C’è una pillola molto promettente contro la COVID-19

Merck richiederà un'autorizzazione di emergenza negli Stati Uniti per il suo antivirale molnupiravir, che dimezza il rischio di ricovero e morte nelle persone a rischio

(Merck)
(Merck)

L’azienda farmaceutica statunitense Merck ha annunciato che presenterà presto domanda alla Food and Drug Administration (FDA) – l’agenzia federale che si occupa di farmaci negli Stati Uniti – per ricevere un’autorizzazione di emergenza per il molnupiravir, un farmaco antivirale contro la COVID-19 sviluppato dalla società e che ha dato risultati molto promettenti nei test clinici condotti finora.

Stando ai risultati comunicati da Merck, che al di fuori di Stati Uniti e Canada è conosciuta col nome Merck Sharp Dome (MSD), il medicinale dimezza il rischio di ricovero e decesso a causa della malattia, quando somministrato a soggetti ad alto rischio nelle prime fasi dell’infezione virale. Il nuovo trattamento potrebbe contribuire a salvare migliaia di vite, specialmente nelle fasce della popolazione più a rischio e non vaccinate.

Il molnupiravir è una pillola da somministrare per via orale, con due assunzioni al giorno per cinque giorni. Il farmaco ha la capacità di impedire al coronavirus di replicarsi, riducendo quindi sensibilmente la sua circolazione nell’organismo e aiutando il sistema immunitario a tenerlo sotto controllo.

Merck aveva avviato da qualche mese i test clinici per verificare sicurezza ed efficacia del suo antivirale, ottenendo da subito risultati molto incoraggianti. Di recente i dati erano stati analizzati da una commissione indipendente (con il compito di tutelare gli interessi dei pazienti) che aveva raccomandato di interrompere i test per passare subito all’autorizzazione di emergenza, considerati gli esiti al di sopra delle aspettative.

L’interruzione era stata concordata con la FDA, che avrà ora il compito di analizzare il resto della documentazione e di fornire un’autorizzazione di emergenza per consentire l’impiego del nuovo farmaco in tempi brevi. Merck ha inoltre annunciato di volere richiedere autorizzazioni in altri paesi in tempi brevi.

La commissione ha analizzato i dati fino ai primi giorni di agosto, quando erano stati arruolati 775 volontari per i test clinici negli Stati Uniti e in alcuni altri paesi (a fine estate i volontari erano poi diventati quasi 1.500, come da programma). Tra i partecipanti che avevano assunto il molnupiravir, il rischio di ricovero o decesso si era dimezzato rispetto al gruppo di volontari che aveva ricevuto una sostanza che non fa nulla (placebo). Solo per il 7 per cento dei partecipanti nel primo gruppo si era reso ugualmente necessario un ricovero in ospedale, con nessun decesso tra i ricoverati. Nel gruppo con placebo i ricoveri e i decessi avevano interessato il 14 per cento dei partecipanti, con 8 morti in termini assoluti.

In generale, l’efficacia del molnupiravir è risultata inferiore rispetto a quella dei trattamenti più diffusi con gli anticorpi monoclonali. Come suggerisce il nome, questi sono anticorpi, cioè proteine che il nostro organismo produce per difendersi dalle minacce esterne come virus e batteri. Invece di essere creati naturalmente, come avviene tramite il nostro sistema immunitario, gli anticorpi monoclonali sono sviluppati in laboratorio e sono poi prodotti in massa. Ne esistono di svariati tipi, ma sono altamente specifici e ciascuno serve a contrastare una determinata proteina che può essere causa di una malattia.

Le terapie con anticorpi monoclonali sono molto costose e nel caso della COVID-19 hanno finora portato a risultati alterni, con una maggiore efficacia nel caso del loro utilizzo nella fase iniziale della malattia su pazienti particolarmente a rischio. La loro somministrazione avviene per endovenosa e richiede attenti dosaggi e assistenza medica continuativa. Il molnupiravir può essere invece assunto come una comunissima pillola, in modo meno laborioso.

Il molnupiravir ha la capacità di interferire con i processi che i virus sfruttano per replicarsi all’interno delle cellule. Uno degli obiettivi è un particolare enzima (polimerasi) coinvolto nella trascrizione del materiale genetico virale, cioè le istruzioni che servono alla cellula per produrre le nuove copie del virus. Il farmaco fa sì che la polimerasi trascriva nel modo sbagliato le istruzioni, rendendo impossibile la replicazione del virus.

Un antivirale di questo tipo ha di solito maggiori possibilità di successo e funziona su diversi tipi di virus, appartenenti alla stessa famiglia. Altri antivirali intervengono bloccando direttamente le funzioni degli enzimi, ma sono molto più specifici e quindi meno versatili. Potenzialmente, il molnupiravir potrebbe quindi rivelarsi utile contro altri coronavirus e ha già mostrato di mantenere la propria efficacia contro le varianti del SARS-CoV-2 attualmente in circolazione, come la più contagiosa delta ormai prevalente in molte aree del mondo.

Già nelle fasi iniziali della sperimentazione Merck aveva ottenuto risultati incoraggianti, che avevano spinto l’azienda ad avviare la produzione del farmaco. Questo significa che le pillole potranno essere messe in circolazione in tempi rapidi, non appena l’FDA concederà la propria autorizzazione di emergenza. Il governo degli Stati Uniti ha ordinato 1,7 milioni di trattamenti, al prezzo di 700 dollari per ogni paziente. Il costo non è indifferente, ma è comunque tre volte inferiore rispetto ai trattamenti con anticorpi monoclonali.

La soluzione più economica ed efficace per prevenire gli effetti del coronavirus resta comunque il vaccino, per chi può riceverlo.

La notizia diffusa da Merck è stata accolta con grande interesse da ricercatori, medici e virologi perché potrebbe costituire una delle più importanti novità contro la COVID-19, dopo il successo dei vaccini per prevenire la malattia. C’è quindi grande attesa per la documentazione completa sul molnupiravir, e in particolare sui dettagli sugli effetti avversi.

Per ora la società ha fatto sapere di non avere rilevato particolari discrepanze tra il gruppo di volontari che aveva assunto il farmaco e quello che aveva ricevuto un placebo. Nel primo gruppo un evento avverso è stato riscontrato nel 35 per cento dei casi, mentre nel secondo nel 40 per cento dei casi. Solamente l’1,3 per cento dei partecipanti ha dovuto interrompere l’assunzione del molnupiravir per la comparsa di un effetto avverso, rispetto al 3,4 per cento di volontari che hanno abbandonato il placebo per lo stesso motivo.

Merck non ha inoltre fatto sapere per quali tipologie di pazienti presenterà la richiesta di autorizzazione di emergenza presso l’FDA. È probabile che in una fase iniziale il farmaco venga autorizzato per gli stessi individui a rischio per i quali viene consigliata una terapia con anticorpi monoclonali, come persone anziane o con particolari problemi di salute che potrebbero essere aggravati dalla COVID-19. L’autorizzazione di emergenza consentirà comunque di impiegare il farmaco su un ampio numero di persone, offrendo dati importanti per capire se il molnupiravir possa essere impiegato sulla popolazione in generale, tra chi risulta positivo al coronavirus e inizia a manifestare sintomi.