(Jeff J Mitchell/Getty Images)
  • Scienza
  • mercoledì 21 Luglio 2021

Il “paradosso” dei contagi tra i vaccinati, spiegato

Perché l'aumento delle vaccinazioni fa sembrare che si ammalino di più i vaccinati, anche se non è vero

(Jeff J Mitchell/Getty Images)

Da qualche giorno in Italia ci sono più vaccinati contro il coronavirus che non vaccinati, tra la popolazione sopra i 12 anni: oltre il 52 per cento ha infatti completato il ciclo vaccinale. È un risultato importante contro la pandemia, che il governo confida di migliorare nelle prossime settimane, ma che si porta dietro un paradosso talvolta sfruttato da chi è contrario alle vaccinazioni e sostiene erroneamente e falsamente che queste siano “inutili perché i vaccinati si ammalano tanto quanto gli altri”.

Come ha segnalato di recente l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), quando in una popolazione ci sono molti vaccinati si verifica un “paradosso” per cui contagi, ricoveri e decessi sono simili tra i vaccinati rispetto a chi non ha ricevuto il vaccino. Può apparire come una conseguenza controintuitiva, ma soltanto perché parte dalla premessa sbagliata di considerare i numeri assoluti, e non le percentuali.

Più aumentano i vaccinati più aumenteranno i rari casi di contagiati e malati anche tra chi è vaccinato: fino potenzialmente a superare in termini assoluti quelli tra la popolazione che non si è vaccinata. Ma considerando i valori percentuali, è evidente quanto siano enormemente più limitati gli effetti del coronavirus tra chi è completamente vaccinato, rispetto a chi ha ricevuto una sola dose o nessuna.

Un vaccino non protegge mai tutti gli individui che vengono vaccinati, circostanza che si applica anche agli attuali vaccini contro il coronavirus. Dalle analisi dell’ISS, sappiamo che i completamente vaccinati sono protetti all’88 per cento dall’infezione, al 94 per cento dal ricovero in ospedale, al 97 per cento dal ricovero in terapia intensiva per sintomi gravi e al 96 per cento dal decesso per COVID-19.

Date queste circostanze, ci si può quindi attendere che tra le persone vaccinate ci siano alcuni casi di infezione, ricovero e decesso. La quantità di casi è però estremamente più bassa – in percentuale – rispetto a ciò che avviene tra gli individui non vaccinati.

Le cose da sapere sul coronavirus

Man mano che le persone vaccinate aumentano, si riduce la quantità dei casi tra la popolazione proprio per l’efficacia della vaccinazione. Si può arrivare a un punto in cui i rari casi tra i vaccinati sono in termini assoluti più numerosi rispetto a quelli tra i non vaccinati.

Se l’intera popolazione fosse vaccinata, i casi rilevati sarebbero solo tra persone vaccinate, ma sarebbero comunque pochissimi e molti meno di quanti se ne riscontrerebbero in totale assenza del vaccino.

(Istituto Superiore di Sanità)

Immaginiamo che ci sia una nazione di 100 persone. Se si sono vaccinate tutte, ci si può attendere che 5 si ammalino e sviluppino sintomi tali da rendere necessario un ricovero in ospedale. In questo caso si ammalano solo i vaccinati, semplicemente perché non ci sono persone non vaccinate.

In uno scenario in cui 85 sono vaccinate e 15 no, è possibile che in termini assoluti ci siano più contagi tra il primo gruppo, semplicemente perché è molto più numeroso del secondo. Considerando le percentuali, però, il dato assume tutto un altro significato: l’ISS ha stimato che il rapporto tra il numero dei casi e la popolazione è circa dieci volte più basso nei vaccinati rispetto ai non vaccinati.

Il paradosso dei vaccinati è noto da tempo a virologi ed epidemiologi, e come precisa l’ISS è importante che sia chiaro a tutti come valutarlo «per evitare preoccupazioni e perdita di fiducia nella vaccinazione».

La difficoltà nell’interpretare correttamente certe informazioni deriva anche dal fatto che attraverso la sorveglianza – con il sistema dei tamponi e dei test – si rendono evidenti i rari casi di persone che si ammalano malgrado si siano vaccinate, mentre restano totalmente sotto traccia i casi di malattia evitati grazie ai vaccini (e che sono la maggioranza).

Più è alta la percentuale di vaccinati, più la popolazione è protetta (anche tra i restanti non vaccinati) e si riduce il rischio che si formino nuove varianti. La loro comparsa è infatti legata alla circolazione del coronavirus e non alla vaccinazione, che invece riduce il rischio di avere nuove varianti contro le quali i vaccini stessi potrebbero poi essere meno efficaci.