molti di loro lo fecero anche come reazione contro Janša, che all’epoca basava molta della propria retorica sulle differenze tra Lubiana e le zone rurali, dove stava gran parte della sua base elettorale. E quindi i cittadini si dissero: “sai cosa? Ora voterò per questo tizio che hai fatto licenziare e che evidentemente non ti piace”». Da allora, secondo Pengov Bitenc, molto del potere e della legittimazione politica di Janković si sono basati su questa contrapposizione a Janša, che nel frattempo si è spostato sempre più a destra.

Una volta eletto, Janković fece una cosa insolita. Prima ancora di insediarsi affittò un ufficio in centro e invitò i cittadini a venire a raccontargli come immaginavano Lubiana nei successivi cinque, dieci, quindici anni. Dalle risposte nacque la “Vision 2025”, un documento strategico con 22 grandi progetti, ciascuno con una data di completamento. «Così i cittadini potevano verificare se stava dicendo la verità o no», spiega Crnek, il vicesindaco.

La trasformazione più visibile è stata la pedonalizzazione del centro storico. Prima del 2007 le auto attraversavano liberamente il centro e potevano parcheggiare a pochi metri dalla piazza principale, Prešernov trg. Quasi il 60 per cento degli spostamenti in centro avveniva in auto. Janković cominciò proprio vietando il passaggio per Prešernov trg ai veicoli motorizzati, salvo quelli dedicati alle consegne, che possono circolare tra le 6 e le 10 del mattino. Oggi a essere pedonale non è solo Prešernov trg, ma anche le strade che la circondano, le rive del fiume Ljubljanica e il grande viale Slovenska, che taglia il centro da nord a sud. La zona pedonale copre una superficie di oltre 200mila metri quadrati, come 28 campi da calcio: è cresciuta del 620 per cento rispetto al 2007.

– Leggi anche: L’inquinamento acustico delle città è molto sottovalutato

«All’inizio ci fu molta opposizione», racconta Crnek. «Organizzammo decine di incontri con i commercianti, i ristoratori, gli abitanti. Adesso nessuno vuole più le auto». Secondo i sondaggi più recenti, il 90 per cento dei residenti è favorevole alla pedonalizzazione del centro. Gli spostamenti in auto sono scesi dal 60 al 42 per cento del totale, in dieci anni.

Ciclisti percorrono una delle vie centrali di Lubiana (Viola Stefanello/il Post)

Per il resto, la Lubiana di oggi è una città a misura di pedone e di bicicletta. Lungo il fiume ci sono bar e ristoranti con i tavolini all’aperto, mercati, librerie. Negli ultimi vent’anni sono stati inaugurati sette nuovi ponti pedonali che collegano le due sponde. Il sistema di bike sharing BicikeLJ ha stazioni in tutto il centro, e per chi non vuole o non può camminare ci sono i Kavalir, piccoli veicoli elettrici gratuiti che portano i passeggeri ovunque nella zona chiusa al traffico. Da qualunque punto della città, dice Crnek, «in cinque o dieci minuti a piedi sei in un’area verde». Il Comune ha piantato dodicimila alberi in occasione della nomina a Capitale Verde Europea nel 2016 — uno per ogni dipendente dell’amministrazione — e oggi il 75 per cento del territorio comunale è classificato come area verde, con 560 metri quadrati di verde per abitante; la città italiana con più verde, Trento, ne ha circa 400.

A queste trasformazioni si è affiancata una crescente attenzione da parte dei turisti. Nel 2014 Lubiana registrava circa 1,17 milioni di pernottamenti l’anno, in larga parte per viaggi d’affari. Dieci anni dopo, nel 2024, il dato era più che raddoppiato, raggiungendo i 2,6 milioni di pernottamenti, e la città veniva inserita regolarmente nelle liste delle città europee consigliate per gli appassionati di viaggi. Oggi la capitale, che ha poco meno di 300mila residenti, rappresenta da sola un quinto di tutti i pernottamenti turistici della Slovenia.

– Leggi anche: Si può essere turisti responsabili?

