Perché i picchi non soffrono di commozioni cerebrali

Non hanno un cranio “ammortizzato”, dice un nuovo studio, ma semplicemente per le loro dimensioni non picchiano poi così forte

Un picchio pileato su un albero del Maryland, negli Stati Uniti (AP Photo/Julio Cortez, La Presse)
Un picchio pileato su un albero del Maryland, negli Stati Uniti (AP Photo/Julio Cortez, La Presse)
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I picchi martellano il legno degli alberi con il proprio becco per tre ragioni: per trovare insetti, larve e uova, di cui si nutrono; per costruirsi un nido; e per comunicare con altri picchi, segnalando l’estensione del proprio territorio o la propria presenza a eventuali partner. Per questo può capitare che picchiettino anche contro superfici metalliche dove non hanno speranza di creare buchi.

Quale che sia la ragione per cui lo fanno, in ogni caso, è evidente che hanno una struttura che permette loro di evitare continue commozioni cerebrali con questo comportamento. Per una persona sbattere ripetutamente la faccia contro una superficie dura non sarebbe di certo un comportamento salutare. Finora la teoria più accreditata su questo aspetto della vita dei picchi era che il loro cranio fosse conformato in modo da assorbire i colpi subiti durante il martellamento. Questa ipotesi è però messa in discussione da un nuovo studio, realizzato da ricercatori dell’Università di Anversa e pubblicato sulla rivista scientifica Current Biology.

Gli autori dello studio hanno analizzato dettagliatamente i video di sei picchi di tre specie diverse intenti a martellare contro un pezzo di legno nel proprio laboratorio, visto al rallentatore. In particolare hanno osservato le posizioni relative di un punto sul becco degli uccelli e di uno nel loro occhio, preso come riferimento della posizione del cervello: è emerso che la decelerazione a cui è sottoposto il cervello dei picchi dopo un colpo contro il legno è la stessa a cui è sottoposto il becco, se non più veloce. Questo indica che non c’è assorbimento, altrimenti l’occhio decelererebbe più lentamente, come il passeggero di un’automobile dopo un incidente e l’attivazione di un airbag.

Per spiegare cosa significa il biologo Sam Van Wassenbergh, primo autore dello studio, ha modificato un martello inserendo una molla tra la testa (la parte che martella) e la penna (la parte a punta), come mostrato al minuto 1:23 del video: uno strumento del genere assorbe la forza di un colpo, ma non martella bene.

Un eventuale cranio conformato in modo da ammortizzare i colpi avrebbe lo stesso problema, per i picchi: ridurrebbe l’urto percepito, ma non consentirebbe di imprimere la forza necessaria per rompere il legno. I picchi dovrebbero insomma colpire molto più forte.

Secondo Van Wassenbergh e i suoi colleghi, la ragione per cui i picchi non sono continuamente sottoposti a commozioni cerebrali sarebbe più semplice: l’energia che i loro cervelli assorbono impattando contro il legno è molto minore di quella che causerebbe una commozione cerebrale in una persona. Dovrebbero colpire un albero con una velocità doppia per ottenerla. «I picchi sono molto più piccoli delle persone e gli animali più piccoli possono sopportare decelerazioni maggiori, basta pensare a una mosca che colpisce il vetro di una finestra e poi vola come se nulla fosse», ha spiegato Van Wassenbergh.