Il governo sta spendendo un sacco di soldi per ridurre il prezzo dei carburanti
Finora quasi 1,8 miliardi di euro, presi dai vari ministeri che hanno dovuto ridimensionare i loro progetti

Dall’inizio di marzo il governo italiano ha speso quasi 1,8 miliardi di euro per ridurre le accise sui carburanti, ovvero le imposte fisse che si pagano su benzina e gasolio. Lo ha fatto con una serie di provvedimenti via via prorogati – l’ultimo venerdì – pensati per contenere l’aumento dei prezzi causato dalla guerra in Medio Oriente e dalla chiusura dello stretto di Hormuz. Queste misure cercano di dare sollievo ai consumatori, ma sono molto costose: finora i soldi sono stati trovati costringendo i ministeri a rinunciare a vari progetti, o a ridimensionarli, per finanziare gli sconti.
Il governo ha approvato in tutto cinque provvedimenti. Il primo è un decreto del 19 marzo, da 527 milioni di euro. A inizio aprile ne è arrivato un secondo da circa 500 milioni. Il terzo è un decreto del 30 aprile che ha stanziato 146,5 milioni per abbassare i prezzi fino al 10 maggio. Per proseguire fino al 22 maggio si è aggiunto un decreto ministeriale che ha usato altri 191,2 milioni di euro. Infine, venerdì 22 maggio, il Consiglio dei ministri ha approvato l’ultimo provvedimento che vale circa 400 milioni fino al 6 giugno. In tutto si arriva a poco meno di 1,8 miliardi.
Il primo decreto era stato coperto in gran parte togliendo fondi a tutti i ministeri, che avevano dovuto rivedere i loro programmi di spesa annullando o rimandando progetti: in valori assoluti le riduzioni maggiori erano toccate ai ministeri dell’Economia, dei Trasporti e della Salute.
Il secondo era stato finanziato per 300 milioni su 500 con i proventi delle aste ETS, il sistema europeo che obbliga le aziende più inquinanti a pagare per le loro emissioni di anidride carbonica. In questo caso la contraddizione è evidente: i soldi previsti per incentivare la riduzione delle emissioni sono finiti a coprire una misura che abbassa il prezzo dei combustibili fossili e che quindi ne incoraggia il consumo.
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Anche l’ultimo decreto, quello da circa 400 milioni, è stato finanziato spostando risorse da fondi già destinati ad altro. Il Sole 24 Ore ha scritto che il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, guidato dal vicepremier Matteo Salvini, ha messo 80 dei 200 milioni dal fondo per la mobilità istituito appena cinque mesi fa, e altri 65 milioni dal fondo unico per le metropolitane, creato meno di un anno fa. Il ministero delle Imprese di Adolfo Urso ha invece dovuto cedere 251 milioni dal fondo per il settore dell’automobile, con la promessa di riaverli a luglio con l’ultima revisione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).
Per come sono andate le cose finora, ogni volta che gli sconti stanno per finire il governo si trova in una posizione molto scomoda: lasciare scadere la riduzione delle accise farebbe risalire di colpo i prezzi, ma continuare a rinnovarla costa molto.
Già a marzo il commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen, aveva invitato i paesi europei a un atteggiamento più prudente, e l’Agenzia internazionale dell’energia (l’organizzazione che coordina le politiche energetiche dei paesi membri) aveva elencato una serie di misure per consumare meno carburante, riducendo la domanda: incentivare il lavoro da casa e i mezzi pubblici, scoraggiare i voli non necessari, abbassare i limiti di velocità in autostrada, far circolare le auto a giorni alterni.
Il principio che guida queste raccomandazioni è che se l’obiettivo di questo periodo è ridurre il più possibile l’utilizzo di un bene che scarseggia, tagliare le accise genera esattamente l’effetto contrario, perché abbassa il prezzo del carburante e ne incentiva il consumo. Eppure gli stati europei che stanno utilizzando fondi pubblici per ridurre le tasse sui carburanti sono, secondo l’Economist, 16 su 27.