Come è successo in molte altre città, questo nuovo flusso di turisti ha portato a un innalzamento dei costi degli affitti, rendendo soprattutto il centro meno accessibile per gli studenti e le famiglie a reddito medio-basso. Un sondaggio recente mostra che il 75 per cento dei residenti ha ancora un atteggiamento positivo verso il turismo, ma le tensioni sono in crescita.

Come risposta, il Comune sta lavorando alla costruzione di nuovi alloggi pubblici: l’obiettivo dichiarato è arrivare a diecimila unità; oggi sono circa cinquemila. A questo si accompagna una misura pensata dal governo nazionale sloveno, che di recente ha limitato gli affitti brevi – come quelli con Airbnb – a sessanta giorni l’anno. Lubiana ha scelto di concentrarli tutti in luglio e agosto, quando gli studenti non ci sono e i residenti sono in vacanza.

Nel 2019 uno studio dei ricercatori Anđelina Svirčić Gotovac e Boštjan Kerbler ha riconosciuto che tutte queste trasformazioni non sarebbero state possibili, quanto meno in un periodo di tempo così ridotto, se non fosse stato per un’amministrazione locale decisa e stabile.

Quando si chiede a Pengov Bitenc, l’analista politico, se Lubiana negli ultimi vent’anni è migliorata, lui risponde: «Oh certo, assolutamente. Ma la barra di partenza era bassissima». A suo avviso, il sistema che sorregge Janković a questo punto è talmente solido e rodato che continuerà a fare il sindaco «fino a quando non viene portato via dal municipio, o in manette o in una bara».

Una donna passa in bicicletta di fronte a dei manifesti elettorali di Zoran Janković vandalizzati, nel 2014 (EPA/Antonio Bat)

In Slovenia non esiste un livello amministrativo intermedio tra quello nazionale e quello locale: i 212 comuni del paese sono governati da sindaci che concentrano in sé anche i poteri del presidente del consiglio comunale. Le aziende pubbliche — quelle dell’acqua, dei rifiuti, del trasporto — sono il principale serbatoio di posti e favori della città, distribuite trasversalmente, anche all’opposizione. La società dei rifiuti e quella del trasporto pubblico, spiega per esempio Pengov Bitenc, sono considerate territorio della destra: i loro vertici tendono a essere vicini ai partiti avversari di Janković, che a sua volta non interferisce. «Tutti ottengono qualcosa. E, di conseguenza, nessuno ha un vero incentivo ad opporglisi: non c’è nessuna alternativa forte e visibile a Janković, in città».

In passato Janković provò a uscire da questa dimensione cittadina e passare alla politica nazionale. Nel 2011, mentre la Slovenia era in piena crisi economica, fondò un nuovo partito dal nulla in sei settimane, Slovenia Positiva, proponendosi come candidato contro le misure di austerità, che Janša invece sosteneva. Vinse le elezioni con il 28,51 per cento dei voti, diventando il primo partito del paese, ma non riuscì a trovare un compromesso con gli altri partiti di sinistra per formare il governo e non ottenne i voti necessari per diventare primo ministro. Nei mesi successivi il suo partito si sgretolò progressivamente, e Janković tornò a occuparsi di Lubiana. Da quel momento in poi, dice Pengov Bitenc, il suo ruolo nazionale «non ha fatto che ridursi».

Il servizio di bike-sharing comunale di Lubiana (Viola Stefanello/il Post)

È in questo contesto che va letta anche la questione della corruzione. Secondo Pengov Bitenc, Janković conduce un tipo di politica molto transazionale e basata sulla lealtà personale, più che sulla competenza. «Credo che sia sincero quando dice che non crede che ciò che fa sia effettivamente corrotto. Ma penso che sappia che alcuni suoi comportamenti sono al limite della legalità, altrimenti non avrebbe bisogno di un esercito di avvocati», dice.

Il problema, spiega, è che nessuno ha davvero interesse ad alzare la voce. «Una volta che apri il discorso sulla corruzione a Lubiana, viene fuori tutto. Non solo Janković: anche l’opposizione, i sindaci prima di lui, i vicesindaci. All’improvviso tutti devono qualcosa a qualcuno».