(AP Photo/Wally Santana, File)
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  • giovedì 4 Agosto 2022

Le altre crisi tra Cina e Taiwan

Le esercitazioni militari dopo la visita di Nancy Pelosi sono l'ultimo episodio di una lunga serie di conflitti e rapporti complicatissimi

(AP Photo/Wally Santana, File)
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Tra martedì e mercoledì la speaker della Camera statunitense Nancy Pelosi è stata a Taiwan per una visita che fino all’ultimo momento non era stata confermata ufficialmente, e che ha provocato una grave reazione del governo cinese. Giovedì l’esercito cinese ha avviato imponenti esercitazioni militari nelle acque che circondano l’isola, provocandone di fatto il blocco totale.

Queste esercitazioni ricordano altre crisi che hanno coinvolto la Cina e Taiwan nei decenni passati: sono note come Crisi dello stretto di Taiwan e hanno a che fare ovviamente con la complicata storia dei rapporti tra i due paesi, che sono conflittuali da oltre 70 anni.

Taiwan, per motivi storici e strategici, è uno dei posti più delicati e pericolosi dell’Asia, uno stato non riconosciuto dalla gran parte dei paesi del mondo che è rivendicato come proprio dalla Cina ma che si trova in una specie di limbo. Di fatto, Taiwan è uno stato indipendente, con un suo governo eletto democraticamente e proprie istituzioni, ma a livello diplomatico e formale non è riconosciuto come tale quasi da nessun paese del mondo, con pochissime eccezioni.

Questa situazione peculiare, unita alla sua prosperità economica e alla sua posizione geografica, rende Taiwan un punto estremamente sensibile della politica estera della Cina: qualsiasi relazione bilaterale, soprattutto se formale, tra Taiwan e un paese terzo viene considerata una minaccia diretta all’integrità territoriale cinese, come è stato il caso della visita di Pelosi.

Oltre a rendere tese le relazioni tra la Cina e gli altri paesi, la situazione di Taiwan è una minaccia innanzitutto per l’esistenza e la sicurezza di Taiwan stessa, perché ogni volta che si verificano crisi in quella regione si parla di un’eventuale invasione militare della Cina e del rischio di una guerra su vasta scala. L’esercitazione di queste ore viene ritenuta da analisti e commentatori anche come un test di un’eventuale invasione, che tuttavia al momento è da considerare un’ipotesi estremamente remota.

I motivi di conflitto tra Cina e Taiwan hanno radici lontane. Taiwan è un’isola che si trova a qualche centinaio di chilometri dalla costa cinese, grande pressappoco come la Danimarca e con 23 milioni di abitanti. Per secoli fu considerata una parte remota e periferica dell’impero cinese, poi all’inizio del Novecento la conquistò il Giappone. Ma è dal 1949 che Taiwan assunse un’importanza fondamentale nella politica cinese e internazionale.

In quell’anno il Partito comunista cinese vinse la guerra civile contro il Kuomintang, l’amministrazione nazionalista che aveva governato la Cina fino a quel momento. Il leader del Kuomintang, Chiang Kai-shek, fuggì e trovò rifugio a Taiwan con quel che rimaneva del suo esercito e della sua amministrazione, oltre a moltissimi civili. Chiang avrebbe voluto fermarsi sull’isola solo temporaneamente, per recuperare le forze dei suoi e pianificare la riconquista di tutta la Cina. Ovviamente non ci fu nessuna riconquista e la permanenza di Chiang e della sua amministrazione a Taiwan divenne permanente.

Nel 1949 oltre due milioni di cinesi, in maggioranza membri dell’esercito e dell’amministrazione del Kuomintang e le rispettive famiglie, scapparono dalla Cina continentale verso Taiwan e avviarono la costruzione di un nuovo stato. Chiang Kai-shek istituì il suo governo a Taipei e lo presentò al mondo come il governo legittimo di tutta la Cina, benché in esilio sull’isola di Taiwan.

Per buona parte della Guerra fredda Taiwan fu riconosciuto dagli Stati Uniti e dai paesi del blocco occidentale, ed ebbe un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’ONU, mentre la Cina aveva relazioni solo con i paesi del blocco sovietico. Taiwan era visto come un alleato fondamentale per il contenimento del comunismo in Asia, nonostante il regime di Chiang Kai-shek fosse sanguinario, autoritario e violento: fino al 1987 rimase in vigore la legge marziale con cui il governo reprimeva ogni forma di dissenso e annullava i diritti politici e civili degli abitanti di Taiwan.

– Leggi anche: Perché gli Stati Uniti tengono tanto a Taiwan, e come è diventata una democrazia

Nel frattempo le relazioni tra la Cina e Taiwan rimanevano ovviamente molto tese. Solamente negli anni Cinquanta ci furono due delle tre cosiddette Crisi dello stretto di Taiwan, come vengono chiamati i momenti di maggiore tensione militare nella regione. Perlopiù si verificarono in seguito a escalation militari nelle piccole isole dello stretto tra Cina e Taiwan, isole che Chiang Kai-shek considerava avamposti di difesa contro un eventuale attacco dal continente (cosa che peraltro il governo cinese, soprattutto in quegli anni, minacciava apertamente).

