(Unsplah, Leonardo Baldissara)
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Perché sono importanti i musei d’impresa

La storia delle industrie manifatturiere italiane può far parte del nostro patrimonio culturale, come sostiene un recente studio

(Unsplah, Leonardo Baldissara)

Ogni azienda ha la sua storia, che spesso è legata all’evoluzione economica, sociale, creativa del nostro paese. Proprio per valorizzare questo patrimonio, dal 2001 esiste una rete che raccoglie musei e archivi di grandi, medie e piccole imprese. Si tratta di Museimpresa, Associazione Italiana Archivi e Musei d’Impresa, fondata a Milano per iniziativa di Assolombarda e Confindustria.

Composta da più cento di questi musei e archivi, ha come scopo quello di aggregare nuovi soggetti della cultura d’impresa, di salvaguardare la memoria dell’industria italiana e di valorizzare le testimonianze della storia della manifattura, che da sempre si intreccia e interagisce con quella sociale dei territori. Per far conoscere questo patrimonio, non sempre noto al grande pubblico, Museimpresa organizza diversi eventi, e suggerisce anche degli itinerari turistici tematici per visitare gli spazi allestiti dalle aziende in cui vengono conservate e raccontate le testimonianze della storia dei loro prodotti.

Secondo Antonio Calabrò, presidente di Museimpresa, avere la memoria e gli strumenti per raccontare un’impresa «significa poter trasmettere, soprattutto alle nuove generazioni, la consapevolezza che l’industria crea, ancora oggi, benessere e lavoro, contribuendo alla crescita economica, sociale e civile dell’Italia. La chiave dell’innovazione non sta tanto in un binomio, “impresa e cultura”, ma in una sintesi: “impresa è cultura”». Questo suo commento è contenuto nello studio realizzato da Banca Ifis dal titolo “L’Economia della Bellezza”, che ha come scopo quello di sintetizzare il valore del patrimonio artistico e paesaggistico del nostro Paese, ma anche il contributo delle aziende alla “produzione di bellezza”. Le imprese dunque sono analizzate come parte del nostro patrimonio economico e culturale.

Il progetto del report “Economia della Bellezza” è stato realizzato da Banca Ifis anche attraverso la collaborazione di una rete di partner costituita da rappresentanti dei mondi dell’industria, dell’artigianato, della cultura e dell’arte, come appunto Museimpresa. Altri partner dello studio sono Federculture, Confindustria Emilia Area Centro, Confindustria Venezia, Camera Nazionale della Moda Italiana, Altagamma, POLI.design, Artex e Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Ciascuno di questi soggetti ha fornito il proprio contributo all’ufficio studi di Banca Ifis per definire il valore e il perimetro del patrimonio artistico, culturale e naturalistico italiano.

Nella sua analisi qualitativa, oltre al museo dei cinque sensi di Sciacca, lo studio ha analizzato alcuni casi rappresentativi tra cui Mavive, Acetaia Giusti e Ducati. Inoltre ha prodotto una stima qualitativa della “produzione di bellezza”, prendendo in esame quelli che ha definito i made in Italy design-driven, cioè aziende che, in base a un’elaborazione dell’ufficio studi della stessa Banca, sono capaci di interpretare lo stile italiano. Le aziende di questo tipo possono far parte di settori quali l’agroalimentare, l’industria automobilistica, la meccanica e altra manifattura di precisione, la cosmetica, la moda, l’orologeria e la gioielleria, il sistema casa e l’artigianato artistico. Per selezionare quali aziende inserire, lo studio ha utilizzato diversi parametri per distinguerle dalla restante manifattura: oltre al settore di appartenenza, la propensione all’export, le indicazioni e denominazioni (come ad esempio DOP o IGP), i riconoscimenti e premi a livello nazionale e internazionale o le partecipazione a eventi di settore di alto profilo.

Lo studio di Banca Ifis stima un apporto al PIL italiano pari al 17,2 per cento (dati 2019) di quella che è stata definita “Economia della Bellezza” al PIL italiano. Lo studio divide poi questo contributo in tre componenti di valore principali: la fruizione diretta del patrimonio italiano di arte, cultura e natura, che determinerebbe il 2,4 per cento del PIL, la fruizione indiretta, legata all’uso da parte di turisti e residenti dei servizi a supporto, pari al 3,6 per cento, e infine la produzione del cosiddetto made in Italy design-driven di circa 341mila aziende, con un fatturato totale annuo di quasi 682 miliardi di euro, che contribuirebbero al 11,2 per cento del PIL (circa 200 miliardi di euro). Di questi 682 miliardi, 402 vengono prodotti dalla meccanica e dalle altre manifatture (e rappresentano il 7,3 per cento del PIL), 97 miliardi dall’agroalimentare (l’1,2 per cento del PIL) e 76 miliardi (0,8 per cento del PIL) dall’automotive e da altri mezzi di trasporto.

Le imprese made in Italy design driven sono fortemente concentrate nel Nord Italia, soprattutto in termini di fatturato. Circa 78mila hanno sede nel Nord-Ovest (23 per cento) e 80mila nel Nord-Est (23 per cento); al Centro sono circa 70mila (21 per cento) e al Sud e nelle Isole 113mila (33 per cento). Per quanto riguarda il fatturato le aziende del Nord-Ovest producono 225 miliardi di euro (37 per cento del totale), quelle del Nord-Est 250 miliardi di euro (37 per cento) quelle del Centro 117 miliardi di euro (17 per cento) e quelle del Sud e nelle Isole 60 miliardi di euro (9 per cento). L’area Sud e Isole, prima per numero di imprese, con un’alta incidenza di imprese del settore agroalimentare, è l’ultima per quanto riguarda il fatturato generato.

Le regioni con la quota più alta di fatturato design driven sono Lombardia, 47mila imprese che producono 159 miliardi di fatturato, 13 per cento del totale, ed Emilia Romagna, 28mila aziende che fatturano 125  miliardi,  pari al 7 per cento. In Piemonte e Valle d’Aosta, che considerate insieme dallo studio, ci sono 26mila aziende design driven che producono 88 miliardi di fatturato (11 per cento). Quarta in questa particolare classifica è la Toscana con 31mila aziende e 73 miliardi di fatturato (12 per cento).