La prima crisi ci fu appunto quando Chiang spostò decine di migliaia di soldati nelle vicine isole di Quemoy e dell’arcipelago di Matsu, che vennero bombardate brevemente dall’esercito cinese. La situazione rientrò in seguito all’intervento della marina statunitense, ma la tregua durò poco.

Nel 1958 ci fu una seconda crisi, provocata dal leader comunista Mao Zedong per motivi ancora oggi poco chiari.

Si sa che all’epoca Mao era in rotta con il leader sovietico Nikita Kruschev, che voleva istituire una marina militare congiunta con la Cina. Mao vedeva l’iniziativa come un tentativo di restringere l’autonomia cinese e in un incontro con l’ambasciatore sovietico si lamentò apertamente del fatto che, a suo dire, i sovietici non si fidavano della Cina e volevano controllarne le forze militari. Preoccupato, Kruschev andò personalmente in Cina per parlarne con Mao. La tensione sembrava scesa, ma Kruschev non si aspettava che Mao, poco dopo la sua visita, avrebbe attaccato militarmente Taiwan.

Tendenzialmente l’Unione Sovietica era contraria al progetto di riconquista militare di Taiwan da parte della Cina, perché poteva destabilizzare la situazione internazionale già precaria e portare a un’escalation tale da giustificare l’uso della bomba atomica da parte degli Stati Uniti. All’epoca una guerra nucleare era un rischio assai concreto e l’Unione Sovietica avrebbe voluto evitare di arrivarci per un’isola al largo della Cina di cui le importava relativamente.

Mao comunque dopo la visita di Kruschev attaccò Jinmen e Mazu, due isole al largo di Taiwan. Avrebbe dovuto avvertire i sovietici preventivamente per via di un trattato di amicizia firmato tra i due paesi pochi anni prima, ma non lo fece. Una volta che iniziarono i bombardamenti, Kruschev mandò il ministro degli Esteri Andrei Gromyko per capire le intenzioni di Mao: di nuovo, Kruschev non voleva iniziare una guerra nucleare e soprattutto non voleva iniziarla per Taiwan.

Alla fine l’intensità dei bombardamenti diminuì e la situazione rientrò, non è chiaro se per l’intervento di Kruschev o per iniziativa autonoma di Mao. Di certo lo stato maggiore statunitense aveva dato il via libera all’opzione nucleare, ma il presidente Eisenhower scartò fermamente l’ipotesi.

Secondo lo storico Sergey Radchenko, Mao potrebbe aver provocato la crisi per varie ragioni, tra cui la volontà di mobilitare la popolazione in funzione del suo nuovo piano economico chiamato “Grande balzo in avanti”. Non è escluso che Mao volesse semplicemente usare l’invasione di Taiwan come arma diplomatica contro Kruschev.

Un display che pubblicizza la visita di Nancy Pelosi a Taipei, 2 agosto 2022 (AP Photo/Chiang Ying-ying)

La situazione cambiò profondamente negli anni Settanta.

Fino ad allora la comunità internazionale riconosceva al governo di Taiwan – in modo quasi paradossale – l’autorità su centinaia di milioni di cinesi nel continente. Con il riavvicinamento diplomatico tra Stati Uniti e Cina, però, iniziato con un’epocale visita del presidente Nixon a Pechino, gli equilibri diplomatici si spostarono. Nel 1971 l’Assemblea generale dell’ONU votò per rimuovere Taiwan e accolse al suo posto la Cina comunista. In quegli stessi anni, più o meno tutti i paesi che riconoscevano Taiwan come governo legittimo della Cina ne interruppero i rapporti diplomatici e cominciarono a stabilirli con la Cina.

La “politica dell’unica Cina”
Negli anni Settanta, inoltre, ci fu il primo riferimento a quella diventata poi nota come la “politica dell’unica Cina” (“one China policy”), una risoluzione diplomatica adottata dagli Stati Uniti che tenta di definire lo status quo di Taiwan lasciando spazio all’ambiguità: gli Stati Uniti riconoscono che esiste una sola Cina e che Taiwan ne fa parte, ma evitano di specificare se quella “sola Cina” sia quella comunista o quella erede dei nazionalisti di Chiang. In ogni caso, questa risoluzione prevede che gli Stati Uniti abbiano relazioni diplomatiche formali solo con la Cina comunista, pur mantenendo relazioni informali con Taiwan e garantendole assistenza militare.

La situazione è complicata dal fatto che il Partito comunista usa la stessa terminologia – “politica dell’unica Cina” – per descrivere il principio sostenuto praticamente da sempre dalla Cina comunista, secondo cui esiste un’unica Cina e Taiwan ne fa parte.

Taiwan, poi, interpreta questo principio in modo ulteriormente diverso, e questa differenza di vedute fu sancita da uno storico incontro del 1992 che ci fu a Hong Kong tra le rispettive delegazioni. In seguito a quell’incontro, Cina e Taiwan concordarono sull’esistenza di un’unica Cina, stabilendo però di essere in disaccordo su cosa significhi “Cina” e a cosa si riferisca (se alla Repubblica Popolare Cinese, cioè la Cina comunista, o alla Repubblica Cinese, quella di Taiwan).

Di fatto, l’interpretazione della dicitura “politica dell’unica Cina” dipende da chi la pronuncia, e in alcuni casi può variare anche moltissimo.

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